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Difendere una legge di recente approvazione è per me una posizione nuova e – lo confesso – non comodissima. Non ho apprezzato le politiche giovanili degli ultimi governi (tutti, nessuno escluso) e ho contestato la direzione che questi provvedimenti prendevano. Le eccezioni sono davvero pochissime, e tra queste si annovera il famoso Bonus18.

Pur non amando generalmente la formula del bonus, non ho potuto evitare di sorridere ad un’iniziativa che puntava a mettere in tasca, a tutti i neo-maggiorenni del nostro paese, 500 euro spendibili in musei e mostre, musica, libri, concerti, festival, cinema e teatro. In una parola, in cultura.

E che lo stato finanzi l’accrescimento della conoscenza nei giovani non può che essere un bene. Da appassionato di innovazione, inoltre, ho sempre apprezzato le modalità di erogazione del bonus, con un’app scaricabile comodamente sul nostro smartphone che permette di creare velocemente buoni per ogni acquisto.

Bonus18
Il logo dell’applicazione 18app

Per questi stessi motivi non posso vedere di buon occhio le novità annunciate dal nuovo esecutivo per il bonus 2019. I nati nel 2000 avranno infatti meno fondi stanziati per il progetto (circa 40 milioni in meno) e, sopratutto, l’erogazione sarà legata alla fascia ISEE della famiglia d’appartenenza. In soldoni, la torta è più piccola, e potrà usufruirne maggiormente chi viene da famiglie meno abbienti.

Ora, la progressività delle imposte è un principio sacro, costituzionale prima ancora che politico, e che lo stato provveda in tutti i modi possibili ad offrire a chi si trova in difficoltà economiche una vita e un’istruzione decente è una regola importantissima, anzi, troppo spesso dimenticata dai nostri leader. Ma questo mi sembra il modo peggiore per far valere questi principi.

In primis, in tutto il mondo si chiede (giustamente) di contribuire con le tasse in maniera differente per differenti fasce di reddito, e questa differenza deve essere marcata. Ma quando poi un servizio viene erogato è giusto sia uguale per tutti, senza distinzioni, proprio perché la differenziazione è già stata fatta a monte. Così si fa per la scuola, così si fa per la sanità.

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Ma sopratutto, chi legifera dimentica che il Bonus 18 anni – anche al di là di quelle che erano le intenzioni di chi lo ha realizzato – è diventato una manovra prima di tutto didattica. I 18 anni sono un passaggio importante, uno dei pochi riti di passaggio che la nostra civiltà conserva, e che lo stato, la massima realizzazione della società, faccia i suoi auguri a tutti i neo-maggiorenni con soldi per la cultura ha un valore simbolico enorme.

Nel momento in cui un ragazzo diventa adulto gli si consegnano in dono le chiavi per la sua crescita intellettiva. Senza contare che il trovarsi in tasca una cifra relativamente importante, ma destinata esclusivamente a determinati beni, funge da stimolo per l’acquisto degli stessi, e molti ragazzi hanno ora un motivo in più per comprare libri e cd che altrimenti non acquisterebbero.

Che lo stato si faccia carico di tutto questo è cosa buona e giusta, e che lo faccia indistintamente anche. Ci sono mille altre vie per rendere la nostra società più equa ma, per favore, lasciate in pace il bonus 18 anni.