L’influencer marketing vive di una contraddizione: un messaggio commerciale è prezioso proprio perché arriva attraverso una persona che il pubblico non percepisce come un cartellone pubblicitario. È quindi comprensibile che i brand temano l’etichetta “sponsorizzato”, ma una nuova indagine raccontata da Business Insider mostra il punto in cui questa logica diventa pericolosa: il 18% dei creator intervistati da SheSpeaks afferma di aver ricevuto almeno una richiesta di non dichiarare una partnership pagata.

Negli Stati Uniti le regole della Federal Trade Commission richiedono disclosure chiare. Il problema, però, è culturale prima ancora che normativo. Se il pubblico scopre che una raccomandazione apparentemente spontanea era stata comprata, la perdita non riguarda soltanto quel prodotto: colpisce la credibilità del creator.

La fiducia è un capitale che non compare nei dashboard

Le piattaforme misurano visualizzazioni, click e conversioni con precisione crescente, mentre la fiducia resta difficile da quantificare. Questo crea un incentivo perverso: ottimizzare il risultato immediato sacrificando una relazione costruita per anni.

Secondo i dati riportati, la quota di creator che dichiara di segnalare sempre o quasi sempre le partnership è scesa rispetto a dieci anni fa. Nel frattempo YouTube, TikTok e Meta stanno sviluppando strumenti automatici per riconoscere contenuti commerciali non dichiarati. La trasparenza, quindi, non è destinata a scomparire: rischia semplicemente di essere imposta dalla piattaforma anziché scelta dal creator.

Quando tutto sembra autentico, niente lo è più

La creator economy ha trasformato la pubblicità rendendola personale. Se abusa di quella personalità, può però ricreare il problema da cui era nata: un pubblico che considera ogni messaggio promozionale sospetto. Il vero vantaggio competitivo non sarà allora nascondere meglio la sponsorizzazione, ma costruire collaborazioni che un creator possa dichiarare senza vergogna.

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