Ci sono politici che arrivano su un tema quando quel tema è già diventato inevitabile e ce ne sono altri che cominciano a lavorarci quando è ancora materia per specialisti, ricercatori e addetti ai lavori. Nel percorso europeo sull’intelligenza artificiale, Brando Benifei appartiene soprattutto alla seconda categoria. L’eurodeputato italiano del Partito Democratico è stato uno dei due relatori del Parlamento europeo sull’AI Act nella precedente legislatura e, negli anni successivi all’approvazione del regolamento, non ha abbandonato il dossier nel momento in cui le telecamere si sono spostate altrove: ha continuato a lavorare sul modo in cui quelle norme devono essere applicate, corrette, semplificate e inserite in una strategia industriale europea più ampia.

È un dettaglio importante perché la storia dell’intelligenza artificiale europea non finisce con l’approvazione di una legge. Anzi, comincia proprio lì. Scrivere principi generali è relativamente semplice rispetto al compito che viene dopo: trasformarli in standard tecnici, procedure comprensibili alle imprese, autorità capaci di vigilare, regole abbastanza solide da proteggere cittadini e consumatori ma abbastanza elastiche da non diventare obsolete mentre i modelli cambiano. È su questo terreno, meno spettacolare e molto più concreto, che Benifei continua a muoversi.

Dall’AI Act alla sua applicazione

Il contributo per cui Benifei è più conosciuto resta naturalmente quello all’AI Act, il primo grande quadro normativo orizzontale sull’intelligenza artificiale adottato da una grande area economica. Il regolamento europeo ha scelto un approccio basato sul rischio: non tutta l’AI viene trattata allo stesso modo, perché un filtro fotografico e un sistema utilizzato in un contesto ad alto rischio non producono le stesse conseguenze. Questa architettura, costruita attraverso anni di negoziato tra Parlamento, Consiglio, Commissione, imprese e società civile, ha cercato di evitare sia il divieto generalizzato sia l’idea opposta secondo cui il mercato sarebbe stato sufficiente a governare sistemi sempre più potenti.

Nel 2026 il Parlamento è tornato sul dossier attraverso il Digital Omnibus on AI, pensato per semplificare alcuni passaggi dell’attuazione. Benifei figura come relatore ombra nel procedimento parlamentare. Il compromesso europeo ha rinviato alcuni obblighi relativi ai sistemi ad alto rischio per evitare che le imprese fossero chiamate ad applicare disposizioni prima della disponibilità degli standard e degli strumenti necessari, mantenendo però l’impianto centrale dell’AI Act. Nello stesso percorso sono state introdotte misure particolarmente nette contro gli strumenti di nudificazione e l’uso dell’AI per produrre materiale sessuale su minori.

Questa fase racconta bene un tratto del lavoro di Benifei: difendere l’ambizione delle regole non significa considerarle intoccabili. Una normativa tecnologica credibile deve poter essere aggiustata quando l’attuazione mostra problemi reali, senza utilizzare la semplificazione come pretesto per svuotarne gli obiettivi. È probabilmente uno dei passaggi più difficili della politica digitale europea, perché richiede di resistere contemporaneamente a due tentazioni: quella di trasformare ogni correzione in deregulation e quella di difendere ogni dettaglio regolatorio come se modificarlo significasse tradire il progetto originario.

L’intelligenza artificiale non è soltanto una questione di sicurezza

Nel frattempo Benifei ha allargato il proprio lavoro al rapporto tra AI, commercio e competitività. Nell’aprile 2026 è stato relatore di un rapporto del Parlamento sulle opportunità e le sfide di una strategia complessiva di intelligenza artificiale per il commercio dell’Unione. È un’evoluzione significativa. La prima fase della discussione europea era dominata comprensibilmente dai rischi: discriminazioni, sorveglianza, trasparenza, sicurezza, sistemi ad alto rischio. La seconda deve necessariamente chiedersi come l’Europa possa anche produrre tecnologia, far crescere imprese, costruire infrastrutture e utilizzare l’AI per aumentare produttività e competitività.

È qui che il dibattito diventa più interessante del vecchio scontro tra “regolatori” e “innovatori”. L’Europa non può limitarsi a stabilire le condizioni alle quali opereranno tecnologie costruite altrove. Deve avere modelli, startup, data center, capacità di calcolo, ricerca, capitali e un mercato sufficientemente integrato da consentire alle proprie aziende di crescere. Allo stesso tempo, inseguire Stati Uniti e Cina cancellando le caratteristiche del modello europeo sarebbe una strategia debole: significherebbe competere sul terreno scelto dagli altri rinunciando al vantaggio di poter costruire fiducia, certezza giuridica e standard esportabili.

Il merito di aver capito presto che le regole possono diventare potere

Uno degli aspetti più interessanti dell’esperienza dell’AI Act è il cosiddetto Brussels effect: quando il mercato europeo è sufficientemente importante, le regole stabilite a Bruxelles possono influenzare prodotti e procedure anche fuori dall’Unione. Non accade automaticamente e non significa che ogni scelta europea venga imitata, ma dimostra che la capacità normativa è una forma di potere tecnologico. Benifei ha contribuito a costruire proprio questo terreno quando l’intelligenza artificiale non aveva ancora raggiunto il livello di attenzione politica prodotto dall’esplosione dell’AI generativa.

Il vantaggio di essere arrivati prima, però, dura soltanto se le regole funzionano. Se l’AI Act diventasse un labirinto incomprensibile per le imprese o se l’enforcement fosse frammentato tra ventisette interpretazioni differenti, la leadership normativa si trasformerebbe rapidamente in un costo. Per questo il lavoro successivo all’approvazione è forse meno celebrato ma altrettanto importante del negoziato originario.

Parlare con chi costruisce la tecnologia senza consegnargli le regole

La documentazione pubblica del Parlamento mostra inoltre incontri di Benifei nel 2026 con soggetti molto diversi dell’ecosistema digitale: Anthropic, Meta, Reset Tech e Cloudflare, tra gli altri, su governance dell’AI, cybersecurity, agenti e diritti. È esattamente ciò che dovrebbe accadere quando il legislatore affronta una tecnologia che cambia rapidamente: ascoltare aziende, ricercatori, organizzazioni civiche e titolari di diritti, mantenendo però la responsabilità politica della decisione.

La qualità della regolazione dipende anche dalla capacità di comprendere ciò che si sta regolando. Nell’intelligenza artificiale questa esigenza è particolarmente forte perché una norma apparentemente ragionevole può produrre conseguenze tecniche inattese, mentre una promessa tecnica dell’industria può sembrare rassicurante senza esserlo davvero. Costruire competenza politica significa quindi frequentare il confine tra tecnologia e diritto senza confondere il dialogo con la delega.

Un italiano in una discussione che decide il futuro industriale europeo

Per l’Italia il ruolo di Benifei ha anche un valore che spesso viene sottovalutato. Le grandi regole tecnologiche europee incidono direttamente sulle imprese italiane, sulle pubbliche amministrazioni, sulle università e sui cittadini. Avere un eurodeputato italiano stabilmente dentro i dossier più complessi dell’AI significa partecipare alla formazione delle regole invece di commentarle quando sono già state decise.

La politica italiana tende ancora troppo spesso a discutere di tecnologia attraverso episodi: una nuova applicazione, una polemica sui social, un chatbot che sbaglia, una startup che raccoglie capitali. A Bruxelles la discussione è inevitabilmente più strutturale perché riguarda mercato unico, standard, concorrenza, infrastrutture, diritti fondamentali e rapporti commerciali. Benifei ha costruito negli anni una specializzazione che gli consente di stare dentro questa complessità con continuità, e questa continuità è probabilmente il suo patrimonio politico più rilevante sul dossier.

La prossima sfida: passare dalla leadership normativa alla capacità tecnologica

Le lodi, naturalmente, hanno senso soltanto se non diventano celebrazione acritica. L’AI Act dovrà dimostrare sul campo di non soffocare le imprese più piccole, l’Europa deve ancora colmare una distanza enorme negli investimenti rispetto agli Stati Uniti e la frammentazione del mercato resta un ostacolo. Il vero banco di prova per Benifei e per tutti i protagonisti della politica digitale europea sarà quindi la capacità di accompagnare le regole con una politica industriale credibile.

È però proprio qui che il percorso compiuto finora acquista valore. Benifei non è rimasto fermo alla stagione in cui la priorità era scrivere l’AI Act: il lavoro su commercio, competitività, semplificazione, cybersecurity e governance mostra il tentativo di seguire la tecnologia mentre cambia. In un settore nel quale sei mesi possono modificare prodotti, mercati e rischi, la continuità istituzionale conta moltissimo.

L’Europa ha scelto di non aspettare che l’intelligenza artificiale diventasse troppo grande per essere governata. È una scelta discutibile nei singoli dettagli, come ogni grande scelta legislativa, ma politicamente ambiziosa. Brando Benifei è stato uno dei protagonisti di quella scelta e continua a esserlo nella fase più difficile: quella in cui bisogna dimostrare che proteggere diritti, dare certezza alle imprese e costruire una vera capacità europea nell’AI non sono tre obiettivi incompatibili. Se l’Unione riuscirà a trasformare la propria leadership normativa in leadership tecnologica, una parte del merito apparterrà anche al lavoro paziente di chi, come lui, ha cominciato a costruire questa architettura prima che l’intelligenza artificiale diventasse la questione politica del nostro tempo.

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