La fiducia religiosa è diventata il canale attraverso cui centinaia di persone hanno investito i propri risparmi in una criptovaluta poco conosciuta. INDXcoin, progetto promosso negli Stati Uniti dai coniugi Eli e Kaitlyn Regalado, aveva raggiunto soprattutto reti di famiglie e fedeli evangelici; quando l’iniziativa è collassata, molti partecipanti hanno perso integralmente il denaro versato.

Secondo la ricostruzione pubblicata da MIT Technology Review in collaborazione con Type Investigations, più di 500 persone hanno consegnato ai Regalado complessivamente oltre 3 milioni di dollari. La moneta digitale è stata presentata in ambienti nei quali la reputazione personale, l’appartenenza alla stessa comunità e la convinzione di seguire un’indicazione spirituale potevano pesare più delle cautele normalmente associate a un investimento finanziario.

Il caso è rilevante anche al di là della sua dimensione locale. Mostra come il linguaggio della fede possa sovrapporsi alla promessa, già di per sé rischiosa, di partecipare in anticipo a un nuovo mercato digitale. E ricorda quanto sia semplice creare e mettere in vendita token privi di una struttura, di controlli o di trasparenza comparabili a quelli richiesti ai prodotti finanziari tradizionali.

Dalla predicazione alla vendita di un token

Eli Regalado era già attivo come predicatore e comunicatore online quando, nel 2021, lui e la moglie iniziarono a interessarsi alle criptovalute. I due hanno raccontato di aver interpretato l’ingresso nel settore come una chiamata divina. In base alle loro successive testimonianze giudiziarie, l’episodio iniziale risalirebbe all’ottobre di quell’anno, dopo un regalo in criptovaluta ricevuto da familiari.

Da lì sarebbe maturata l’idea di proporre asset digitali ad altri cristiani e, in seguito, di creare una valuta proprietaria. I Regalado non avevano esperienza specifica nel comparto crypto, ma lanciarono INDXcoin imparando strada facendo e coinvolgendo dapprima persone vicine: parenti, amici, conoscenti e contatti formati nelle reti evangeliche.

La diffusione di un investimento attraverso relazioni di fiducia non dimostra da sola un illecito. Tuttavia modifica profondamente il modo in cui chi riceve l’offerta ne valuta l’affidabilità. In questo caso, la scelta non veniva percepita soltanto come una scommessa finanziaria: per alcuni acquirenti era sostenuta dal giudizio di ministri di culto, amici di lunga data o figure ritenute credibili nella propria cerchia.

Debbie e Jose Bonilla, una coppia di pensionati citata nell’inchiesta, hanno acquistato INDXcoin dopo averne sentito parlare da amici, a loro volta ministri e investitori. A partire dal novembre 2022 hanno ritirato in totale 70.000 dollari dai rispettivi conti pensionistici, una parte consistente dei loro risparmi. Entro circa un anno dall’acquisto, il progetto aveva però smesso di reggere e il capitale risultava perduto.

Il collasso e le domande sul denaro raccolto

Il fallimento di INDXcoin ha lasciato gli investitori con un danno che, per molti, non era assorbibile. Chi aveva destinato al token denaro proveniente da pensioni, risparmi familiari o liquidazioni non si è trovato davanti alla normale volatilità di un asset quotato e liquido, ma all’impossibilità di recuperare quanto affidato al progetto.

Il reportage segnala che alcuni partecipanti si sono chiesti dove siano finite le somme raccolte e se l’operazione possa configurare una frode. Sono interrogativi centrali, ma non equivalgono a una sentenza: le accuse e le contestazioni relative al caso devono essere distinte dall’accertamento delle responsabilità nelle sedi competenti.

Resta comunque il dato materiale: oltre 3 milioni di dollari sono entrati nel circuito creato attorno a INDXcoin e gli investitori hanno perso tutto. Per chi aveva aderito sulla base di rapporti personali o convinzioni religiose, la perdita ha anche una dimensione che va oltre il portafoglio. Viene meno la fiducia in persone considerate guide, in amici che avevano consigliato l’investimento e nella comunità che aveva fatto da cassa di risonanza.

La vicenda illustra inoltre un problema ricorrente dei token progettati e distribuiti al di fuori delle principali piattaforme e dei mercati regolamentati: capire che cosa dia loro valore, chi controlli effettivamente le risorse raccolte, quali vincoli esistano sugli emittenti e se sia possibile uscire dall’investimento. Senza risposte verificabili a queste domande, la promessa di una futura crescita può trasformarsi rapidamente in un trasferimento di denaro verso soggetti che gli acquirenti non sono in grado di controllare.

Un terreno favorevole alle truffe crypto

Il contesto in cui è nata INDXcoin è quello di un mercato che continua a mescolare sperimentazione, speculazione e frodi. L’interesse per gli asset digitali ha prodotto casi di successo molto visibili, alimentando l’idea che basti entrare presto in un progetto per ottenere rendimenti fuori scala. Ma la stessa facilità con cui si può emettere una nuova moneta abbassa enormemente la soglia d’accesso anche per iniziative opache o prive di basi economiche.

CoinMarketCap ha rilevato che soltanto nell’agosto 2026 sono state create oltre 3 milioni di criptovalute. È un numero che rende evidente la sproporzione tra la quantità di token disponibili e la capacità di investitori non professionali di analizzarli uno per uno. Nella maggior parte dei casi, infatti, non esistono dati finanziari consolidati, bilanci sottoposti a revisione o meccanismi di tutela paragonabili a quelli delle offerte d’investimento più convenzionali.

Secondo Chainalysis, nel 2025 i truffatori crypto hanno incassato almeno 14 miliardi di dollari nel mondo, il 17% in più rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti, le vittime di schemi fraudolenti di investimento in criptovalute hanno denunciato all’FBI perdite per 7,2 miliardi di dollari. I due dati non definiscono automaticamente la natura di ogni progetto fallito, ma mostrano la scala di un ecosistema nel quale promesse difficili da verificare possono raggiungere rapidamente risparmiatori inesperti.

Jason Ghetian, ex agente speciale dell’FBI e testimone esperto in casi crypto, sintetizza il problema osservando che creare una criptovaluta è alla portata di chiunque. L’atto tecnico di generare un token, dunque, non è una prova della solidità di un’impresa né dell’esistenza di una domanda reale. Tanto meno certifica la correttezza di chi lo promuove.

Le cautele che il caso rende indispensabili

Il caso Regalado mette in luce una vulnerabilità precisa: gli schemi di investimento diventano più persuasivi quando si appoggiano a un’identità condivisa, religiosa, professionale o familiare. In questi contesti, un consiglio può sembrare più sicuro perché arriva da qualcuno che appartiene allo stesso gruppo. Ma la fiducia non sostituisce l’analisi del rischio, né rende un token liquido, regolamentato o sostenibile.

  • Verificare chi emette il token, dove vengono custoditi i fondi e chi può disporne.
  • Capire se esiste un mercato reale sul quale vendere l’asset e a quali condizioni.
  • Diffidare di rendimenti impliciti o espliciti collegati a profezie, certezze morali o pressioni di gruppo.
  • Non investire risparmi pensionistici o somme essenziali in strumenti che non si comprendono pienamente.

Per gli investitori di INDXcoin queste cautele arrivano troppo tardi. L’attenzione ora è concentrata sulle somme raccolte, sulle responsabilità di chi ha ideato e promosso il progetto e sulle eventuali conseguenze giudiziarie. La storia, intanto, aggiunge un precedente significativo al dibattito sulla protezione dei consumatori nel settore crypto: quando una moneta digitale viene venduta come espressione di fiducia spirituale, la perdita economica rischia di lasciare dietro di sé una frattura molto più ampia.

Fonti