La politica industriale americana sta cambiando forma. Per decenni Washington ha finanziato tecnologie strategiche attraverso grant, contratti pubblici, università e programmi della difesa. Nel quantum sta aggiungendo un elemento più diretto: partecipazioni azionarie nelle aziende che ricevano sostegno federale.
L’8 settembre Rigetti Computing, D-Wave Quantum e Quantinuum hanno finalizzato accordi con il Dipartimento del Commercio statunitense per 100 milioni di dollari ciascuna nell’ambito del CHIPS and Science Act. Nello stesso giorno GlobalFoundries ha annunciato un accordo definitivo da 375 milioni per espandere ricerca e capacità produttiva legate ai semiconduttori quantistici.
La cifra complessiva dei nuovi accordi annunciati supera quindi 675 milioni di dollari. Ma il dettaglio più interessante non è il totale. Nei casi di Rigetti e D-Wave, i documenti pubblici depositati alla SEC mostrano esplicitamente che il Dipartimento del Commercio riceve azioni o una partecipazione minoritaria e non di controllo come parte dell’accordo. Il Wall Street Journal riporta una struttura analoga anche per Quantinuum.
Non è nazionalizzazione e non significa che il governo gestirà queste aziende. È piuttosto un tentativo di costruire una politica industriale in cui il contribuente non finanzia soltanto il rischio, ma può partecipare almeno in parte al valore creato se la tecnologia diventa commerciale.
Perché il quantum è entrato nel CHIPS Act
Il CHIPS and Science Act è nato soprattutto come risposta alla vulnerabilità della catena dei semiconduttori. Il quantum allarga il problema: non basta finanziare la ricerca teorica se i componenti necessari per costruire sistemi su larga scala dipendono da supply chain fragili o da processi produttivi che non esistono ancora in forma industriale.
I computer quantistici utilizzano architetture molto diverse. Rigetti lavora su qubit superconduttivi; D-Wave combina sistemi di quantum annealing con una roadmap gate-model; Quantinuum sviluppa macchine a ioni intrappolati. Ciascun approccio richiede componenti, packaging, elettronica di controllo e processi di fabbricazione specifici.
La strategia del Dipartimento del Commercio è quindi deliberatamente “portfolio”: finanziare modalità differenti e, contemporaneamente, rafforzare aziende come GlobalFoundries che possono produrre componenti per più architetture.
Rigetti: 100 milioni per scalare il superconduttivo
Rigetti ha firmato un accordo definitivo da 100 milioni di dollari per tre progetti di ricerca e sviluppo destinati ad affrontare colli di bottiglia nella scalabilità dei computer quantistici superconduttivi.
Il filing SEC rende visibile anche la parte finanziaria. In relazione all’accordo, Rigetti ha accettato di emettere al Dipartimento del Commercio 7.739.938 azioni ordinarie, a un prezzo implicito di 12,92 dollari per azione. Le azioni sono soggette a condizioni e limiti, inclusi meccanismi collegati all’effettiva erogazione dei fondi.
È un esempio particolarmente chiaro del nuovo modello: l’aiuto federale non viene trattato come denaro a fondo perduto completamente separato dalla struttura proprietaria della società.
D-Wave: fondi per annealing e gate-model
D-Wave ha finalizzato a sua volta un accordo per un massimo di 100 milioni di dollari. L’azienda dice che i fondi sosterranno sia la sua piattaforma di annealing sia lo sviluppo dei sistemi gate-model.
Tra gli obiettivi dichiarati ci sono una generazione di sistemi annealing fino a 100.000 qubit e una roadmap gate-model orientata a 10.000 qubit fisici e 100 qubit logici. Sono target aziendali, non risultati già raggiunti, e il valore reale dipenderà da qualità dei qubit, error correction e prestazioni applicative, non dal numero grezzo.
D-Wave specifica nel proprio comunicato che il Dipartimento del Commercio riceverà una quota minoritaria e non di controllo come condizione dell’award.
Quantinuum punta sulla produzione dei componenti
Quantinuum utilizzerà il proprio award da 100 milioni per ricerca e capacità manifatturiera legata ai computer a ioni intrappolati. L’azienda ha indicato GlobalFoundries tra i partner per la produzione di ion trap ed elettronica su wafer da 300 millimetri, mentre Monarch Quantum lavorerà su laser e componenti ottici.
È un dettaglio importante perché mostra cosa significa “industrializzare” il quantum. Il problema non è soltanto aumentare il numero di qubit in laboratorio. Serve costruire componenti ripetibili, processi qualificati, fornitori affidabili e fabbriche capaci di produrre volumi crescenti.
La transizione è la stessa che ha trasformato i semiconduttori classici: un prototipo eccezionale non è ancora un’industria. Un’industria nasce quando il processo può essere ripetuto con resa, qualità e costi prevedibili.
GlobalFoundries è forse il pezzo più strutturale
Il finanziamento da 375 milioni di dollari a GlobalFoundries può apparire meno spettacolare perché non riguarda un computer quantistico completo. In realtà potrebbe essere il pezzo più infrastrutturale dell’intero programma.
La società vuole espandere la propria divisione Quantum Technology Solutions e creare negli Stati Uniti capacità di produzione accessibile a più architetture quantistiche. L’obiettivo dichiarato è aiutare le aziende a passare dalla ricerca e dal prototipo alla produzione commerciale.
Nel quantum esiste infatti un problema simile a quello vissuto dalle startup di chip tradizionali: anche una grande idea non serve se non hai accesso a una foundry in grado di produrla con qualità industriale.
Lo Stato diventa azionista perché il rischio è enorme
Il quantum è ancora un mercato profondamente incerto. Non esiste consenso su quale architettura vincerà, quando arriveranno sistemi fault-tolerant economicamente utili o quali applicazioni produrranno per prime valore su larga scala.
Finanziare una sola tecnologia sarebbe quindi una scommessa fragile. Un portafoglio pubblico distribuisce il rischio. Ma l’equity aggiunge una seconda logica: se una delle aziende finanziate cresce enormemente grazie anche al capitale federale, una parte del valore può tornare allo Stato.
Questo modello ha precedenti recenti nella politica industriale americana dei semiconduttori e sta diventando più esplicito. È politicamente attraente perché risponde a una critica classica dei sussidi: il pubblico assume il rischio mentre tutto l’upside rimane privato.
Ma l’equity pubblico crea anche domande difficili
La partecipazione del governo non è priva di problemi. Se Washington possiede quote in più concorrenti, deve evitare di trasformare il supporto tecnologico in favoritismo commerciale. Deve inoltre definire criteri trasparenti per vendita delle partecipazioni, governance e gestione di eventuali conflitti.
Nei documenti di Rigetti, per esempio, il Dipartimento accetta limitazioni sui diritti di voto e sulle modalità di trasferimento delle azioni. Sono meccanismi importanti per mantenere la natura industriale e non gestionale dell’intervento.
C’è poi un rischio di selezione politica: il governo potrebbe sostenere architetture che il mercato o la ricerca finiranno per abbandonare. Ma è proprio qui che la logica di portafoglio cerca di ridurre l’errore, finanziando approcci diversi invece di decretare un unico vincitore.
La vera partita è la supply chain
Il dibattito pubblico sul quantum si concentra quasi sempre sul numero di qubit. Il programma federale mostra una visione diversa: la supremazia tecnologica dipende dalla capacità di costruire l’intera catena.
Servono foundry, laser, elettronica criogenica, packaging, materiali, sistemi di controllo, competenze produttive e personale specializzato. Se questi elementi rimangono artigianali, anche un risultato scientifico eccezionale può impiegare anni per diventare un prodotto.
Gli Stati Uniti stanno quindi cercando di evitare nel quantum ciò che hanno scoperto troppo tardi nei semiconduttori tradizionali: non basta possedere la proprietà intellettuale se la capacità industriale è altrove.
Il quantum entra nella fase in cui bisogna costruire fabbriche, non soltanto paper
I nuovi accordi non dimostrano che il computer quantistico utile sia dietro l’angolo. Non risolvono l’error correction e non indicano quale tecnologia arriverà per prima a un vantaggio economico sostenibile.
Dimostrano però che Washington considera ormai il quantum una capacità industriale strategica e non soltanto un settore di ricerca. È un cambiamento importante.
La prossima fase della corsa non si giocherà esclusivamente nei laboratori universitari o nei benchmark pubblicati dalle aziende. Si giocherà nella capacità di produrre componenti in serie, creare fornitori, aumentare la resa e costruire sistemi ripetibili.
Ed è per questo che l’elemento più significativo dell’8 settembre non è una nuova macchina quantistica. È il governo americano che decide di mettere capitale, capacità manifatturiera e perfino una quota proprietaria nello stesso programma.




