L'ossessione di alcuni utenti sui social network non è nulla di nuovo. Controlli agli ultimi accessi, invio compulsivo di messaggi, continui tentativi di stabilire un contatto con qualcuno senza che quest'ultimo manifesti alcun interesse nella conversazione: questi e molti altri i comportamenti che, da diverso tempo, si sono susseguiti fin troppo spesso tra Facebook, Instagram e Whatsapp, tanto che i colpevoli di questo comportamento non si fanno problemi ad autodefinirsi, scherzosamente, dei veri e propri stalker.

Ma lo stalking, come ben si sa, è un reato e la Corte di Cassazione ha ritenuto opportuno ribadire la sue gravi conseguenze, confermando che sì, lo stalking è reato anche su WhatsApp. E non solo.

Stalking, molestie e ingiurie: i reati di cui si potrebbe essere accusati utilizzando WhatsApp

whatsapp update

Nel momento in cui una persona continua a ricevere messaggi dallo stesso utente senza poter far altro che disattivare la suoneria o tentare di bloccarlo, il fatto subito può generare uno stato d'ansia particolarmente grave. In quest'ottica, non è dunque difficile trovarsi d'accordo con i giudici della Corte: l'invio incontrollato di messaggi tramite WhatsApp (o qualunque altro servizio di messaggistica istantanea) costituisce reato.

La Cassazione ha ritenuto infatti opportuno ricordare che il codice penale, al 612 bis, primo comma, punisce con reclusione anche chi, semplicemente, inoltri troppi messaggi ad una stessa persona. Il reato si perfeziona nel momento in cui il destinatario, non potendo evitare la ricezione, cada in uno stato d'ansia e subisca un turbamento del proprio stato di normale tranquillità. Stando al 612 bis, infatti:

"Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterata, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita".

Nel mirino della norma penale si trovano, dunque, tutte le molestie perpetrate attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione (telefono fisso, cellulari, smartphone) indipendentemente dalla capacità dell'utente di bloccare i tentativi di molestia. Grazie ad un'altra sentenza della Corte di Cassazione, che rende i messaggi inviati tramite WhatsApp utili ai fini di prova, il molestato può presentare le comunicazioni che lo hanno portato al blocco, conversazioni che possono fungere da estremi per una denuncia.

Cattive notizie anche per gli haters: chi utilizza WhatsApp per insultare direttamente qualcuno può essere denunciato per ingiuria. Sono sufficienti più di due messaggi offensivi ricevuti dallo stesso contatto per sporgere denuncia per ingiuria nelle ore diurne, mentre nelle ore notturne si parla di molestie o, nei casi più gravi, di stalking.