Bitcoin

A seguito della quinta direttiva Europea, in Italia, è stato emesso il decreto legislativo 90/2017 che dà, finalmente, una definizione di moneta virtuale, andando a riformare un provvedimento già esistente.

L’art 1, comma 2, lettera QQ del così novellato D. Lgs. 231/2007 la definisce come “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”. La definizione di moneta virtuale rappresenta uno spiraglio per il settore, una sorta di riconoscimento “ufficiale” dell’esistenza del fenomeno anche da parte delle Istituzioni, sempre restie ad “avallare” sistemi di pagamento che non siano sottoposti a un controllo governativo e statale centralizzato.

A livello processuale, in un caso di specie, il pignoramento presso terzi è avvenuto effettuandolo presso l’Exchange, il quale deteneva le somme virtuali presso di sé, comprese anche quelle appartenenti al cliente/debitore, alla stregua di un custodian wallet, presso cui agire a tutela del proprio credito.

Un primo esempio di moneta virtuale è avvenuto a Livorno, in tempi non sospetti e patrocinato da un collega del luogo: un barista, nell’esercizio della sua attività, rilasciava foglietti di carta in cui segnava un eventuale credito di un cliente, cui avanza dei soldi in mancanza di monete per il resto. Questo creava un vero e proprio sistema virtuale di pagamento, perché il semplice pezzo di carta diventava un titolo “liquido ed esigibile”, a tutti gli effetti, che “monetizzava” il credito per compensazione, fino ad esaurimento. Sennonché l’ingegnoso ma incauto gestore si è trovato, ahimè, a dover pagare una multa proprio perché la detta condotta contravveniva all’art 1277 c.c., che recita: “I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale. Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima”.

Spiraglio al dettato del citato suddetto articolo è proprio l’art. successivo del codice civile, il 1278 c.c., che parimenti afferma: “Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento”. La negazione dà, ad oggi, uno spazio di manovra anche per “giustificare”, utilizzando sempre e rigorosamente la c.d. “clausola effettiva”, un pagamento con moneta virtuale.

Ex art. 1279 c.c, infatti, La disposizione dell’articolo precedente (1278 c.c.) non si applica, se la moneta non avente corso legale nello Stato è indicata con la clausola “effettivo” o altra equivalente, salvo che alla scadenza dell’obbligazione non sia possibile procurarsi tale moneta.

Il segreto è nella definizione stessa di bitcoin: “moneta a base volontaria”.

Sembra che il fenomeno, anche grazie alla diffusione dei sistemi a registri distribuiti, si stia allargando, ponendo i professionisti nella condizione di doversi aggiornare e adeguare al progresso straniero.