Riparare Unione Europea

Il marchio, in diritto, indica un qualunque segno suscettibile di essere rappresentato graficamente, in particolare, parole (compresi i nomi di persone), disegni, lettere, cifre, suoni, forma di un prodotto o della confezione di esso, combinazioni o tonalità cromatiche, purché sia idoneo a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa da quelli delle altre.

Pertanto uno dei capisaldi a fondamento del marchio è il suo carattere distintivo, da cui deriva, in capo al titolare, un diritto di utilizzo in via esclusiva, al pari di un monopolio.

Il marchio diviene “simbolo”, dotato di valore suggestivo, in grado di comunicare al pubblico un messaggio, quindi legato al prodotto di cui diviene “immagine” e portando con sé la tutela giuridica anche del cd “selling power”, cioè della sua capacità di vendita.

È di recente attualità la firma di un protocollo d’intesa fra il Belpaese e la nuova potenza economica mondiale, la Cina, che sotto la guida del leader del Partito Comunista di Xi Jinping vuole tornare ad essere protagonista della storia, con la Belt and Road Initiative (BRI) o, come viene definita, La Nuova Via della Seta. Al di là degli accordi economici e commerciali, oltre che politici, dietro questo “Chinese Dream”, emergono notevoli nodi legislativi e normativi, per permettere una cooperazione all’insegna di un rispetto legale reciproco. Ne parlo in quanto uno dei problemi, a mio parere, che potrebbero legittimamente insorgere, a fronte di nuovi business, è la riconoscibilità dei marchi italiani in territorio cinese, nonché la disciplina cinese in ambito “trademark”.

Ufficio Cinese per la registrazione marchi

Molte aziende, non solo italiane, corrono il rischio di operare senza aver preventivamente registrato il loro brand in quella regione. Ciò comporta, innanzitutto, l’impossibilità di vedersi tutelati di fronte a violazioni e contraffazioni da parte di qualche locale con troppa inventiva. In secondo luogo, gli imprenditori nostrani rischiano inoltre di essere citati in giudizio dagli abusivi del proprio marchio, magari per contraffazione. Si tratta di un paradosso, questo, meno irrealizzabile di quanto si potrebbe immaginare.

Pertanto forse occorre delineare i requisiti necessari alla registrazione dei marchi nel territorio del Drago.

A livello globale, un segno di marchio identifica l’uso specifico o primario di un particolare bene o servizio, consentendo ai consumatori di distinguere tra i prodotti o i servizi di diversi produttori.

Per essere ammessi alla registrazione in Cina il marchio deve essere:

  • Legale: non può rappresentare né graficamente né nominalmente il nome di uno Stato, o la sua bandiera, né essere contrario alle regole di buona fede e correttezza.
  • Distintivo: facilmente riconoscibile e tale da non ingenerare confusione nel pubblico, rispetto ad altri marchi
  • Non funzionale: in Cina, non sono ammessi marchi che fanno riferimento alla natura o al modello del bene o servizio cui si riferiscono (non posso creare un marchio “legno” se vendo e produco legno, in quanto è un nome generico e un bene di tutti e pertanto utilizzabile da chiunque). Lo stesso vale anche per un servizio, che abbia ad oggetto un effetto tecnico, perché registrarlo in capo ad un solo soggetto, creerebbe confusione nel pubblico e concorrenza sleale verso altri fornitori del medesimo servizio. 
  • Disponibile: esiste il CTMO, database consultabile online, contenente anche approvazioni in corso, rinnovi e modifiche, per verificare la priorità del proprio logo/marchio.

Per depositare la domanda, ci si deve rivolgere presso l’ufficio del marchio cinese (CTMO) o presentare la domanda tramite l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (OMPI).

Anche in Cina vige la Classificazione di Nizza del 1957, ma con qualche particolarità: ogni classe di prodotti o servizi, contiene una serie di sottoclassi, per cui un marchio può essere registrato da più aziende, sebbene in sottoclassi differenti e non simili. La registrazione dovrà coprire, specificatamente, tutti i prodotti e servizi pertinenti, in ciascuna delle sottoclassi, relativi all’ambito di riferimento e di interesse, su cui l’azienda andrà ad operare.

Ricordo, che dal 1° gennaio 2019, è entrata in vigore la versione aggiornata della classificazione di Nizza. I titolari di diritti su marchi esistenti in Cina dovrebbero adattare le specifiche nelle loro registrazioni originali all’ultima tabella di classificazione cinese. L’ultima versione include specifiche aggiornate di beni e servizi e l’aggiunta di nuovi prodotti e servizi.

Alla procedura sopra descritta si aggiunge una difficoltà non da poco: le imprese straniere che intendano operare in Cina dovrebbero essere consce del fatto che il loro marchio in caratteri romani non le proteggerà completamente contro la violazione (lo stesso marchio o simile può essere registrato in caratteri cinesi da un’altra azienda). Va detto però che, se la traduzione letterale del marchio in lingua autoctona comporterà un nome e un suono fonetico differente, questo potrà determinare, come nei casi che elencherò a breve, un calo della popolarità di quel brand stesso. È quanto accaduto sia alla Ralph Lauren, la cui traduzione in cinese era, in ideogrammi “San Jiao Ma”, o, viceversa, alla Mercedes-Benz, la cui pronuncia in cinese portava a tradurre “Benz” come “Bensi” che significa “veloce a morire“.

I richiedenti stranieri devono presentare le proprie domande di registrazione del marchio al CTMO, tramite un agente di registro, se non hanno una residenza o una sede in Cina. Il motivo per cui si è stabilito questo sistema è perché dà alle aziende locali un maggiore controllo sul processo di registrazione, in particolare nella determinazione di quale classe e sottoclasse il nuovo marchio andrà a coprire. I candidati stranieri devono registrare la versione cinese o una traduzione diretta del proprio marchio, per evitare qualsiasi errore di comunicazione o violazione. Cosa “facile” solo quando il marchio, nella traduzione letterale, riprende le parole che si hanno anche nella lingua di origine (Palmolive, ad esempio, è una combinazione della traduzione delle parole Palma e Oliva). La combinazione di traduzione letterale e fonetica, è la strategia migliore per una facile “riconoscibilità” di un marchio famoso (Coca Cola, ad esempio, diventa ”Ke Kou Ke Le” la cui traduzione è “assaggia e sii felice“).

I tempi di registrazione si aggirano intorno ai quindici mesi, esclusa l’intera la fase di studio e documentale, che raccoglie tutti gli esami sui requisiti di forma e sull’accettabilità del marchio in oggetto.