L'Italia non è il paese delle startup, e a questo ormai siamo abituati. Vediamo le storie dall'estero come quella della Francia, paese in cui ha vinto Macron e che ha inaugurato Station F oppure quelle delle startup che hanno ricevuto investimenti dal gigante giapponese delle telecomunicazioni Softbank. Il ruolo del nostro paese è marginale con il digitale e l'innovazione che, almeno apparentemente, non sono considerati strategici. Come ben sappiamo il popolo italiano è fatto di risparmiatori come ha dimostrato il successo dei PIR, i Piani Individuali di Risparmio. Proprio da questi PIR è arrivata una speranza, puntualmente tradita dal parlamento. Fosse solo questo il problema…

Cosa sono i PIR e come avrebbero dovuto aiutare le startup?

I Piani Individuali di Risparmio sono un nuovo strumento d'investimento a medio termine (almeno 5 anni) con un impegno a investire in imprese fortemente presenti in Italia e anche di piccole dimensioni. Il giorno dell'Immacolata ci ha portato un'indiscrezione interessante: l'interesse a inserire nella legge di bilancio l'obbligo di investire il 3% dei PIR in imprese innovative. Questa soluzione avrebbe liberato importanti capitali privati a favore delle startup italiane, notoriamente sottofinanziate e con una difficoltà a ottenere l'accesso ai capitali.

Due giorni fa è stata approvata la legge finanziaria e purtroppo questi emendamenti non sono stati inseriti. L'ecosistema startup è ancora fermo, pronto a partire, non si sa quando però.

A seguito di questo fatto ci sono state infatti delle prese di posizione da parte di influencer importanti nel settore, come Salvo Mizzi, che è stato a capo di Invitalia Ventures e Gianluca Dettori, responsabile del fondo di venture capital Dpixel.

Le sorprese della finanziaria non sono finite

La discussione della legge finanziaria è conosciuta anche per essere uno dei momenti di livello più basso del nostro dibattito pubblico, con l'aggravante che i costi sono concreti. Le varie forze politiche riescono infatti a inserire emendamenti clientelari e il settore digitale non è esente.

Nella manovra sono infatti riusciti a inserire un emendamento per acquistare 3 milioni di euro di prestazioni da IsiameD. Lo scopo è "affermare un modello digitale italiano come strumento di valorizzazione economica e sociale del made in Italy". Peccato che nessuno conosca quest'azienda e che nessun ministro sia stato al corrente di quest'emendamento.

Stando alla natura dell'operazione la spesa sembra legata al MiSE ma è avvenuta all'insaputa del ministro Carlo Calenda. Forse è stato approvato l'emendamento parlamentare promosso dal gruppo di Verdini mentre il ministro si trovava in Sardegna per la vertenza ALCOA. Il clientelismo è così presente che un ministro non può neppure allontanarsi da Roma a quanto pare.

IsiameD

La situazione assume dei caratteri comici se si analizza la natura di IsiameD, società fondata nel 1974 come "Istituto Italiano per l'Asia e il Mediterraneo". Dal nome non sembra una società nata nel digitale e io come blogger non l'ho mai sentita nominare, ho pensato però inizialmente che fosse una mia mancanza.

Utilizzando il servizio Whois per i domini .eu risulta che il dominio è stato registrato il 16 ottobre 2016 e analizzando il sito web si può notare che è davvero scarno e poco trasparente. Non è infatti presente una presentazione del team e non è presente neppure un portfolio, per vedere le imprese e le pubbliche amministrazioni che li hanno chiamati come consulenti, sempre che ce ne siano.

La vicenda non è trasparente e anche ammessa la necessità di migliorare la promozione dell'Italia nel digitale l'impresa suggerita dai parlamentari di ALA non sembra quella adatta. Vedremo i risultati nei prossimi anni e comunque ci possiamo consolare col fatto che il parlamento ha deciso di supportare un'impresa digitale.