I PIR, Piani Individuali di Risparmio sono lo strumento lanciato per promuovere la ricapitalizzazione delle imprese attraverso l’ingresso di piccoli investitori. Uno strumento con un grande potenziale per sostenere il tessuto produttivo italiano composto in larga parte di imprese potenzialmente molto competitive ma sottocapitalizzate. Un’analisi di JEME, Deloitte e Nctm ha fatto luce su questo fenomeno evidenziando però il rischio di una bolla in mancanza di IPO.

PIR, Piani Individuali di Risparmio

I PIR sono una forma di investimento fiscalmente agevolata introdotta con la legge di Bilancio 2017 per aprire le piccole e medie imprese al mercato dei capitali, con l’obiettivo di colmare i gap di competitività. La difficoltà a comprendere le performance delle imprese non quotate le rende poco attrattive per gli investitori e questo ha finora chiuso loro il mercato dei capitali.

Lo strumento riesce dunque a convogliare l’elevata, anche se in calo, propensione al risparmio degli italiani a sostegno delle imprese e ha ottenuto ottimi risultati. Nei primi 18 mesi sono stati infatti raccolti quasi 15 miliardi di euro e la raccolta complessiva potrebbe arrivare a 67,9 miliardi di euro entro il 2021, contro una previsione iniziale di 16 miliardi.

Il rischio paese

Come tutti gli investimenti i PIR non sono esenti da rischi e alcuni di essi derivano dalla natura dello strumento in sé. Se da un lato è nato con l’idea di promuovere gli investimenti in Italia, dall’altro imporre una composizione legata a un solo paese lega fortemente il rischio del portafoglio al rischio paese.

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Fonte dati: Paper JEME, Deloitte, Nctm

Come riportato nel paper, le azioni non italiane hanno avuto performance nettamente migliori sia nell’orizzonte temporale 1900-2016 che in quello più stretto 2000-2016. Questi dati potrebbero dunque far pensare che in linea generale per un investitore sia più conveniente, oltre che meno rischioso, investire su un portafoglio più diversificato.

Il problema delle IPO

I PIR puntano a un settore di imprese già quotate che al momento ha un valore molto ridotto e arriverebbero a detenere, secondo le stime, il 30% del flottante Small e Mid cap di Piazza Affari entro il 2022. Questo aumento di domanda per le azioni in questione potrebbe dunque portare alla concretizzazione di una bolla. Questo rischio può essere scongiurato con un aumento dell’offerta di titoli PIR-eligible che potrebbe arrivare dall’aumento di strumenti mediati da fondi di private equity per indirizzare i PIR anche verso società non quotate. L’altra soluzione per ottenere un aumento dell’offerta di titoli sarebbe una crescita del numero di IPO anche se le performance raggiunte da AIM nel 2018 non sono incoraggianti.

Per maggiori informazioni potete leggere il paper integrale realizzato dallo studio legale Nctm, la società di revisione Deloitte e JEME, Junior Enterprise degli studenti dell’Università Bocconi.