Parlamento Europeo

Nonostante ci troviamo nel periodo estivo, sinonimo di ferie e riposo, l’ultima settimana al parlamento Europeo è stata infuocata più che mai e non solo per le temperature raggiunte. La prima settimana di luglio 2017, l’ultima per quanta riguarda l’operatività dell’apparato riformativo, aveva tanti potenziali temi da trattare, in primis la scottante riforma sul copyright.

Risultati poco convincenti

Il dibattito si è svolto in commissione JURI con il voto nelle commissioni ITRE e CULT ed il tutto con risultati davvero poco incoraggianti. Il trattamento del caso non si sta svolgendo nel giusto criterio e con soluzioni al limite dell’incredibile. Primo su tutti, l’ultimo caso di “sparizione”, per via della nomina al Parlamento Maltese di Therese Comodini Cachia (PPE), dell’europarlamentare titolare del fascicolo e che ha quindi dovuto lasciare l’attuale seggio.

Il vero problema nasce dal momento che il suo successore Alex Voss (PPE), più vicino alle affermazioni della commissione EU, non è della stessa posizione del predecessore che voleva trovare una posizione comune tra i vari gruppi parlamentari nel momento della delibera della legge.

Lo stesso Voss durante l’ultimo incontro ha appoggiato la soluzione della commissione in favore degli editori di notizie che prevede la connessione di un nuovo diritto e la non estensione dell’eccezione di estrazione di testo e dati, per adesso rivolta solo agli istituti di ricerca. Inoltre questa prevede l’obbligo di filtro dei contenuti per le piattaforme come i social network, in modo che non violino l’art.13.

Un parlamento sempre più diviso

Tutto ciò ha portato alla vanificazione di tutti gli sforzi della Comodini e ha fatto emergere un ulteriore fattore compromettente di un dibattito che si trasforma sempre più in una sorta di guerra fredda, facendo notare come lo stesso parlamento sia profondamente diviso sulla tematica trattata.

A dimostrazione di ciò, ci sono le circa 700 proposte di emendamento e la mancanza di una posizione di accordo comune nei due partiti principali: il Partito Polare Europeo (PPE) e il partito dei Socialdemocratici (S&D).

Non è tutto qui, in quanto vi sono contrasti anche sugli accordi per quanto riguarda l’art. 11 e l’art. 13 da parte del mondo accademico e di quello delle startup. Questo per via degli attuali contrasti tra giornali e social network, sulla questione della gestione introiti riguardo al link delle notizie e lo sforzo economico richiesto alle startup, in caso passi la norma sullo sviluppo dei filtri e vigilanza.

Proprio riguardo a queste due posizioni di “rifiuto”, Julia Reda, appartenente al partito dei pirati tedeschi, e l’esponente del movimento 5 stelle, Isabella Adinolfi, hanno sottolineato come questi contrasti siano reali e concreti. D’altronde entrambe, sono a favore di una soluzione che preveda un accordo comune e la stessa Adinolfi, aveva proposto un’estensione delle eccezioni sull’art.3, per text e data mining.

Una proposta importante poichè permetterebbe ad enti di ricerca ed università di utilizzare determinate tipologie di dati per analisi e sviluppo di ricerche, senza passare per i rigidi protocolli del diritto d’autore.

Cloud, niente più film e musica

La situazione peggiora ulteriormente dando uno sguardo ai report sul voto delle commissioni ITRE e CULT. Proprio quest’ultima ha irrigidito e modificato il testo estendendo l’obbligo di controllo alle piattaforme cloud, ove non sarà più possibile caricare contenuti multimediali sotto diritto d’autore, nemmeno in caso l’utente possieda il contenuto con una certificazione di acquisto regolamentare.

copyright

Per essere autorizzati all’upload sarà infatti necessario che la piattaforma interessata possieda dei sistemi di filtraggio e monitoraggio per l’eventuale violazione copyright dei contenuti appena immessi. Questo ovviamente porterà compagnie come SoundCloud ad un rapido declino, anche in vista delle prossime mosse della stessa commissione CULT, in quanto attualmente mira ad avere un maggiore controllo del testo in tale direzione.