Martedì Elon Musk ha scosso i mercati con un tweet in cui ha annunciato la volontà di trasformare Tesla in una private company e abbandonare Wall Street. La pronta risposta è stata una crescita del volume delle contrattazioni e del prezzo dell'azione, arrivata a 379,57 $ al termine della sessione di martedì ma sceso a 370,34 $ dopo la sessione di ieri, con un calo del 2,43%. L'intera vicenda è finita sotto la lente della SEC (equivalente all'italiana CONSOB), in particolare per due parole contenute nel tweet.

La decisione su Tesla non è definitiva

In un tweet pubblicato poco dopo Elon Musk ha affermato che la decisione su Tesla non è ancora operativa ed è necessario il voto favorevole degli azionisti proprietari della maggior parte della società. La decisione non è stata valutata e a questo punto è dunque prematuro considerare operativa la decisione del CEO, che comunque possiede il 20% della società. Bisogna anche considerare la presenza tra gli azionisti di sostenitori chiave di questo processo di privatizzazione, ruolo che ad esempio, come abbiamo riportato anche nel precedente articolo, potrebbe essere del fondo sovrano dell'Arabia Saudita con una quota prossima al 5% della società.

Il tweet di Elon Musk sotto la lente della SEC

Uno dei motivi per cui probabilmente il CEO non apprezza la formula della public company è il livello di regolamentazione, probabilmente visto come opprimente da un manager sopra le righe come Musk. Tutte le dichiarazioni pubbliche possono finire sotto la lente della SEC, come è avvenuto anche per il primo tweet.

L'investigazione si concentrerà sulle parole "Funding secured". Il grado di pubblicità della comunicazione è valido vista la scelta di Twitter seguita da un comunicato aziendale ma le parole in questione rappresentano un impegno importante. Saranno probabilmente richieste maggiori informazioni sugli investitori in grado di garantire la possibilità di ricomprare le azioni a quel prezzo. Qualora questi investitori non esistessero, il CEO rischierebbe ripercussioni civili e penali per la manipolazione del mercato.

Altre opzioni oltre l'Arabia Saudita?

Le banche possono offrire un supporto in queste situazioni ma a quanto risulta non sono state contattate da Tesla e dunque è improbabile che siano la garanzia di Musk. Potrebbe sperare in un supporto proveniente da investitori della Silicon Valley, ma la liquidità necessaria, che potrebbe essere fino a 57 miliardi di dollari, sembra un ostacolo verso questa soluzione. Investitori istituzionali statunitensi potrebbero invece non apprezzare il grado di rischio di questo investimento, visto che si tratterebbe di una società non quotata.

Gli investitori stranieri hanno l'ostacolo del fondo CFIUS, il Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti, che potrebbe non gradire l'ingresso di investitori esteri come azionisti di maggioranza in una delle società più innovative del settore automobilistico a stelle e strisce.

Questo potrebbe essere un ostacolo per un investitore come Tencent o come il fondo Vision di Softbank. La prima società è cinese e il secondo è un fondo fortemente legato alla Cina, fattore che potrebbe non essere gradito nel contesto attuale di guerra commerciale. Il fondo Vision dovrebbe inoltre impegnare in un solo investimento ampia parte del proprio capitale con una società, Tesla, che Softbank considera sopravvalutata secondo fonti del Financial Times. Rimane aperta la possibilità ipotizzata di un ruolo attivo del fondo d'investimento dell'Arabia Saudita, già proprietario del 3-5% di Tesla, investitore estero ma di uno stato considerato pienamente alleato.