Quando Armando Siri dice che «uno Stato che obbliga il cittadino a mettere i soldi in banca» deve allora obbligare anche le banche a garantire un conto corrente, usa una formula volutamente polemica, costruita per colpire un punto che nella discussione pubblica italiana viene spesso lasciato sullo sfondo. Nessuna norma, presa alla lettera, impone a ogni cittadino di depositare tutto il proprio denaro in banca sotto minaccia penale; e tuttavia il sistema economico, fiscale e amministrativo ha progressivamente reso il rapporto con il circuito bancario così pervasivo da trasformarlo, per moltissime persone e per quasi tutte le imprese, da servizio accessorio a condizione pratica di partecipazione alla vita economica.
È precisamente dentro questa contraddizione che la battaglia di Siri acquista interesse, soprattutto perché non nasce da una dichiarazione estemporanea legata al risiko bancario dell’estate 2026. Nell’intervista a Repubblica del 22 agosto, il capo dei dipartimenti della Lega ha riproposto il «diritto al conto corrente» come una garanzia da riconoscere ai risparmiatori; ma la sua iniziativa politica sul tema risale a più di sei anni fa, quando l’11 febbraio 2020 presentò al Senato il disegno di legge 1712, dedicato proprio all’utilizzo e all’erogazione del rapporto di conto corrente. Quel testo stabiliva, in una formulazione molto netta, che la banca non potesse sottrarsi all’apertura di un conto e non potesse recedere unilateralmente quando il saldo fosse attivo.
Vista oggi, la proposta appare meno eccentrica di quanto potesse sembrare allora, perché nel frattempo il problema dell’accesso ai servizi bancari è entrato stabilmente nell’agenda delle istituzioni. La Camera ha approvato il 23 luglio 2025 un testo unificato che introduce nel Codice civile un nuovo articolo 1857-bis, con l’obiettivo di obbligare le banche a stipulare un contratto di conto corrente con chi lo richieda, fatta salva l’applicazione delle norme antiriciclaggio e antiterrorismo; il provvedimento è ora al Senato con il numero 1595 ed è ancora all’esame della Commissione Finanze. Non si tratta dunque di un principio rimasto confinato alla propaganda di partito: è diventato materia legislativa concreta, con audizioni di ABI, Banca d’Italia, associazioni dei consumatori e rappresentanze professionali.
Il merito della tesi di Siri è aver visto prima degli altri che il conto non è più un prodotto come gli altri
Il conto corrente resta giuridicamente un contratto offerto da un’impresa privata, e nessuna discussione seria può fingere che le banche siano uffici pubblici. Il punto, però, è capire se tutti i servizi offerti da un’impresa abbiano la stessa funzione sociale. Un mutuo, un fido o una carta di credito comportano assunzione di rischio, valutazione del merito creditizio e impiego di capitale; un conto di pagamento con saldo positivo svolge invece, prima di tutto, la funzione di permettere a una persona o a un’impresa di custodire denaro, ricevere accrediti, effettuare bonifici, pagare utenze, usare strumenti elettronici e muoversi dentro un’economia che lo Stato stesso ha reso sempre più tracciabile.
Dal 1° luglio 2018, per esempio, i datori di lavoro non possono normalmente pagare le retribuzioni in contanti direttamente al lavoratore: la legge impone modalità tracciabili attraverso una banca o un ufficio postale, includendo bonifici, strumenti elettronici e altre procedure previste dalla normativa. A questo si sommano i limiti all’uso del contante, la diffusione dei pagamenti digitali, la domiciliazione delle utenze, i rapporti fiscali, i rimborsi, gli incassi professionali e le normali esigenze di un’attività economica. È quindi comprensibile la domanda posta da Siri: se l’ordinamento spinge con forza cittadini e imprese dentro il sistema dei pagamenti tracciabili, quanto può essere lasciato alla pura discrezionalità commerciale il diritto di accedere alla porta d’ingresso di quel sistema?
La questione diventa ancora più evidente per professionisti, piccole aziende, associazioni e soggetti che non chiedono credito ma hanno semplicemente bisogno di un’infrastruttura per ricevere e movimentare fondi propri. Senza un conto, un’impresa non torna a vivere in un’economia del contante: rischia di non poter pagare fornitori con normalità, incassare clienti, versare imposte o gestire i rapporti con dipendenti e pubbliche amministrazioni. È proprio qui che la distinzione tra servizio bancario commerciale e infrastruttura economica essenziale comincia a perdere nitidezza.
Per i consumatori un diritto esiste già, e questo rende la proposta meno rivoluzionaria di quanto sembri
L’argomento più forte a favore dell’impostazione di Siri è che l’ordinamento italiano ed europeo riconosce già, almeno per una categoria di utenti, il principio secondo cui l’accesso ai servizi di pagamento essenziali non può dipendere interamente dalla volontà della banca. La direttiva europea 2014/92 ha introdotto il conto di pagamento con caratteristiche di base, recepito in Italia con il decreto legislativo 37 del 2017. I consumatori che soggiornano legalmente nell’Unione europea hanno diritto a richiederlo e gli intermediari possono rifiutarlo soltanto in casi tipizzati, tra cui la mancanza dei requisiti o la necessità di rispettare la normativa antiriciclaggio.
Il conto di base permette di depositare e prelevare denaro, ricevere ed eseguire pagamenti e utilizzare gli strumenti indispensabili per la gestione ordinaria della vita finanziaria. Per alcune categorie economicamente più fragili è gratuito; Banca d’Italia ricorda, per esempio, che in presenza di un ISEE annuo inferiore a 11.600 euro non sono previste spese di apertura o gestione né imposta di bollo. Il principio, dunque, è già stato accettato: quando l’accesso ai pagamenti diventa una componente dell’inclusione economica, la libertà contrattuale della banca può essere limitata e bilanciata con un interesse generale.
Non solo. Il 5 agosto 2026 Banca d’Italia ha pubblicato nuovi orientamenti di vigilanza sul conto di base dopo aver rilevato che, nella pratica, l’accesso a questo prodotto viene talvolta ostacolato o scoraggiato in modo ingiustificato. L’Istituto ha chiesto a banche, Poste e altri prestatori di servizi di pagamento di rimuovere procedure e prassi che rendano più difficile l’esercizio di un diritto già previsto dalla legge. Questo passaggio merita molta attenzione perché dimostra che il tema sollevato da Siri non è una disputa astratta sulla libertà d’impresa: anche dove il diritto esiste formalmente, può essere necessario un intervento dell’autorità affinché quel diritto sia realmente fruibile.
Banca d’Italia non condivide l’obbligo generalizzato, ma riconosce il cuore del problema
La posizione più utile per valutare seriamente la proposta non è quella di chi la sostiene per ragioni politiche, bensì quella di Banca d’Italia, che nell’audizione del 21 luglio 2026 ha espresso riserve tecniche importanti sul disegno di legge senza negare il problema che lo ha generato. Magda Bianco, capo del Dipartimento Tutela della clientela ed educazione finanziaria, ha definito l’inclusione finanziaria «un presupposto essenziale della partecipazione alla vita economica e sociale», spiegando poi che l’attuale disciplina del conto di base tutela già i consumatori e che il vero valore aggiunto della riforma riguarderebbe soprattutto imprenditori, professionisti, associazioni e altri clienti non consumatori.
I dati portati in Senato rendono il tema concreto: tra il 2019 e il 2025 Banca d’Italia ha ricevuto circa 280 esposti collegati a difficoltà nell’apertura o nel mantenimento di un conto di pagamento da parte di soggetti non consumatori. Non è una cifra che autorizzi a descrivere il fenomeno come una chiusura generalizzata dei conti da parte del sistema bancario, e sarebbe scorretto farlo; è però sufficiente per mostrare che esiste una zona di esclusione finanziaria che l’attuale diritto al conto di base non copre.
Ancora più significativo è il passaggio conclusivo dell’audizione, nel quale Banca d’Italia afferma che soluzioni concentrate sui soggetti che oggi non beneficiano di specifiche garanzie, cioè i clienti non consumatori, «possono avere dei meriti» e invita a valutare la previsione di un diritto a ottenere un conto di pagamento, strutturato in modo da contemperare inclusione, sicurezza e sana gestione bancaria. In altre parole, Palazzo Koch non aderisce alla formulazione massimalista secondo cui qualsiasi banca dovrebbe essere costretta ad aprire qualsiasi conto a chiunque; ma riconosce esplicitamente che l’idea di trasformare l’accesso ai servizi di pagamento in un diritto anche per determinate imprese e professionisti è una strada plausibile.
È qui che l’intuizione politica può diventare una riforma molto solida
Il passaggio decisivo consiste nel separare due questioni che nel dibattito vengono spesso confuse. Garantire il diritto a un conto essenziale non significa obbligare la banca a concedere credito, assumere esposizioni finanziarie o accettare clienti sui quali non sia possibile svolgere gli obblighi di adeguata verifica; significa invece riconoscere che, in assenza di specifiche ragioni di legge, una persona o un’impresa economicamente lecita non dovrebbe essere privata dell’accesso all’infrastruttura attraverso cui passano i pagamenti.
Una riforma costruita bene potrebbe prevedere un conto essenziale per professionisti, imprese e organizzazioni che non trovano accesso al mercato, con servizi limitati ai pagamenti e senza fidi, carte di credito o altre forme di finanziamento. Potrebbe stabilire procedure di ricorso rapide, evitare che il semplice profilo commerciale del cliente diventi motivo sufficiente per l’esclusione e, allo stesso tempo, conservare senza attenuazioni tutti i presidi contro riciclaggio, finanziamento del terrorismo, frodi e sanzioni internazionali. È una soluzione meno ideologica e più robusta, perché protegge il principio che Siri rivendica senza fingere che il sistema bancario possa rinunciare alla gestione del rischio.
Il problema della motivazione del diniego, per esempio, è reale. Il testo approvato dalla Camera prevede che il rifiuto legato alle norme antiriciclaggio venga motivato per iscritto entro dieci giorni, ma Banca d’Italia ha osservato che una spiegazione troppo dettagliata potrebbe confliggere con il divieto di avvertire il cliente dell’esistenza di un sospetto di riciclaggio, il cosiddetto tipping off. Non è una ragione per abbandonare il diritto al conto: è un punto da correggere tecnicamente, distinguendo il diritto del cliente a conoscere l’esito della richiesta dalla necessità dello Stato di non compromettere attività di prevenzione e controllo.
Francia e Belgio mostrano che il diritto al conto non trasforma le banche in ministeri
Il confronto europeo aiuta a liberare il dibattito italiano dall’idea che si tratti di una misura incompatibile, per definizione, con un sistema bancario di mercato. Banca d’Italia ricorda che in Francia esiste un droit au compte relativo ai servizi di base, rivolto potenzialmente a chiunque e accompagnato da una procedura precisa che consente comunque il recesso in casi definiti, per esempio quando il conto venga utilizzato per operazioni sospette o quando il cliente fornisca informazioni scorrette.
Il Belgio ha adottato un modello ancora più interessante per l’Italia, perché prevede un «conto di base business» rivolto a lavoratori autonomi, società, enti non profit, fondazioni e associazioni che abbiano ricevuto almeno tre rifiuti da banche diverse. Dopo il terzo diniego, il richiedente può rivolgersi a un organismo che, previo coinvolgimento dell’unità di informazione finanziaria, individua la banca tenuta ad aprire il rapporto; restano naturalmente possibili i rifiuti nei casi previsti dalla normativa antiriciclaggio o in presenza di gravi condanne finanziarie.
Questi esempi non dimostrano che la proposta italiana debba essere copiata senza adattamenti, ma smontano l’obiezione secondo cui il riconoscimento di un diritto all’accesso bancario sarebbe necessariamente incompatibile con il mercato. La questione è piuttosto come progettare quel diritto, quali servizi includere, chi debba beneficiarne e con quali eccezioni. È una discussione di architettura normativa, non una scelta tra economia di mercato ed economia amministrata.
L’opposizione dell’ABI va ascoltata, ma non basta a chiudere la questione
L’Associazione bancaria italiana ha espresso una contrarietà netta all’obbligo generalizzato, sostenendo che l’attività bancaria ha carattere d’impresa e che imporre a soggetti privati un dovere indiscriminato di contrarre inciderebbe sulla libertà di iniziativa economica e sulla capacità delle banche di valutare rischi operativi, reputazionali e di conformità. L’obiezione ha basi giuridiche serie e Banca d’Italia stessa ha richiamato la necessità di proporzionalità, ricordando che l’autonomia contrattuale è costituzionalmente rilevante.
Ma proprio l’audizione di Banca d’Italia mostra perché l’argomento non sia sufficiente a respingere in blocco l’intuizione di Siri. La libertà d’impresa non è assoluta: l’articolo 41 della Costituzione consente limitazioni giustificate da esigenze di utilità sociale, sicurezza, libertà e dignità, purché siano proporzionate. Nel nostro ordinamento esistono già obblighi a contrarre in settori nei quali il legislatore considera particolarmente rilevante l’accesso a un servizio, come accade con l’assicurazione RC Auto. Non c’è quindi un muro costituzionale che impedisca qualsiasi intervento; c’è l’obbligo, molto più ragionevole, di costruirlo bene.
La posizione più convincente finisce così per trovarsi tra la formulazione originaria di Siri e le cautele tecniche emerse nelle audizioni: il politico ha individuato con grande anticipo il problema, mentre le autorità stanno oggi definendo il perimetro entro cui la soluzione può diventare sostenibile. È precisamente questo il modo in cui spesso maturano le riforme importanti. Prima emerge un principio, talvolta espresso in maniera brutale; poi il lavoro legislativo trasforma quel principio in regole compatibili con il resto dell’ordinamento.
Il conto corrente sta diventando un’infrastruttura di cittadinanza economica
La trasformazione tecnologica rende questa discussione ancora più attuale rispetto al 2020. Pagamenti istantanei, identità digitale, app bancarie, e-commerce, servizi pubblici online e, in prospettiva, euro digitale stanno spostando una quota sempre maggiore della vita economica su infrastrutture che richiedono un’identità finanziaria accessibile e funzionante. Il conto non è l’unico modo possibile di partecipare a questo ecosistema, e nuovi strumenti potranno ridurne la centralità, ma oggi resta il principale punto di raccordo tra reddito, risparmio, pagamenti e rapporti con il sistema economico.
Per questo la battaglia di Siri è più moderna di quanto suggerisca il linguaggio tradizionale della polemica sulle banche. Dietro il tema apparentemente antico del conto corrente c’è una domanda tipica dell’economia digitale: chi controlla l’accesso alle infrastrutture necessarie per esercitare diritti e svolgere attività economiche, e quali garanzie deve avere chi dipende da quelle infrastrutture? È la stessa famiglia di problemi che abbiamo imparato a discutere per le reti di telecomunicazione, per i marketplace digitali, per i sistemi di pagamento e per le grandi piattaforme tecnologiche.
La soluzione non può essere quella di cancellare la capacità delle banche di proteggersi dai rischi né di trasformare ogni rapporto finanziario in un diritto incondizionato. Può però essere quella di affermare una soglia minima: chi opera legalmente, usa denaro proprio e ha bisogno dei servizi essenziali di pagamento non dovrebbe poter essere escluso dal sistema per ragioni opache o puramente commerciali senza una via alternativa effettiva.
È il motivo per cui la frase pronunciata da Siri, depurata dalla parte inevitabilmente provocatoria, contiene un’intuizione destinata a restare nel dibattito anche oltre la singola legislatura. Se lo Stato costruisce un’economia fondata sulla tracciabilità, chiede al cittadino di utilizzare strumenti regolati e rende il circuito dei pagamenti indispensabile per lavorare, incassare e adempiere ai propri obblighi, allora deve anche preoccuparsi che l’accesso a quel circuito non dipenda soltanto dalla convenienza del singolo intermediario.
Sei anni fa questa posizione sembrava una forzatura. Oggi esiste già un diritto al conto di base per i consumatori, Banca d’Italia interviene per impedire che venga ostacolato nella pratica, il Parlamento discute l’estensione delle garanzie, Palazzo Koch riconosce che un diritto per i clienti non consumatori può avere meriti e due paesi europei dispongono già di strumenti che affrontano lo stesso problema. È difficile trovare una dimostrazione più chiara di quanto l’idea abbia anticipato un’esigenza reale.
Il risultato finale potrà essere diverso dal testo originario di Siri, e probabilmente sarà migliore proprio perché più preciso nelle eccezioni e nei meccanismi di tutela; ma la sostanza politica rimarrebbe intatta. Nell’economia digitale il diritto di custodire e movimentare legalmente il proprio denaro sta diventando troppo importante per essere trattato come una semplice concessione commerciale. Chiamarlo «diritto al conto corrente» può apparire una formula radicale. In realtà, guardando a come stanno cambiando il lavoro, i pagamenti e il rapporto tra cittadino e sistema finanziario, è soprattutto una formula arrivata in anticipo.
Fonti
- la Repubblica — Intervista ad Armando Siri, 22 agosto 2026
- Senato della Repubblica — DDL S.1712 presentato da Armando Siri nel 2020
- Senato della Repubblica — DDL S.1595, disposizioni in materia di conto corrente
- Senato della Repubblica — Testo dell’articolo 1857-bis approvato dalla Camera
- Banca d’Italia — Audizione di Magda Bianco, 21 luglio 2026
- Banca d’Italia — Orientamenti sull’offerta del conto di base, 5 agosto 2026
- Banca d’Italia, L’economia per tutti — Abbiamo diritto ad avere un conto corrente?
- Ministero del Lavoro — Tracciabilità delle retribuzioni
- ANSA — La posizione dell’ABI sull’obbligo generalizzato




