Per anni il dibattito sulla regolazione dei social network si è concentrato soprattutto su cosa le piattaforme dovessero rimuovere: terrorismo, abusi, disinformazione, contenuti illegali, materiale dannoso per i minori. L’Australia sta provando a spostare il bersaglio più a monte. Non soltanto il contenuto, ma il meccanismo che decide quale contenuto arriva davanti agli occhi dell’utente.

Il governo di Anthony Albanese ha pubblicato l’8 settembre una bozza di legge per una nuova Digital Duty of Care che contiene una misura dal nome volutamente semplice: “My Feed, My Way”. Se la proposta diventerà legge, i social network dovranno offrire agli utenti sopra i 16 anni una scelta esplicita sul feed principale: contenuti personalizzati raccomandati dall’algoritmo oppure post provenienti dagli amici e dai creator che l’utente ha deciso di seguire.

È importante la forma della proposta. Non si tratta semplicemente di nascondere nelle impostazioni un interruttore già esistente. Il governo vuole che piattaforme e nuovi utenti ricevano una notifica chiara e siano messi davanti alla scelta del feed predefinito. In altre parole, l’algoritmo non dovrebbe più essere trattato come l’ambiente naturale e inevitabile del social network, ma come una modalità che l’utente può accettare o rifiutare.

La legge, va sottolineato, non è ancora approvata. Il governo ha pubblicato un exposure draft, aperto a consultazione fino al 22 settembre, e ha dichiarato di voler presentare il testo al Parlamento entro l’anno. Ma proprio perché interviene sul design e sui default delle piattaforme, il progetto australiano potrebbe avere conseguenze molto più ampie del suo mercato nazionale.

Il punto non è vietare l’algoritmo

“My Feed, My Way” non elimina i sistemi di raccomandazione. Un utente potrà continuare a scegliere un feed personalizzato, scoprire account sconosciuti, ricevere video o post selezionati sulla base della propria attività e usare il social esattamente come accade oggi. La differenza è che quella modalità deve diventare una scelta visibile.

La distinzione conta perché le piattaforme hanno costruito una parte crescente del proprio prodotto attorno ai sistemi di raccomandazione. Instagram, TikTok, Facebook, YouTube e servizi simili non mostrano più soltanto ciò che pubblichiamo o ciò che pubblicano le persone che seguiamo. Cercano di prevedere quale contenuto ci farà restare più a lungo, reagire, condividere o tornare sull’app.

Da un punto di vista tecnico è una funzione potentissima. Un sistema di raccomandazione può trovare contenuti rilevanti in mezzo a miliardi di elementi e può far emergere creator che un utente non avrebbe mai incontrato. Da un punto di vista economico è ancora più importante: più la piattaforma comprende cosa trattiene l’attenzione, più può aumentare il tempo trascorso nel servizio e il valore degli spazi pubblicitari.

Il governo australiano non mette in discussione l’esistenza di questo modello. Mette in discussione il fatto che debba essere il default.

La regolazione si sposta dal contenuto all’architettura

Questo è il punto più interessante del progetto. Una tradizionale legge sui contenuti chiede alla piattaforma di intervenire dopo che un certo materiale è apparso. Una regola sui sistemi di raccomandazione interviene invece sul modo in cui il prodotto distribuisce e amplifica quel materiale.

La bozza australiana introduce una duty of care: i provider digitali dovrebbero identificare rischi prevedibili, documentare le misure prese per ridurli e verificare nel tempo che quelle misure continuino a funzionare. Il governo prevede un ruolo di controllo per l’eSafety Commissioner e sanzioni che possono arrivare fino a 109,2 milioni di dollari australiani in caso di violazione degli obblighi.

Per i minori, la portata è più ampia del solo social media. Il governo dice esplicitamente che il dovere di cura dovrà riguardare anche chatbot, gaming, app e servizi di messaggistica, con l’obiettivo di ridurre l’esposizione a caratteristiche e contenuti che possano produrre danni. La bozza prevede inoltre poteri più rapidi contro app e siti di tipo “nudify”, cioè servizi che generano immagini intime sintetiche senza consenso.

La logica generale è che un servizio digitale non venga valutato soltanto in base a ciò che ospita, ma anche in base alle conseguenze prevedibili delle sue scelte di design.

Perché il default è una questione di potere

In teoria, molti social network offrono già forme di controllo sul feed. Il problema è che ciò che esiste nelle impostazioni non equivale necessariamente a ciò che esiste nell’esperienza reale.

Un’opzione nascosta in un menu, da riattivare periodicamente o resa meno comoda rispetto alla modalità standard può essere formalmente disponibile e sostanzialmente irrilevante. Il governo australiano sembra voler intervenire esattamente su questo punto: l’utente deve scegliere il feed principale e la piattaforma deve rispettare quella scelta.

Durante una conferenza stampa dell’8 settembre, la ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha detto che Canberra ha osservato ciò che è successo in Europa e vuole evitare forme di “malicious compliance”, cioè una conformità soltanto formale che rende il diritto dell’utente difficile da esercitare nella pratica. La proposta australiana punta quindi a una scelta esplicita sul feed predefinito, ripetibile quando l’utente vuole cambiare idea.

È una differenza apparentemente piccola, ma i default sono una delle leve più potenti del design digitale. La maggior parte delle persone non modifica molte impostazioni iniziali. Se il feed algoritmico è già acceso, la piattaforma parte con un vantaggio. Se viene chiesto all’utente quale modalità vuole, la responsabilità della scelta si sposta.

L’Europa ha già aperto la strada, ma l’Australia vuole rendere la scelta più evidente

Il concetto non nasce nel vuoto. Il Digital Services Act europeo impone alle piattaforme e ai motori di ricerca di dimensioni molto grandi che utilizzano sistemi di raccomandazione di offrire almeno un’opzione non basata sulla profilazione dell’utente. Inoltre, il DSA richiede trasparenza sui principali parametri dei sistemi di raccomandazione.

Canberra sta però cercando di tradurre quel principio in un gesto molto più comprensibile per il consumatore: vuoi il feed personalizzato oppure vuoi vedere principalmente chi hai scelto di seguire?

Questa semplicità può avere effetti importanti. Le norme digitali spesso falliscono non perché non esista un diritto, ma perché il diritto è difficile da trovare, comprendere o esercitare. Trasformare la scelta in una parte dell’onboarding o dell’esperienza principale rende il controllo molto più visibile.

Non è ancora chiaro come le singole piattaforme dovrebbero implementare tecnicamente la distinzione, quanto spazio resterebbe a ordinamenti cronologici, segnali contestuali o raccomandazioni non profilate, e come verrebbero trattati servizi con prodotti ibridi. Sono proprio questi i dettagli che la fase di consultazione dovrà chiarire.

Il problema economico: il feed algoritmico non è un accessorio

Per Big Tech, un feed non personalizzato non è semplicemente un’interfaccia alternativa. Può cambiare il comportamento degli utenti e quindi il modello economico.

I sistemi di raccomandazione sono costruiti per aumentare la probabilità che l’utente trovi qualcosa di interessante anche quando le persone seguite non stanno pubblicando. Senza quel motore, una parte delle piattaforme rischia di diventare meno “infinita”: meno nuovi contenuti, meno sorprese, potenzialmente meno tempo trascorso nell’app.

Questo non significa automaticamente che un feed non algoritmico ridurrà i ricavi. Le piattaforme dispongono di molte altre forme di personalizzazione e pubblicità. Ma significa che una scelta regolatoria sul design può arrivare direttamente al cuore dell’economia dell’attenzione.

È anche per questo che la questione ha rapidamente assunto una dimensione geopolitica. Il Guardian ha riferito il 9 settembre che l’amministrazione statunitense intende sollevare obiezioni sul piano australiano. La Casa Bianca mantiene dal 2025 una linea molto critica verso tasse, multe e regolazioni straniere considerate discriminatorie o eccessivamente onerose per le imprese tecnologiche americane.

La tensione è prevedibile: molte delle piattaforme che dovrebbero adattarsi sono statunitensi. Ma il nodo giuridico sarà capire se le regole australiane vengono applicate in modo generale e proporzionato a tutti i servizi che rientrano nei criteri, oppure se possano effettivamente essere lette come un onere sproporzionato per specifiche imprese estere.

Il rischio opposto: credere che il feed cronologico sia automaticamente “buono”

C’è anche un errore da evitare nel racconto della riforma: un feed non personalizzato non è necessariamente più sano, più corretto o più democratico.

Gli account che una persona sceglie di seguire possono diffondere contenuti estremi, falsi o dannosi. Un ordine cronologico può privilegiare chi pubblica di più. Una rete sociale costruita nel tempo può diventare essa stessa una bolla molto chiusa. E i sistemi di raccomandazione possono essere usati anche per ridurre certi rischi, per esempio evitando di mostrare contenuti già segnalati come sensibili.

La misura australiana ha senso soprattutto se viene letta come una regola di autonomia dell’utente, non come una dichiarazione secondo cui l’algoritmo è sempre cattivo.

La stessa eSafety Commissioner, nel proprio documento sui recommender systems, riconosce che questi strumenti possono migliorare l’esperienza e aiutare le persone a trovare informazioni rilevanti. Il problema nasce quando i sistemi ottimizzano l’engagement senza distinguere adeguatamente tra interazioni positive e negative, o quando accumulano esposizione a contenuti dannosi.

La vera novità è chiedere responsabilità sul prodotto

Per molto tempo le piattaforme hanno sostenuto di essere soprattutto intermediari: ambienti in cui gli utenti pubblicano contenuti e interagiscono. Ma il feed algoritmico rende questa descrizione sempre meno sufficiente. La piattaforma non si limita a ospitare: seleziona, ordina, amplifica e decide quale elemento mostrare adesso e quale lasciare invisibile.

Più questa selezione è determinante, più diventa difficile separare il contenuto dal design che lo distribuisce.

La Digital Duty of Care australiana prova a formalizzare questa intuizione: se una funzionalità produce rischi prevedibili, l’azienda deve valutarli e mitigarli. Non basta dire che l’utente ha cliccato, guardato o interagito volontariamente se l’intero prodotto è costruito per prevedere e influenzare proprio quelle azioni.

È un modello regolatorio che potrebbe estendersi ben oltre i social. Gli agenti AI, i chatbot companion, i videogiochi online e le app che utilizzano sistemi di personalizzazione stanno introducendo meccanismi sempre più adattivi. La domanda sarà la stessa: quando un software impara a modellare il proprio comportamento attorno all’utente, quali obblighi ha chi lo progetta?

Perché questa proposta va seguita

La bozza australiana potrebbe essere modificata, indebolita o anche non diventare legge nella forma attuale. Il testo è in consultazione e molti dettagli sono ancora aperti. Sarebbe quindi prematuro descriverla come un nuovo standard globale.

Ma la direzione è importante. Dopo anni in cui governi e piattaforme hanno discusso soprattutto di moderazione, l’attenzione si sta spostando verso la struttura dei prodotti digitali: recommendation engine, infinite scroll, notifiche, default, sistemi di profilazione e strumenti di AI che modificano l’esperienza in tempo reale.

Se “My Feed, My Way” entrerà davvero in vigore e verrà implementato senza scorciatoie, potrebbe offrire un esperimento molto utile: capire quante persone, quando la scelta viene resa davvero semplice, preferiscono l’algoritmo e quante preferiscono un feed costruito sulle proprie relazioni.

Sarebbe anche un test sul potere reale delle raccomandazioni. Oggi il “Per te” sembra una caratteristica inevitabile di internet. L’Australia sta proponendo di trattarlo per ciò che è: una decisione di prodotto.

E le decisioni di prodotto, quando influenzano milioni di persone, possono diventare decisioni politiche.

Fonti