Per decenni abbiamo pensato allo spazio come a una destinazione: un luogo in cui portare satelliti, astronauti e strumenti scientifici. Una nuova generazione di startup sta provando a rovesciare il paradigma e a trattare l’orbita come un ambiente industriale, sfruttando condizioni fisiche difficili o costose da riprodurre sulla Terra. Besxar, fondata dall’ex OpenAI Ashley Pilipiszyn, vuole applicare questa idea a uno dei settori più strategici dell’economia mondiale: i semiconduttori.

La startup sta lavorando con SpaceX a una serie di esperimenti sui booster Falcon 9. L’obiettivo non è fabbricare immediatamente un processore completo in orbita, ma sviluppare progressivamente processi per produrre wafer e materiali avanzati sfruttando il vuoto naturale dello spazio.

Perché portare una fabbrica fuori dall’atmosfera

La produzione di semiconduttori richiede ambienti estremamente controllati. Deposizioni di materiali sottilissimi, contaminazione e particelle possono determinare la qualità del prodotto finale. Sulla Terra ottenere vuoto spinto e camere pulite richiede impianti costosi e molta energia; in orbita il vuoto è invece una caratteristica dell’ambiente.

Besxar sostiene che i primi campioni esposti alle condizioni di volo abbiano mostrato livelli particolarmente bassi di contaminazione particellare rispetto ai wafer di controllo terrestri. È un risultato preliminare, non la dimostrazione che una fab orbitale sia economicamente competitiva, ma sufficiente per giustificare esperimenti più complessi.

Il Falcon 9 diventa un laboratorio riutilizzabile

L’intuizione operativa è utilizzare il booster di Falcon 9, un veicolo che vola e rientra con una frequenza ormai industriale, come piattaforma sperimentale. Invece di attendere una missione dedicata sulla Stazione Spaziale Internazionale, Besxar può iterare più rapidamente: prima esposizione dei wafer, poi riscaldamento, quindi deposizione di uno e successivamente più materiali.

La startup prevede una dozzina di voli sperimentali. Se riuscirà a qualificare i processi, l’ambizione successiva è spostarsi su veicoli con molto più volume, come Starship, trasformando quello che oggi è un esperimento montato su un razzo in una vera infrastruttura produttiva.

Non tutti i chip hanno bisogno dello spazio

Il punto economico è decisivo. Portare hardware in orbita e riportare prodotti sulla Terra costa, introduce rischi e complica la supply chain. Per questo una fabbrica spaziale non avrebbe senso per componenti economici prodotti in miliardi di unità. Besxar punta piuttosto a materiali e wafer ad alto valore destinati a semiconduttori avanzati, compresi componenti di potenza utilizzati in data center, robot e veicoli elettrici.

La domanda corretta non è quindi se lo spazio sostituirà Taiwan, Corea o Arizona nella produzione di chip. È se alcune lavorazioni ad altissimo valore possano beneficiare abbastanza delle condizioni orbitali da compensare i costi logistici.

La microgravità è già diventata un mercato sperimentale

Farmaci, cristalli, fibre ottiche e materiali sono da anni oggetto di esperimenti in microgravità. La riduzione della convezione e della sedimentazione può produrre strutture differenti rispetto a quelle ottenibili sulla Terra. L’arrivo di lanci più frequenti e capsule commerciali di rientro sta abbassando la barriera che separava la ricerca scientifica da un possibile modello industriale.

Besxar porta questa logica dentro i semiconduttori, un mercato in cui piccoli miglioramenti nella purezza o nelle proprietà dei materiali possono avere un valore enorme. Ma dovrà dimostrare non soltanto che il processo funziona, bensì che è ripetibile e competitivo.

Il rischio è confondere un buon esperimento con una buona fabbrica

Una catena produttiva industriale deve garantire rendimento, volumi, uniformità e tempi prevedibili. Lo spazio aggiunge vibrazioni del lancio, radiazioni, vincoli termici e una logistica radicalmente più complessa. Inoltre una parte importante della fabbricazione dei chip richiede decine o centinaia di passaggi diversi: sarebbe irrealistico immaginare di trasferirli tutti rapidamente fuori dalla Terra.

Per questo l’approccio di Besxar è interessante proprio perché parte da una porzione limitata della filiera. Il successo non richiede di costruire una TSMC orbitale: basta trovare uno o pochi processi nei quali il vantaggio fisico dello spazio superi il costo di arrivarci.

Dopo i satelliti, lo spazio vuole diventare una zona industriale

La riduzione del costo di accesso all’orbita ha già trasformato telecomunicazioni e osservazione terrestre. Il passaggio successivo potrebbe essere utilizzare l’ambiente orbitale come input produttivo. In questo scenario il razzo non trasporta soltanto il prodotto finale: diventa parte della fabbrica.

È ancora presto per sapere se Besxar riuscirà a trasformare wafer sperimentali in una supply chain commerciale. Ma la domanda che pone è importante: quando andare nello spazio diventa abbastanza frequente, quali cose smettono di essere convenienti da produrre sulla Terra?

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