Un prodotto assurdo, una scelta estetica volutamente irritante, un gesto destinato a dividere. Nel marketing contemporaneo la reazione negativa non è necessariamente un fallimento: può essere il piano.

Vogue ha analizzato la crescita del rage bait nella moda, dove creator e campagne sfruttano contenuti progettati per generare indignazione e quindi engagement. La logica è figlia diretta dei sistemi di raccomandazione: un commento indignato resta un commento, una reaction critica resta una visualizzazione.

L’algoritmo non conosce il sarcasmo

Le piattaforme possono misurare quanto un contenuto muove il pubblico molto più facilmente di quanto possano stabilire se quella reazione costruisce affetto verso un marchio. Questo crea un arbitraggio: provocare può essere il modo più economico per ottenere distribuzione.

Il problema emerge nel lungo periodo. Un brand non vive soltanto di reach, ma di significato. Se ogni campagna deve superare la precedente in assurdità, l’attenzione cresce mentre la fiducia può diminuire.

Dalla viralità alla stanchezza

Il rage bait funziona finché sorprende. Quando il pubblico riconosce la tecnica, l’indignazione può trasformarsi in indifferenza. Alcuni marchi stanno perciò rivalutando newsletter, community proprietarie ed eventi: luoghi in cui la relazione non dipende dal picco emotivo richiesto dal feed.

La vera competizione potrebbe diventare questa: non chi riesce a far parlare di sé per ventiquattr’ore, ma chi riesce a essere ricordato quando l’algoritmo passa al prossimo scandalo.

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