Quando gran parte dell’informazione passa attraverso piattaforme private, la posizione di un contenuto nel feed può essere importante quasi quanto la disponibilità del contenuto stesso. Il Regno Unito sta discutendo misure per rafforzare la visibilità online di broadcaster tradizionali e di servizio pubblico come BBC e ITV, un’impostazione che ha suscitato una reazione critica da parte statunitense e accuse di rischio censorio.

La controversia rende evidente una trasformazione: la regolazione dei media non riguarda più soltanto frequenze, licenze e telecomandi. Deve confrontarsi con sistemi di raccomandazione gestiti da imprese globali che decidono quali contenuti emergono davanti agli utenti.

Prominence o interferenza?

Chi sostiene regole di prominence osserva che il servizio pubblico svolge funzioni che il mercato dell’attenzione non premia necessariamente e che la sua reperibilità dovrebbe essere preservata anche quando la distribuzione migra online. I critici temono invece che lo Stato finisca per privilegiare determinate voci e trasformare una politica dei media in una politica del feed.

Entrambe le preoccupazioni sono reali. Lasciare tutto all’algoritmo non significa assenza di scelta editoriale: significa affidarla alla piattaforma. Intervenire per legge, d’altra parte, trasferisce parte di quella scelta al potere pubblico. Il problema democratico è stabilire criteri trasparenti e limitati.

Una disputa che supera il Regno Unito

Lo scontro con gli Stati Uniti mostra inoltre quanto la regolazione delle piattaforme sia diventata politica estera. Molte delle imprese soggette alle regole europee e britanniche sono americane, e una misura nazionale può essere interpretata a Washington come un ostacolo commerciale o politico.

Fonti