La medicina dei trapianti affronta un compromesso che dura da decenni. Per salvare un organo estraneo dall’attacco del sistema immunitario del ricevente bisogna indebolire, almeno in parte, quello stesso sistema immunitario. I farmaci antirigetto hanno reso possibili milioni di anni di vita aggiuntivi, ma comportano rischi e devono spesso essere assunti per tutta la vita. La biotech tedesca Allogenetics vuole provare a intervenire dall’altro lato dell’equazione: modificare l’organo prima che entri nel corpo.
La società di Hannover ha raccolto 3,8 milioni di euro in un round Pre-Series A guidato da NBank Capital, con CARMA FUND, Life Science Valley Wachstumsfonds e altri investitori. Il capitale finanzierà gli studi necessari a portare il programma ALG-115 verso una prima sperimentazione sull’uomo nei trapianti di polmone, prevista tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028.
Curare il donatore senza curare il donatore
L’idea sfrutta una finestra particolare della medicina dei trapianti. Dopo il prelievo, alcuni organi possono essere mantenuti e perfusi fuori dal corpo prima dell’impianto. Questo crea l’opportunità di applicare una terapia direttamente al graft, evitando almeno in teoria di esporre l’intero organismo del paziente al trattamento.
Allogenetics sta sviluppando una terapia genica ex vivo che mira a ridurre l’espressione di molecole coinvolte nella presentazione degli antigeni, rendendo l’organo meno riconoscibile come estraneo dal sistema immunitario del ricevente.
Il bersaglio è il riconoscimento immunitario
Il rigetto nasce perché il sistema immunitario identifica differenze molecolari tra le cellule del donatore e quelle del ricevente. Intervenire sulle molecole MHC di classe I e II significa tentare di attenuare uno dei segnali che attivano questa risposta.
È una strategia delicata: rendere un tessuto meno visibile non deve significare privarlo delle normali funzioni biologiche o creare nuovi rischi. Per questo i risultati preclinici rappresentano soltanto l’inizio di un percorso che dovrà dimostrare sicurezza e beneficio nell’uomo.
Perché partire dal polmone
Il trapianto polmonare è particolarmente complesso e il rigetto cronico rimane una delle principali limitazioni alla sopravvivenza a lungo termine. Inoltre le tecniche di perfusione ex vivo del polmone offrono una piattaforma naturale per trattare l’organo prima dell’impianto.
Se il concetto funzionasse, la società immagina un approccio potenzialmente applicabile anche ad altri organi. Ma parlare oggi di eliminazione dell’immunosoppressione sarebbe prematuro: ALG-115 deve ancora attraversare gli studi IND-enabling e non esistono dati clinici umani.
La terapia genica cambia indirizzo
Normalmente immaginiamo la terapia genica come un trattamento somministrato a un paziente. Qui il destinatario immediato è invece l’organo. È un cambio concettuale interessante perché permette di confinare l’intervento e controllarlo durante una fase in cui il tessuto è accessibile fuori dal corpo.
La stessa logica potrebbe aprire una categoria più ampia di ingegneria degli organi: non limitarsi a conservarli durante il trasporto, ma migliorarli o prepararli biologicamente per il ricevente.
Un piccolo round per una scommessa enorme
3,8 milioni sono una cifra modesta rispetto ai finanziamenti delle grandi biotech cliniche. In questa fase, però, il capitale non serve a commercializzare una terapia: serve a superare un passaggio scientifico preciso. Se gli studi preclinici regolatori saranno convincenti e il programma arriverà nell’uomo, il fabbisogno finanziario cambierà completamente.
È il funzionamento tipico della deep biotech: ogni round compra la possibilità di rispondere alla domanda successiva. Nel caso di Allogenetics quella domanda è particolarmente importante. Possiamo rendere un organo trapiantato più tollerabile senza indebolire per anni l’intero sistema immunitario del paziente? La risposta è ancora lontana, ma vale la pena cercarla.




