Damian Kocur prepara La Manche, nuovo lungometraggio che amplia il perimetro internazionale del regista polacco dopo Bread and Salt e Under the Volcano. Il progetto, presentato al Venice Production Bridge, sarà prodotto in Polonia da Kijora Film e realizzato in coproduzione con la tedesca Oma Inge Film e la francese Les Contes Modernes. L’ingresso di due partner europei segnala una fase concreta nello sviluppo dell’opera e, al tempo stesso, il peso acquisito da Kocur nel circuito del cinema d’autore continentale.

Il film seguirà un giovane abitante di Varsavia al quale viene proposto un incarico su una produzione straniera in Polonia. Dovrà cercare location e interpreti non professionisti; il lavoro lo porterà lontano dalla capitale, attraverso piccoli centri e villaggi del Paese. È un dispositivo narrativo che mette in movimento lo sguardo del protagonista e permette al regista di confrontare mondi sociali diversi senza limitarsi alla rappresentazione di una frattura geografica tra città e provincia.

Secondo quanto emerso dalla presentazione veneziana, La Manche intende osservare la Polonia di oggi attraverso registri insieme comici e drammatici. Al centro ci sono gli stereotipi che gravano sul Paese, la persistenza delle memorie storiche e le conseguenze materiali della precarietà per chi entra nel mercato del lavoro. Kocur non presenta il progetto come un film di genere né come un semplice intervento di commento sociale: l’idea è piuttosto interrogare le immagini consolidate della Polonia, comprese quelle prodotte dall’esterno.

Una storia locale che parla alla coproduzione europea

La scelta di affiancare a Kijora Film due società di Germania e Francia ha un valore industriale che va oltre l’assetto finanziario del singolo titolo. Le coproduzioni permettono di condividere risorse, competenze e percorsi di circolazione, ma soprattutto richiedono che un progetto nato in un contesto nazionale riesca a rendere leggibili altrove le proprie tensioni. In La Manche, la specificità polacca non viene attenuata: diventa la condizione attraverso cui affrontare confini culturali e disuguaglianze di sguardo che attraversano l’Europa.

La produttrice Marta Szymanowska, che segue il film per Kijora Film insieme ad Anna Gawlita, ha collegato l’interesse dei partner internazionali sia al percorso recente del regista sia alla materia del progetto. Under the Volcano, selezionato dalla Polonia per la corsa all’Oscar nel 2024, è passato in oltre cento festival nel mondo. Per un autore la presenza nei festival non equivale automaticamente a una solida struttura produttiva per il film successivo, ma costruisce relazioni, affidabilità presso gli interlocutori stranieri e una riconoscibilità utile nella fase di sviluppo.

Nel caso di Kocur, conta anche la continuità del metodo. Il regista lavora con attori non professionisti e considera il casting soprattutto come incontro con le persone, non come verifica di una preparazione attoriale tradizionale. Questa impostazione è coerente con un racconto che vuole avvicinarsi a territori e comunità senza filtrarli interamente attraverso le convenzioni dell’industria. Al tempo stesso comporta un lavoro produttivo particolarmente delicato: la ricerca dei volti, il rapporto con i luoghi e la gestione di presenze non abituate a un set diventano parte sostanziale della costruzione del film.

Confini, memoria e immagini che resistono

Una delle aree toccate da La Manche sarà quella lungo il confine tra Polonia e Bielorussia, scenario della crisi migratoria che ha già trovato una rappresentazione diretta in Green Border di Agnieszka Holland. Kocur non punta però a riprendere quel tema con un film d’intervento nel momento dell’emergenza. La sua prospettiva, per come è stata delineata, è post-traumatica: la crisi resta un elemento centrale, ma entra in una riflessione più larga sui segni lasciati dagli eventi, sulla memoria e sul modo in cui una società incorpora o rimuove ciò che è avvenuto.

La distinzione non è secondaria. Il cinema che interviene su un fatto di attualità vive anche della propria tempestività e può influire sul dibattito pubblico quando il tema è ancora aperto nel presente. Tornare in seguito sullo stesso terreno impone un’altra distanza, meno legata alla cronaca e più interessata a ciò che persiste: la percezione delle persone coinvolte, le fratture politiche, i paesaggi trasformati dal confine e i racconti che circolano attorno a esso. La Manche sembra collocarsi su questo secondo piano.

Il film metterà inoltre in discussione l’idea della Polonia come luogo definito soprattutto dalle proprie tragedie del Novecento, dalla Seconda guerra mondiale e dalla Shoah. Non si tratta di negare la centralità di quella storia, ma di contestare una riduzione che può rendere invisibile il presente. Per Kocur, la rappresentazione del Paese passa anche dall’osservazione delle relazioni tra la capitale e le aree periferiche, tra il cosiddetto Ovest e l’Est europeo, tra chi arriva con una visione già formata e chi abita i territori osservati.

In questa prospettiva, persino il lavoro affidato al protagonista ha una funzione rivelatrice. Un set straniero che cerca paesaggi e persone in Polonia può diventare il luogo in cui si manifestano le aspettative esterne: cosa si cerca di vedere, quali tratti vengono considerati autentici, che cosa resta fuori dall’inquadratura. La ricerca di location e di interpreti non professionisti porta con sé una questione molto concreta per il cinema: chi possiede il diritto di raccontare un luogo, e con quali categorie lo seleziona.

Il terreno della polarizzazione

Gawlita ha indicato fra gli assi del progetto la critica alla prospettiva urbana sulla campagna e allo sguardo occidentale sull’Europa orientale. È una doppia asimmetria che può far dialogare il film con una discussione più vasta sul cinema europeo contemporaneo. Le storie ambientate nelle aree di margine vengono spesso cercate per la loro carica simbolica, mentre le persone che vivono quei luoghi rischiano di essere ridotte a emblemi: della povertà, dell’arretratezza, della frontiera o del trauma nazionale.

La Manche proverà a lavorare su tale tensione senza staccarla dalle condizioni economiche. La precarietà che colpisce i giovani all’ingresso nel lavoro è una delle dimensioni dichiarate del film e si lega al percorso del protagonista, la cui occasione professionale lo costringe a ridefinire il rapporto con il proprio Paese. La polarizzazione interna non appare dunque soltanto come scontro ideologico: riguarda l’accesso alle opportunità, la mobilità tra centro e periferia e la diversa possibilità di essere rappresentati senza diventare una caricatura.

Per il mercato dell’audiovisivo europeo, progetti come questo mostrano perché i laboratori e gli incontri professionali collegati ai grandi festival restino decisivi. Il Venice Production Bridge non è una vetrina di film finiti, ma uno spazio in cui i titoli in sviluppo possono trovare coproduttori e interlocutori internazionali. L’annuncio della partecipazione di Oma Inge Film e Les Contes Modernes dà a La Manche una base produttiva più ampia, ma non definisce ancora calendario di riprese, cast o data di uscita: sono elementi che non sono stati comunicati.

La fase successiva sarà quindi trasformare l’impianto artistico e le alleanze appena formalizzate in un film capace di conservare la libertà di osservazione del suo autore. Kocur parte da un territorio molto riconoscibile e da nodi politici sensibili, ma il progetto sembra voler evitare sia la cartolina del dolore sia il resoconto illustrativo. Per le società coinvolte, la sfida sarà accompagnare un’opera radicata in luoghi precisi verso un pubblico internazionale senza renderla più uniforme di quanto la sua materia richieda.

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