La morte di una ragazza di 16 anni a Sydney ha riportato al centro del dibattito una pratica sessuale spesso descritta con un termine fuorviante: “choking”, il soffocamento o strangolamento durante il sesso. La giovane è svenuta ed è stata portata in ospedale in condizioni critiche, dove è poi morta. Le autorità australiane ritengono che l’episodio possa essere avvenuto durante un rapporto con il suo coetaneo partner, ma l’indagine è ancora in corso e non sono stati resi noti né l’esatta dinamica né il quadro delle lesioni.
Il caso ha però già prodotto una conseguenza politica. Il ministro australiano dei Servizi sociali ha detto che il governo sta valutando con molta attenzione la possibilità di vietare la rappresentazione dello strangolamento nei contenuti pornografici. L’ipotesi si inserisce in un contesto regolatorio che nel Paese comprende anche le nuove norme sulla verifica dell’età e sul divieto di accesso ai social per gli under 16. Nel Regno Unito, pochi mesi fa, è entrato in vigore un divieto relativo alle scene pornografiche che mostrano questa pratica.
Il passaggio dalla cronaca alla regolazione è delicato. La pornografia online non è l’unica origine di comportamenti sessuali rischiosi, e un divieto sulle immagini non risolve da solo una carenza di educazione affettiva, sessuale e sanitaria. Tuttavia, ricercatori e associazioni che lavorano contro la violenza nelle relazioni segnalano da anni la normalizzazione di una condotta che viene talvolta presentata come ordinaria, controllabile o innocua se eseguita con una presunta moderazione. Sul piano medico, questa sicurezza non esiste.
Perché il termine “choking” nasconde il rischio
Nel linguaggio comune il choking suggerisce un gesto limitato o persino giocoso. Dal punto di vista clinico, però, la pressione sul collo può coinvolgere vie aeree, arterie e vene, con conseguenze che non sempre si manifestano subito. Debby Herbenick, docente della Indiana University School of Public Health e tra le principali studiose del fenomeno, avverte che una pressione mantenuta sulla parte anteriore o sui lati del collo può provocare lesioni alle arterie carotidi, coaguli, ictus, danni alla vista e lesioni cerebrali cumulative.
Il pericolo non coincide soltanto con l’impossibilità di respirare. Una pressione sulla parte frontale della gola può causare il collasso delle vie aeree, mentre la compromissione della circolazione può produrre danni neurologici anche senza lasciare segni evidenti nell’immediato. Alterazioni minime della vista o della funzione cerebrale possono passare inosservate. Nei casi più gravi, il risultato è fatale. Per questo le campagne sanitarie preferiscono parlare di strangolamento sessuale e contestano l’idea che esista un livello di pressione universalmente “sicuro”.
La distinzione conta anche nel dibattito pubblico. Un conto è una rappresentazione filmata in cui il gesto è simulato o suggerito, per esempio una mano appoggiata al collo senza pressione; un altro è l’applicazione reale di forza sul collo. E ancora diverso è lo strangolamento non consensuale in una relazione abusante. Mettere ogni situazione nella stessa categoria può rendere più difficile sia riconoscere una violenza sia spiegare un rischio fisico che rimane concreto persino quando le persone coinvolte lo definiscono consensuale.
Una pratica diffusa tra i giovani adulti
I dati raccolti negli Stati Uniti e in Australia descrivono una diffusione rilevante, soprattutto nelle fasce più giovani. In un’indagine del 2021 condotta da Herbenick su quasi 5.000 studenti universitari statunitensi, il 58% delle donne ha dichiarato di essere stato strangolato durante il sesso e un quarto ha riferito che la prima esperienza era avvenuta entro i 17 anni. Ricerche australiane hanno registrato percentuali attorno alla metà tra le persone dai 18 ai 35 anni che hanno avuto esperienze di questo tipo.
Le rilevazioni non dimostrano automaticamente un rapporto di causa-effetto fra consumo di pornografia e comportamento offline. Mostrano però quanto la pratica sia entrata nell’immaginario sessuale contemporaneo. Herbenick rileva che, nei rapporti eterosessuali, sono più spesso le donne a subire la pressione esercitata da uomini; le minoranze sessuali e di genere riportano inoltre una maggiore probabilità di esserne coinvolte. Molte esperienze vengono descritte come consensuali, ma il consenso dichiarato non elimina il rischio medico e non garantisce che i limiti siano stati rispettati.
Dalle testimonianze raccolte nella ricerca emerge un altro elemento: alcune persone raccontano di aver accettato il gesto, ma di essersi trovate davanti a una pressione più forte di quanto immaginassero, o a un partner che non si è fermato dopo una richiesta esplicita. Ci sono anche uomini che riferiscono di non voler strangolare la partner, ma di sentirsi spinti a farlo perché lo percepiscono come un’aspettativa. È un meccanismo importante: la normalizzazione non agisce soltanto imponendo un comportamento a chi lo subisce, ma può far apparire obbligatorio anche a chi lo mette in atto.
Il ruolo del porno e i limiti di un bando
Secondo una parte della ricerca, la pornografia ha contribuito a rendere familiare la presenza dello strangolamento nelle pratiche sessuali, offrendo spesso poche informazioni sul contesto, sulla simulazione o sulle conseguenze reali. La disponibilità immediata di video su piattaforme globali e siti specializzati rende il tema inevitabilmente tecnologico: non riguarda solo cosa sia lecito produrre, ma anche come classificare i contenuti, applicare le regole fra giurisdizioni diverse, verificare l’età degli utenti e intervenire sulla distribuzione attraverso piattaforme, motori di ricerca e sistemi di pagamento.
Esponenti dell’industria per adulti contestano però l’idea che un divieto di rappresentazione possa fermare la circolazione di questo materiale o sostituire l’educazione. In rete, i contenuti possono essere ospitati all’estero, ricaricati rapidamente o distribuiti su canali meno visibili; una norma nazionale ha quindi limiti pratici evidenti. Gli stessi critici delle restrizioni australiane ai social per gli under 16 segnalano un possibile paradosso: filtri troppo estesi potrebbero rendere più difficile per adolescenti e giovani trovare informazioni affidabili sui rischi, comprese quelle sulla sessualità.
Questa obiezione non cancella il problema posto dalla rappresentazione commerciale di atti potenzialmente lesivi. Sposta semmai l’attenzione sulla qualità dell’intervento. Una misura efficace dovrebbe distinguere tra finzione e violenza reale, evitare di affidarsi soltanto alla rimozione automatica e accompagnare eventuali divieti con informazione sanitaria chiara, formazione sul consenso e strumenti di segnalazione realmente accessibili. Nel caso dei contenuti per adulti, inoltre, la verifica dell’età non è soltanto una barriera d’ingresso: implica raccolta e trattamento di dati personali sensibili, con ricadute su privacy e sicurezza.
Consenso, violenza e prevenzione
Lo strangolamento non consensuale resta uno dei più forti indicatori di rischio di omicidio nelle relazioni violente. È essenziale non confondere questo fatto con ogni esperienza sessuale riportata come consensuale, ma è altrettanto essenziale non usare l’etichetta del consenso per minimizzare lesioni potenzialmente gravi. I confini possono cambiare durante un rapporto, possono essere ignorati e possono risultare difficili da comunicare in una situazione già fisicamente pericolosa.
Per l’Australia, l’inchiesta sulla morte della sedicenne dovrà chiarire prima di tutto i fatti specifici. Sul piano politico, invece, il caso accelererà probabilmente una discussione già avviata su quali limiti imporre alla pornografia accessibile online e su come renderli applicabili. Il precedente britannico offre un riferimento, ma non una soluzione pronta: qualunque scelta dovrà confrontarsi con la natura transnazionale delle piattaforme, con l’efficacia delle verifiche e con la necessità di non sostituire la prevenzione con una censura incapace di raggiungere i contenuti più opachi.
La lezione più immediata è sanitaria. Presentare la pressione sul collo come una variazione priva di conseguenze significa trascurare evidenze mediche consolidate. La discussione sulle piattaforme e sulle norme può incidere su ciò che viene reso visibile e normalizzato; quella sull’educazione deve spiegare, senza ambiguità, perché i danni possano arrivare anche quando non sono subito riconoscibili.




