Molti dei luoghi più frequentati delle città contemporanee hanno una regola implicita: per restare bisogna comprare qualcosa. Un tavolo richiede una consumazione, un centro commerciale è progettato intorno all’acquisto, un evento ha un biglietto. Sono spazi importanti e spesso piacevoli, ma funzionano attraverso una transazione.

Per questo piazze, parchi, biblioteche, lungofiumi, cortili pubblici e perfino una semplice panchina hanno un valore particolare. Consentono una cosa apparentemente banale: esserci senza dover giustificare la propria presenza con un acquisto.

Lo spazio pubblico non è spazio vuoto

UN-Habitat descrive gli spazi pubblici come elementi fondamentali della dimensione sociale, ambientale ed economica della città. Servono a connettere luoghi, sostenere attività, favorire interazioni e rendere accessibile la vita urbana a gruppi diversi.

È una definizione utile perché evita un errore comune: considerare una piazza riuscita soltanto se è piena di eventi o attività commerciali. A volte il successo sta esattamente nella possibilità opposta, cioè nel fatto che possa essere usata liberamente e in modi non programmati.

Stare senza consumare è una forma di inclusione

Il prezzo di un caffè può sembrare piccolo, ma se l’unico modo per sedersi in un quartiere è ordinare qualcosa, lo spazio diventa meno accessibile. Vale soprattutto per adolescenti, anziani, persone con redditi più bassi, famiglie e chi trascorre molte ore fuori casa.

Una seduta pubblica, un’ombra, una fontanella o un bagno accessibile possono sembrare elementi minori rispetto a grandi opere urbane. In realtà determinano chi può usare un luogo e per quanto tempo. Rendono possibile aspettare qualcuno, leggere, parlare, riposarsi o semplicemente osservare.

La città ha bisogno di luoghi senza copione

Gli spazi commerciali sono progettati con una funzione precisa. Lo spazio pubblico migliore, invece, riesce spesso a sostenere usi diversi nello stesso momento. Un bambino gioca, qualcuno mangia un panino, altri attraversano la piazza, una persona lavora al computer, due amici parlano.

Questa sovrapposizione produce una forma di vitalità difficile da ricreare artificialmente. Non dipende da un unico pubblico e non richiede che tutti facciano la stessa cosa.

Verde e benessere non sono soltanto una questione estetica

Gli spazi verdi e aperti hanno anche effetti più misurabili. L’UN-Habitat richiama il loro contributo alla salute fisica, al benessere mentale, alla coesione sociale e alla qualità dell’aria. L’OMS ha a sua volta dedicato linee di ricerca e raccomandazioni al rapporto tra verde urbano e salute.

Questo non significa che basti aggiungere qualche albero per rendere un luogo inclusivo. Un parco lontano, difficile da raggiungere o percepito come insicuro non svolge lo stesso ruolo di uno spazio inserito nella rete quotidiana del quartiere. La quantità conta, ma anche distribuzione e qualità.

Il paradosso della città attrattiva

Le città vogliono essere vive, frequentate, turistiche, ricche di ristoranti e negozi. È comprensibile: queste attività generano lavoro e rendono i quartieri interessanti. Ma se ogni spazio viene progressivamente monetizzato, l’attrattività rischia di consumare proprio quella parte informale della città che l’aveva resa desiderabile.

Il tema non è opporre commercio e spazio pubblico. È mantenere un equilibrio. Una buona strada può avere dehors e panchine. Una piazza può ospitare un mercato e restare utilizzabile quando il mercato finisce. Un parco può avere un chiosco senza trasformarsi in un locale all’aperto.

La libertà di non fare niente

Tra i diritti urbani meno citati ce n’è uno molto semplice: poter stare. Senza una prenotazione, senza un biglietto, senza che qualcuno venga a chiedere cosa desideriamo ordinare.

È una funzione modesta ma decisiva, perché permette alla città di essere davvero condivisa. Non ogni metro quadrato deve produrre una transazione per produrre valore. A volte il valore nasce proprio dal fatto che quello spazio rimane disponibile, aperto e sufficientemente indefinito da poter essere usato da persone diverse.

Fonti e approfondimenti