LinkedIn ha ottenuto il rigetto di due cause collettive che contestavano la sua capacità di rilevare le estensioni installate nel browser Chrome degli utenti. La decisione arriva dal Tribunale distrettuale federale del Northern District of California e riguarda, prima ancora del comportamento tecnico attribuito alla piattaforma, un requisito essenziale del contenzioso negli Stati Uniti: chi porta una causa davanti a un giudice federale deve mostrare di aver subito un danno reale e individuale.
Secondo il giudice Vince Chhabria, i due utenti californiani che avevano citato in giudizio LinkedIn non hanno descritto in modo sufficiente quale informazione privata sarebbe stata effettivamente comunicata alla società attraverso un’estensione del browser. Senza questo passaggio, per il tribunale non è dimostrata la legittimazione ad agire in sede federale. Le cause sono quindi state archiviate nella loro formulazione attuale.
Non si tratta però di una sentenza che stabilisce in via definitiva la liceità di ogni pratica di raccolta dei dati browser da parte di LinkedIn. Il provvedimento lascia agli attori la possibilità di correggere e presentare nuovamente i ricorsi. È una distinzione rilevante: il giudice ha chiuso questi procedimenti per l’insufficienza delle allegazioni sul danno, non ha svolto un esame completo del merito di tutte le accuse mosse alla piattaforma.
Il nodo è la natura dei dati trasmessi dalle estensioni
Le due class action, avviate separatamente ad aprile da Nicholas Farrell e Jeff Ganan, nascevano dalla contestazione di una presunta scansione delle estensioni presenti nei browser degli iscritti. La questione è stata ribattezzata “BrowserGate” da chi ha promosso l’allarme, ma sul piano giudiziario l’etichetta ha contato meno della precisione con cui le denunce hanno collegato la condotta contestata a una lesione personale.
Per Chhabria, nessuno dei ricorrenti ha affermato di avere installato componenti aggiuntivi che avessero trasmesso a LinkedIn dati privati. Questo è il punto che ha reso fragile l’impianto delle cause: sapere che un sito può identificare estensioni o add-on non equivale automaticamente a dimostrare che abbia acquisito contenuti sensibili, informazioni riservate o dati capaci di produrre un pregiudizio giuridicamente riconoscibile.
Nel suo ordine, il giudice si è spinto oltre, osservando che le estensioni vengono scaricate volontariamente dagli utenti e che, per loro stessa funzione, possono esporre dati ai siti web visitati. Un’osservazione che non assolve formalmente LinkedIn dalle accuse, ma segnala lo scetticismo del tribunale sulla possibilità che i ricorrenti riescano a costruire una violazione della privacy plausibile con gli elementi disponibili.
La posizione della società è che questi controlli siano collegati alla prevenzione di attività automatizzate, scraping e bot. LinkedIn aveva inoltre già indicato nella propria informativa sulla privacy di usare cookie e tecnologie analoghe per raccogliere dati sul browser e sui relativi add-on. La presenza di questa comunicazione non risolve da sola ogni possibile disputa sul consenso o sulla proporzionalità della raccolta, ma indebolisce l’idea di una pratica interamente nascosta agli utenti.
Una disputa che arriva dal mondo dello scraping
Il contesto rende la vicenda più complessa di un ordinario scontro tra una piattaforma e i suoi utenti. L’attenzione sul presunto monitoraggio del browser è partita da Fairlinked, organizzazione tedesca che si presenta come associazione di categoria e gruppo di advocacy per utenti commerciali di LinkedIn. Il materiale diffuso dal gruppo aveva sostenuto che LinkedIn effettuasse ricerche illecite sui computer degli iscritti, generando ampia attenzione presso siti e osservatori tecnologici.
LinkedIn ha ricondotto la campagna a un contenzioso precedente con Teamfluence, società estone che commercializza un’estensione Chrome pensata per intercettare il traffico LinkedIn. La piattaforma sostiene di aver rilevato attività di scraping riconducibili al servizio, di aver bloccato il suo amministratore delegato e di aver agito per tutelare l’infrastruttura e i dati presenti sul social professionale.
Un tribunale tedesco si era già espresso a favore di LinkedIn nella disputa con Teamfluence, ritenendo che il software violasse il contratto d’uso della piattaforma e che la sospensione degli account fosse, nel complesso, oggettivamente giustificata. LinkedIn ha poi fatto notare nei documenti difensivi i collegamenti tra Teamfluence e Fairlinked: Steven Morell, fondatore e CEO di Teamfluence, siede nel consiglio di Fairlinked.
Anche il legale di Jeff Ganan, J.R. Howell, ha confermato in un deposito giudiziario che il suo lavoro investigativo con Fairlinked e BrowserGate aveva preceduto il deposito della causa di Ganan. Questo intreccio non cancella automaticamente le domande sollevate sull’uso dei dati del browser, ma aiuta a capire perché la battaglia sia stata presentata da LinkedIn come una risposta al contrasto contro lo scraping, e non come un caso isolato di privacy.
Rigetto procedurale, non una piena assoluzione
Dopo la decisione, Howell ha sostenuto che il tribunale federale abbia semplicemente concluso di non avere giurisdizione sulle richieste così come formulate, senza pronunciarsi sulla legittimità delle pratiche di sorveglianza contestate. È un chiarimento corretto nella sostanza: quando manca il requisito del danno concreto, il giudice federale non è tenuto a decidere se la condotta denunciata avrebbe violato una norma sulla privacy.
La strada per i ricorrenti resta comunque stretta. Chhabria ha concesso loro di emendare le denunce, ma ha espresso dubbi sulla capacità di allegare una lesione credibile. In alternativa, l’avvocato di Ganan sta valutando un ricorso alla Court of Appeals for the Ninth Circuit oppure l’avvio della vertenza davanti a un tribunale statale della California, dove i requisiti per procedere possono essere diversi da quelli federali.
Per LinkedIn, il risultato è significativo perché blocca almeno temporaneamente due potenziali class action in un’area delicata: la lettura dei segnali provenienti dal browser viene utilizzata da molte piattaforme per sicurezza, prevenzione delle frodi e contrasto agli strumenti automatizzati, ma può anche rivelare preferenze, abitudini e software usati da una persona. Il confine fra telemetria tecnica legittima e profilazione invasiva dipende dalla natura dei dati, dalla trasparenza dell’informativa, dagli scopi della raccolta e dalle protezioni applicate.
La sentenza non offre quindi un lasciapassare generale alle piattaforme per esaminare indiscriminatamente l’ambiente software degli utenti. Offre invece un promemoria processuale: una denuncia basata sulla privacy deve identificare con precisione i dati coinvolti, il percorso con cui sarebbero stati ottenuti e il danno causato. Nel caso LinkedIn, questi elementi non sono stati ritenuti sufficienti.
I prossimi passaggi dipenderanno dalle scelte degli attori. Un ricorso, una nuova causa in California o denunce emendate potrebbero riportare il tema davanti ai giudici con una base fattuale diversa. Fino ad allora, la vittoria di LinkedIn riguarda soprattutto la tenuta delle due azioni federali esistenti, non la chiusura definitiva del dibattito sul controllo delle estensioni nei browser.




