La battaglia per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance entra nella sua fase più concreta, ma non ancora decisiva. Venerdì la società ha depositato la propria risposta alla causa antitrust promossa da una coalizione di 12 Stati, guidata dalla California, delineando la linea che intende portare al processo. Il messaggio è netto: per Paramount l’impianto dell’azione si fonda su una lettura superata del mercato audiovisivo e non reggerebbe a un esame economico e giuridico approfondito.
Il contenzioso non verte soltanto sulle dimensioni di una grande operazione di consolidamento hollywoodiano. Riguarda il modo in cui un tribunale dovrà definire il perimetro competitivo dell’intrattenimento nel 2026: se cinema, canali via cavo e piattaforme streaming restino mercati distinti, come sostengono gli Stati, oppure vadano letti dentro un ecosistema ormai attraversato da una concorrenza più ampia tra schermi, cataloghi e modelli distributivi.
La causa è stata presentata a luglio per fermare la fusione. Secondo gli Stati, l’operazione produrrebbe una concentrazione illegittima sia nel segmento della basic cable sia nel mercato delle uscite cinematografiche ad ampia distribuzione e dei blockbuster. La loro preoccupazione è che l’unione tra Paramount e Warner Bros. Discovery rafforzi eccessivamente il potere della nuova entità nella negoziazione con esercenti, distributori e altri soggetti della filiera, riducendo nel tempo le alternative disponibili.
Paramount ha formalmente negato le accuse, un passaggio ordinario con cui si apre il contraddittorio in una causa civile, ma ha affiancato al diniego una prima articolazione della propria strategia. L’azienda contesta anzitutto le definizioni di mercato adottate dai ricorrenti: a suo avviso, esse isolerebbero porzioni del settore attraverso dati selezionati e categorie pensate più per attivare le presunzioni antitrust che per rappresentare la realtà attuale.
Streaming contro categorie storiche
Il nucleo dell’argomento di Paramount è il cambiamento nelle abitudini del pubblico. La società richiama il peso ormai raggiunto dallo streaming, che secondo la sua ricostruzione supera la visione sia nelle sale sia sulla televisione via cavo. È una premessa cruciale: se Netflix, YouTube, Disney+, Prime Video e le altre piattaforme competono effettivamente con cinema e basic cable per attenzione, abbonamenti, tempo di visione e titoli, allora le quote di mercato calcolate in comparti più ristretti possono restituire un’immagine parziale del potere di una società combinata.
Questa impostazione è prevedibile, ma tutt’altro che secondaria. Nei procedimenti antitrust la definizione del mercato rilevante determina spesso il terreno su cui si misurano concentrazione, capacità di influire sui prezzi e possibilità per clienti o partner di rivolgersi a un concorrente. Gli Stati puntano a separare i circuiti dove Paramount e Warner Bros. Discovery sarebbero più forti; la difesa vuole invece dimostrare che quei confini non rispecchiano più il comportamento del pubblico né la pressione competitiva che gli studios subiscono.
Per l’industria del cinema, tuttavia, la risposta non è automatica. Le sale continuano a dipendere dalla disponibilità di grandi film capaci di attirare pubblico in finestre ristrette, mentre i gruppi media decidono quantità, calendario e condizioni commerciali delle uscite. Anche nell’epoca dello streaming, quindi, l’eventuale aumento di leva contrattuale di un soggetto che riunisse due grandi library, franchise e capacità di distribuzione può essere valutato separatamente dagli altri mercati. Sarà proprio su questa distanza tra concorrenza generale per l’attenzione e dinamiche specifiche dell’esercizio cinematografico che il processo potrebbe concentrarsi.
La compagnia insiste dal canto suo sul carattere pro-competitivo dell’operazione, sostenendo che l’integrazione consentirebbe di realizzare più film e più serie. Per ora, però, questa è una tesi da provare nel merito, non una conseguenza acquisita. In casi di questo tipo il tribunale dovrà pesare eventuali efficienze industriali contro il rischio che una minore pluralità di grandi fornitori peggiori le condizioni per sale, lavoratori creativi o altri acquirenti di contenuti.
La disputa sul ruolo degli Stati
Nella risposta compare anche una questione istituzionale. Paramount ha indicato tra le possibili difese l’argomento secondo cui la coalizione non avrebbe l’autorità per regolare la fusione, competenza che l’azienda attribuisce al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Il DOJ aveva già autorizzato l’accordo, spiegando in un memorandum le ragioni per cui non riteneva necessario bloccarlo.
Gli Stati possono però promuovere azioni per danni o condotte che ritengano in violazione delle norme antitrust federali. Il punto, dunque, non elimina di per sé il caso: si aggiunge a una disputa che riflette anche il rapporto, talvolta conflittuale, tra enforcement federale e autorità statali. In questa vicenda la California e gli altri ricorrenti hanno scelto una strada autonoma rispetto al DOJ, in un contesto nel quale diverse amministrazioni statali hanno perseguito iniziative antitrust non coincidenti con la linea dell’amministrazione Trump.
La posizione federale resta comunque un elemento di peso per Paramount. L’approvazione del DOJ non chiude la causa degli Stati, ma permette alla difesa di presentare l’operazione come già sottoposta al vaglio dell’autorità nazionale competente e giudicata compatibile con le regole di concorrenza. Per i ricorrenti, al contrario, sarà essenziale mostrare che i danni prospettati sono specifici, documentabili e non neutralizzati dalla concorrenza più ampia invocata dalla società.
Un calendario che rinvia l’operazione
Il processo è fissato al 2 marzo 2027 e sarà trattato insieme alla causa avviata dalla Writers Guild of America. Il sindacato degli sceneggiatori sostiene che il merger ridurrebbe le opportunità di lavoro e il numero di potenziali committenti per chi scrive per cinema e televisione. Pur muovendo da interessi diversi, le due contestazioni descrivono lo stesso timore industriale: con meno gruppi in grado di finanziare e commissionare contenuti su larga scala, la concentrazione può trasferirsi lungo tutta la catena, dalle sale alle writers’ room.
Paramount ha accettato di non completare l’operazione fino alla decisione che seguirà il processo. È un vincolo rilevante perché allontana la chiusura del merger e mantiene separate, per diversi mesi, le scelte operative delle due società. La compagnia chiede però che i ricorrenti versino una cauzione da 1,88 miliardi di dollari come condizione per proseguire il contenzioso; l’udienza su tale richiesta è prevista per il 24 settembre. Una cauzione di questa portata alzerebbe sensibilmente il costo e il rischio finanziario della causa per gli Stati, anche se spetterà al giudice decidere se imporla e in quali termini.
Prima del processo, le parti parteciperanno inoltre a una conferenza di conciliazione della durata di due giorni, in calendario verso la fine di ottobre. Si tratta di un passaggio ordinario della procedura civile e non è un’indicazione che un accordo sia vicino. Tuttavia, offre a Paramount, agli Stati e agli altri soggetti coinvolti una sede per verificare se esistano rimedi negoziali: impegni sulla distribuzione nelle sale, cessioni di attività o garanzie relative alla produzione potrebbero in astratto diventare temi di discussione, senza che al momento vi siano indicazioni su una proposta concreta.
Il dossier Paramount-Warner Bros. Discovery mette quindi in pausa una delle operazioni più importanti per il riassetto di Hollywood. La risposta depositata venerdì non risolve la controversia, ma chiarisce che la difesa punterà a spostare il dibattito dalla somma di asset tradizionali alla trasformazione complessiva del consumo audiovisivo. Gli Stati dovranno dimostrare che quella trasformazione non cancella la forza negoziale esercitata ancora oggi nei mercati della sala e della televisione a pagamento. La sentenza attesa dopo marzo 2027 dirà non solo se il merger potrà chiudersi, ma anche quali categorie economiche continueranno a guidare l’antitrust dei media nell’era delle piattaforme.




