Sul red carpet veneziano Renzo Rosso è arrivato moltiplicato. Cinque sosia del fondatore di Diesel e OTB Group hanno preceduto la proiezione di Be Brave, il documentario di Francesco Carrozzini dedicato all’imprenditore veneto e presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Il gesto riprende un episodio del 1998: alla consegna del premio di Advertiser of the Year ai Cannes Lions, Rosso salì simbolicamente sul palco attraverso quattro collaboratori mascherati con il suo volto.

Quella trovata, coerente con la tradizione comunicativa di Diesel, introduce però un progetto assai meno lineare di una biografia filmata. Be Brave, della durata di 85 minuti, viene presentato come un film creato integralmente con l’intelligenza artificiale dopo oltre 18 mesi di lavorazione. E la formula va presa alla lettera, almeno nelle intenzioni dichiarate dagli autori: le persone ascoltate per ricostruire la storia di Rosso, tra familiari, amici, collaboratori e figure della moda, non appaiono necessariamente in una forma documentaria convenzionale.

Fra i nomi associati al film figurano John Galliano e Glenn Martens, oltre a persone che hanno lavorato accanto a Rosso. Le loro interviste sono state sottoposte a un trattamento basato sull’AI. È qui che il film pone il suo elemento più delicato: non usa la tecnologia soltanto per animare un archivio, costruire passaggi visivi o rendere più fluido il montaggio, ma interviene sulla materia che in un documentario regge il patto di fiducia con lo spettatore, cioè la testimonianza e l’immagine di chi parla.

Un film che mette in scena anche il proprio artificio

Durante la conferenza stampa che ha preceduto la première, Rosso ha detto che l’intelligenza artificiale ha informato ogni elemento dell’opera, comprese le sequenze in cui compare lui stesso. Ha persino sostenuto, con il tono ironico che gli è abituale, che nessun fotogramma che lo ritrae sarebbe stato girato. Non è un dettaglio di produzione: impone di guardare diversamente all’intero racconto.

Il documentario tradizionale conserva una pluralità di strumenti — riprese contemporanee, materiali d’archivio, ricostruzioni, voice-over — ma rende normalmente riconoscibili i confini fra questi registri. In Be Brave quel confine diventa parte del linguaggio dell’opera. La domanda non è quindi soltanto quali immagini siano state generate, alterate o sintetizzate, ma quanto lo spettatore sia messo in condizione di distinguerle da un’intervista registrata o da una scena realmente avvenuta.

Le informazioni disponibili non dettagliano quali modelli siano stati impiegati, né spiegano in che misura i contenuti audiovisivi degli intervistati siano stati modificati rispetto alle registrazioni originarie. Non è dunque corretto dedurre che le dichiarazioni attribuite a Galliano, Martens o agli altri partecipanti siano state inventate. Il dato verificabile è più circoscritto: le loro interviste sono state trattate con AI e l’opera si definisce interamente realizzata attraverso questa tecnologia. Sono due cose sufficienti a rendere necessario un approccio critico, ma non autorizzano a confondere elaborazione visiva, sintesi della voce e fabbricazione dei contenuti.

Dal linguaggio Diesel a una nuova materia audiovisiva

La scelta non arriva dal nulla. Rosso ha costruito Diesel anche attraverso campagne capaci di usare provocazione, satira e ambiguità come leve di riconoscibilità. Il gruppo OTB, da lui fondato, controlla marchi come Diesel, Maison Margiela, Marni, Jil Sander e Viktor&Rolf: una costellazione nella quale l’identità creativa e la capacità di produrre immaginari contano quanto il prodotto.

Un documentario su Rosso realizzato con tecniche generative può perciò essere letto come un’estensione di quell’approccio: il fondatore non viene semplicemente celebrato o osservato, ma diventa una figura manipolabile, replicabile, quasi una maschera. I doppelgänger a Venezia traducono questa idea in forma fisica. Il film la porta invece nel campo dell’immagine digitale, dove la replica non ha più bisogno di un volto coperto o di una presenza sul set.

Carrozzini non è estraneo ai formati ibridi. Il regista, figlio dell’ex direttrice di Vogue Italia Franca Sozzani, ha diretto Franca: Chaos and Creation, un lavoro intimo dedicato alla madre, e il progetto in realtà virtuale a tema ambientale X-ray Fashion. Con Be Brave affronta però un passaggio diverso: l’AI non è presentata come un semplice supporto produttivo o come un effetto isolato, bensì come l’infrastruttura dichiarata dell’intero film.

Perché la trasparenza conta più dell’effetto

Nel cinema di finzione, la manipolazione dell’immagine è un dato costitutivo. Nel documentario, invece, la libertà formale convive con una responsabilità precisa verso i fatti, le persone rappresentate e il pubblico. L’uso dell’AI non rende automaticamente meno legittima un’opera documentaria, né impedisce a un autore di rielaborare materiale reale. Cambia tuttavia l’onere di chiarezza, soprattutto quando le tecniche adottate possono simulare presenza, espressioni e parole di individui riconoscibili.

Per un film biografico, la distinzione ha conseguenze concrete. Chi guarda deve poter capire se sta assistendo a una ripresa, a una ricostruzione, a un’animazione da archivio o a una scena sintetica costruita a partire da fonti diverse. La differenza non è burocratica: influenza il modo in cui si attribuisce credibilità a un ricordo, a una frase e persino a un silenzio. Nel caso di un protagonista come Rosso, la cui storia è intrecciata a un marchio e a un gruppo ancora attivi, riguarda anche la relazione tra autoritratto aziendale e opera editoriale.

La moda ha già familiarità con corpi virtuali, campagne digitali e immagini costruite per mettere in discussione l’idea di autenticità. Un documentario distribuito e discusso nel circuito cinematografico porta però quel dibattito oltre la fotografia pubblicitaria. Il rischio non è soltanto estetico. Senza indicazioni adeguate, un pubblico potrebbe recepire una sequenza generata come prova documentale; con una disclosure chiara, la stessa sequenza può essere interpretata per ciò che è: una scelta narrativa, magari potente, ma distinta dal documento.

Be Brave si colloca quindi in un terreno ancora instabile, nel quale non esiste un linguaggio condiviso per segnalare con precisione il ruolo dell’AI. I titoli di coda, le note di regia, le didascalie a schermo e il materiale stampa diventano parte della fruizione, non accessori secondari. Servono a chiarire quali voci siano state raccolte, quali immagini siano tratte da archivi e quali porzioni siano state costruite o trasformate digitalmente.

Il precedente che interessa l’industria creativa

La vicenda interessa la moda non perché dimostri che l’intelligenza artificiale possa sostituire un set. Quello è il livello più superficiale della discussione. Il caso di Be Brave mostra piuttosto come le aziende e i loro fondatori possano usare strumenti generativi per controllare, espandere o rendere più spettacolari i propri archivi identitari. Quando il soggetto raccontato coincide con il vertice di un gruppo del lusso, la forma del racconto contribuisce a definirne l’eredità pubblica.

Il film di Carrozzini potrà essere valutato pienamente soltanto dalla visione e dalla conoscenza delle modalità con cui ogni passaggio è stato realizzato. Per ora, il suo merito è rendere visibile una tensione che attraverserà sempre più spesso moda, cinema e comunicazione d’impresa: l’AI può creare nuove possibilità espressive, ma non elimina il bisogno di sapere che cosa si sta guardando. A Venezia, Rosso ha scelto di trasformare questa ambiguità in parte della messinscena. La risposta dell’industria dipenderà dalla capacità di non lasciarla soltanto tale.

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