Per un fine settimana il Southbank Centre di Londra trasforma alcuni dei suoi spazi più frequentati in un banco di prova pubblico per la creatività computazionale. Creative Intelligence, manifestazione inaugurale curata da PACT — Planetary Art Culture Technology — riunisce artisti, strumenti digitali e intelligenza artificiale in un programma pensato non come vetrina tecnica, ma come esperienza diretta per i visitatori.
L’iniziativa arriva nell’anno del 75° anniversario dell’istituzione londinese, indicata come il più grande centro artistico d’Europa. Il dato storico conta perché chiarisce l’ambizione dell’operazione: non confinare gli strumenti generativi a un laboratorio, a una conferenza per addetti ai lavori o a un prodotto commerciale, ma inserirli nel contesto di un grande spazio culturale aperto al pubblico.
Al centro della collaborazione con Google Arts & Culture c’è una questione ormai inevitabile per musei, festival e istituzioni: in che modo si può sperimentare con l’AI senza ridurre l’artista a semplice fornitore di input e senza mettere in secondo piano l’autonomia creativa delle persone? Il Southbank Centre presenta il weekend come una risposta pratica, ancora necessariamente parziale, a questa domanda. Le opere non puntano a dimostrare che un modello possa sostituire un autore; usano invece l’interazione per rendere visibili le conseguenze del dialogo fra immaginazione umana, software e pubblico.
Quattro esperimenti nello spazio comune del Royal Festival Hall
Le installazioni di Google Arts & Culture Lab trovano posto nei foyer pubblici del Royal Festival Hall, in particolare nel Clore Ballroom e nell’Exploration Bazaar. La scelta della collocazione non è secondaria: sono aree di passaggio e incontro, lontane dalla ritualità più silenziosa della sala espositiva tradizionale. Chi entra può intervenire, giocare, produrre immagini o suoni e osservare come la risposta della macchina modifichi il risultato.
Fra gli esperimenti presentati c’è Dreaming with Flamingos, progetto di Yinka Ilori che intreccia riferimenti al folklore dell’Africa occidentale con Lyria, lo strumento di Google DeepMind dedicato alla generazione musicale. L’esperienza assume la forma di una ricerca a enigmi: il visitatore è chiamato a riportare la conoscenza perduta in un parco e, lungo il percorso, a sbloccare un universo musicale legato all’immaginario dell’artista. In questo caso l’AI non viene proposta come autore isolato della composizione, ma come elemento di un ambiente narrativo e partecipativo costruito da Ilori.
Splash Canvas, firmato da David Li, mette insieme Gemini e dinamiche dei fluidi. Creature marine morbide diventano pennelli e commentatori dell’opera realizzata in tempo reale dal pubblico. Il gesto, quindi, non passa attraverso l’interfaccia convenzionale di una chat o di un programma di grafica: avviene su una superficie fluida, con interlocutori digitali che intervengono nella costruzione dell’immagine. È un’impostazione significativa, perché sposta l’attenzione dall’output finale al comportamento dell’esperienza: non si tratta soltanto di ottenere una figura generata, ma di negoziarla attraverso azioni, reazioni e trasformazioni continue.
Con Learn Everything, Gemini viene usato per convertire le fotografie di oggetti quotidiani in metafore visive utili a comprendere temi complessi. L’idea è partire da ciò che è vicino e riconoscibile per costruire un percorso di apprendimento: un oggetto comune può diventare il punto d’accesso a una spiegazione scientifica. È un possibile impiego educativo dell’AI generativa, ma porta con sé anche una responsabilità precisa. Una metafora efficace può facilitare la comprensione; non può però essere scambiata per una spiegazione completa o per una fonte verificata, soprattutto quando affronta materie scientifiche.
Google Arts & Culture segnala inoltre Say What You See fra le esperienze disponibili durante il fine settimana. Nel complesso, sono quattro gli esperimenti interattivi ospitati negli spazi pubblici. La loro presenza nello stesso programma permette di leggere l’AI non come una categoria unica: qui viene applicata alla musica, alla pittura interattiva, all’apprendimento visivo e a forme di percezione e interpretazione affidate alla partecipazione del visitatore.
Un rapporto costruito nel tempo, non un’installazione estemporanea
Creative Intelligence non nasce dal nulla. Il Southbank Centre e Google Arts & Culture hanno già lavorato insieme per celebrare i 50 anni della Hayward Gallery e per digitalizzare Art by Post, progetto che portava attività artistiche nelle case attraverso la posta. Il nuovo appuntamento prosegue quella relazione, ma cambia scala e tema: dalla conservazione e dalla diffusione digitale di contenuti culturali si passa all’uso in presenza di sistemi capaci di generare, analizzare e rispondere.
Questo passaggio descrive bene il punto in cui si trova oggi il settore culturale. Per anni la tecnologia nei musei è stata soprattutto riproduzione ad alta definizione, archivio online, audioguida, proiezione o dispositivo immersivo. I modelli generativi introducono una dinamica diversa: l’opera o l’installazione può reagire ai contributi del pubblico, proporre associazioni, produrre materiale nuovo e cambiare il proprio andamento durante la fruizione. La promessa è un’esperienza più aperta. Il rischio è che l’effetto di novità prevalga sul contenuto, oppure che l’interfaccia nasconda le scelte artistiche, i dati e le infrastrutture che rendono possibile il risultato.
Il valore del coinvolgimento di artisti come Ilori e Li sta proprio nella possibilità di evitare una dimostrazione generica della piattaforma. Un modello linguistico o musicale non arriva mai in uno spazio culturale come materiale neutro: deve essere inquadrato da una direzione creativa, da regole di interazione, da un immaginario e da un obiettivo. Il pubblico vede il software, ma incontra anche il modo in cui un autore ha deciso di limitarlo, indirizzarlo o metterlo in discussione.
La creatività umana resta la questione aperta
La formula “creative intelligence” può suggerire un’alleanza lineare fra sensibilità umana e capacità di calcolo. Nella pratica, il rapporto è più complesso. I sistemi generativi sono diventati accessibili a un pubblico vasto, ma la loro presenza in ambito artistico continua a sollevare interrogativi su attribuzione, formazione dei modelli, diritti, compensi e trasparenza. Il programma londinese non pretende di risolverli in un weekend; li rende però più difficili da ignorare, portando gli strumenti fuori dalla schermata privata e dentro un’istituzione frequentata da pubblici diversi.
Per chi visita l’evento, l’aspetto più concreto sarà probabilmente la possibilità di agire sulle installazioni. Per chi guarda al settore, sarà interessante osservare un centro culturale storico usare l’interattività generativa come linguaggio di mediazione, senza presentarla necessariamente come fine dell’esperienza artistica. È una distinzione utile: l’AI può ampliare i formati con cui un’istituzione racconta, insegna e coinvolge, ma non determina da sola né il valore di un’opera né la qualità del rapporto con il pubblico.
Creative Intelligence offre dunque un caso di studio europeo su come le organizzazioni culturali possano ospitare strumenti di AI senza rinunciare alla propria funzione critica. Dopo il weekend, resterà da capire se queste sperimentazioni troveranno continuità nei programmi del Southbank Centre e, soprattutto, quali pratiche di curatela, accessibilità e responsabilità riusciranno a consolidare. Per ora, Londra mette l’AI in un luogo dove è possibile toccarla, ascoltarla e discuterla: un passaggio più utile di molte promesse astratte sul futuro della creatività.




