Sylvan Esso ha costruito la propria identità su un equilibrio tutt'altro che scontato: canzoni pop essenziali, voce in primo piano, ritmi elettronici capaci di essere insieme asciutti e stranianti. Con Ow ∞, pubblicato venerdì 11 settembre, Amelia Meath e Nick Sanborn spostano però quel baricentro. Il nuovo album conserva alcuni tratti riconoscibili del duo, ma lascia entrare sonorità più ruvide e apertamente nostalgiche: breakbeat da fine anni Novanta e primi Duemila, chitarre distorte, una materia sonora meno levigata rispetto a quella che ha caratterizzato parte dei lavori precedenti.
La notizia, in apparenza, riguarda un disco. Ma racconta anche qualcosa di più ampio sul rapporto tra pop elettronico e strumenti digitali. Per anni l'idea di produzione elettronica contemporanea è stata associata a superfici pulite, basse frequenze precise, campioni perfettamente allineati e un controllo quasi chirurgico del dettaglio. Sylvan Esso continua a lavorare con quel vocabolario, senza rinnegarlo, ma in Ow ∞ sceglie di metterlo in tensione con elementi meno impeccabili e più corporei. È una direzione che privilegia l'attrito, l'imperfezione e il riferimento a un'epoca in cui rock alternativo, hip-hop e musica elettronica potevano convivere senza la separazione netta delle playlist odierne.
La coppia, attiva con il nome Sylvan Esso dal 2014, era emersa con l'album d'esordio omonimo e il singolo “Hey Mami”. Da allora Meath e Sanborn hanno sviluppato un catalogo in cui l'evoluzione non ha coinciso con una rottura totale. Free Love aveva esplorato timbri più polverosi e fragili, mentre No Rules Sandy si muoveva verso una dimensione più orientata al ballo e al glitch. Il filo conduttore resta la capacità di far riconoscere il gruppo anche quando cambiano gli ingredienti: la voce di Meath e le architetture ritmiche di Sanborn continuano a definire il perimetro del progetto.
Un'estetica digitale meno lucida
In Ow ∞, il cambiamento passa anzitutto dalla scelta dei materiali sonori. L'album si allontana in parte dalla produzione dance brillante e dalle batterie modulari più frammentate ascoltate su Free Love. Al loro posto emergono ritmiche che richiamano il breakbeat e chitarre trattate fino alla distorsione. Non significa che Sylvan Esso abbia abbandonato sintetizzatori, interventi vocali contemporanei o dettagli elettronici: questi elementi restano presenti. Cambia, piuttosto, il loro ruolo. Non devono più rendere tutto futuribile e ordinato; servono anche a sporcare, deformare e collegare linguaggi di periodi diversi.
Brani come “Hot Slob” e “Concrete Glen” rendono evidente questa impostazione. Nei riferimenti evocati attorno al disco compaiono Soul Coughing e Blur, due coordinate che aiutano a inquadrare l'operazione senza esaurirla. Da una parte c'è una tensione ritmica nervosa, quasi da collage; dall'altra una familiarità con chitarre e melodie che riportano al pop-rock britannico e statunitense a cavallo del millennio. Sylvan Esso non ricostruisce filologicamente quel suono, né tenta di trasformarlo in una citazione vintage. Lo usa come una tavolozza aggiuntiva all'interno di un linguaggio già consolidato.
La nostalgia, qui, non sembra dunque un semplice esercizio estetico. È un modo per sottrarsi alla standardizzazione di molte produzioni ottimizzate per essere immediatamente identificabili sulle piattaforme di streaming. In un sistema che premia l'apertura rapida e la continuità dell'ascolto, far entrare distorsione, irregolarità ritmica e riferimenti meno lineari può essere una scelta di scrittura prima ancora che di stile. Le canzoni restano pop, ma non cercano una pulizia assoluta.
Il laptop come centro operativo della produzione
Nell'intervista-questionario pubblicata da The Verge in occasione dell'uscita, Nick Sanborn indica il laptop come lo strumento di cui non potrebbe fare a meno, citando in particolare una lunga familiarità con i MacBook, fin dal termine delle scuole superiori. È una risposta breve, ma fotografa bene la condizione della musica elettronica contemporanea: il computer non è un supporto collaterale alla composizione, è spesso il luogo in cui una canzone prende forma, viene registrata, manipolata, arrangiata e portata alla versione definitiva.
Questo non riduce l'autorialità a una questione di software. Al contrario, rende ancora più visibili le decisioni artistiche. Lo stesso ambiente di lavoro può ospitare una produzione rigidamente quantizzata o un beat volutamente sbilenco; può simulare il suono di una band o frantumarlo in frammenti; può rendere una voce cristallina oppure trattarla fino a farla diventare una texture. Il passaggio di Sylvan Esso verso un disco più “organico” non è quindi un rifiuto della tecnologia. È un esempio di come gli strumenti digitali possano servire anche a evitare l'estetica digitale più prevedibile.
Per chi segue l'evoluzione di hardware e software creativi, questa distinzione è rilevante. Il dibattito tende spesso a contrapporre analogico e digitale, spontaneità e programmazione, strumenti tradizionali e laptop. Nella pratica di molti artisti, e nel caso di Sylvan Esso, queste separazioni hanno poco senso. Una chitarra distorta può essere registrata, tagliata e riassemblata al computer; una ritmica elettronica può essere progettata per sembrare più fallibile e fisica di una batteria programmata secondo regole perfette. Il carattere di un disco dipende dal modo in cui queste possibilità vengono usate, non dalla presenza o dall'assenza di uno schermo.
Dal questionario alla vita quotidiana
Il contesto dell'intervista è volutamente più leggero di un approfondimento tecnico. Tra le risposte raccolte dal magazine, Sylvan Esso segnala anche una piccola preferenza quotidiana: vale la pena spendere qualcosa in più per uno yogurt di buona qualità. È un dettaglio marginale, ma coerente con il tono con cui il duo si presenta da tempo, lontano dalla narrazione dell'artista irraggiungibile e più vicino a una creatività intrecciata con abitudini concrete, strumenti familiari e gusti personali.
Non è da quel consiglio alimentare che si misura il peso di Ow ∞, naturalmente. Conta invece il fatto che Sylvan Esso scelga di intervenire sul proprio suono dopo oltre un decennio di attività senza inseguire una discontinuità artificiale. Il disco parte da coordinate riconoscibili, ma le contamina con timbri e ritmi che cambiano la percezione dell'insieme. Per un duo nato nell'elettronica pop, l'operazione mostra come l'identità possa restare intatta anche quando la produzione rinuncia a essere rassicurante.
Resta da vedere quale spazio troveranno dal vivo queste nuove soluzioni e se il linguaggio di Ow ∞ diventerà una parentesi oppure l'inizio di una nuova fase. Per ora, il dato più chiaro è che Meath e Sanborn continuano a trattare il formato dell'album come un campo di sperimentazione. Il MacBook resta indispensabile per Sanborn, ma il risultato non ha nulla della demo sterile costruita davanti a un display: è un pop elettronico che cerca deliberatamente grana, peso e movimento.




