Eugene Richard O’Connor, conosciuto dal pubblico punk come Cheetah Chrome, è morto a 71 anni. La notizia è stata comunicata dai Dead Boys con un messaggio pubblicato su Instagram, firmato dai membri della band e dalla sua famiglia artistica. Non sono state diffuse informazioni sulle cause della morte; il gruppo ha chiesto rispetto per la privacy di familiari, amici e fan.

Con Chrome scompare una figura che ha contribuito a definire la grammatica elettrica e fisica del punk statunitense degli anni Settanta. Il suo modo di suonare non cercava pulizia né virtuosismo: riff tesi, taglienti, costruiti per sostenere l’urgenza di una band che trasformava il rock’n’roll in un’esperienza abrasiva, provocatoria e spesso volutamente sgradevole. Nei Dead Boys quella chitarra era parte essenziale di un’identità sonora che arrivava da Cleveland, ma che trovò la propria cassa di risonanza nel circuito newyorkese del CBGB.

Nel messaggio di commiato, i compagni lo hanno ricordato come un originale e come uno degli artefici del movimento punk, sottolineando insieme la sua energia musicale e il carattere personale. È un ritratto coerente con il posto che Chrome ha occupato nella storia del gruppo: una presenza meno esposta, sul piano iconografico, rispetto al frontman Stiv Bators, ma decisiva nella costruzione del repertorio e dell’impatto dal vivo dei Dead Boys.

Da Cleveland al punk che rifiutava le regole

Prima dei Dead Boys, O’Connor aveva fatto parte di Rocket from the Tombs, formazione di Cleveland attiva nella prima metà degli anni Settanta e considerata uno snodo importante del proto-punk americano. Da quell’esperienza emersero traiettorie diverse: alcuni musicisti avrebbero formato Pere Ubu, mentre Chrome, Stiv Bators e Johnny Blitz avrebbero dato vita a un progetto inizialmente chiamato Frankenstein, presto diventato Dead Boys.

La provenienza geografica conta. Cleveland aveva già prodotto una scena ruvida, distante sia dalla patina dell’industria discografica sia dalle formule del rock da arena. I Dead Boys portarono però quel linguaggio a New York, nel momento in cui il CBGB stava consolidando il proprio ruolo di luogo cardine per Ramones, Television, Patti Smith Group, Blondie e molte altre realtà. La band non replicava il minimalismo dei Ramones né l’art-rock di Television: puntava su un rock più sporco, sessuale, rumoroso, con una teatralità aggressiva che rendeva ogni esibizione un confronto diretto con il pubblico.

Chrome contribuì a far funzionare questo equilibrio. La chitarra non era un elemento ornamentale e nemmeno un semplice accompagnamento alla voce di Bators. Era il motore che teneva insieme la velocità, le pause brusche e la tensione delle canzoni. In un’epoca in cui il punk veniva spesso raccontato attraverso abiti, slogan e scandalo, il suo lavoro ricorda quanto la solidità musicale fosse necessaria perché quell’estetica avesse durata.

Due dischi, un catalogo diventato riferimento

La discografia in studio dei Dead Boys è concentrata in appena due album: Young, Loud and Snotty, pubblicato nel 1977, e We Have Come for Your Children, arrivato nel 1978. Il primo resta il titolo attorno al quale si è fissata la reputazione del gruppo. Non soltanto per l’immagine irriverente e per la voce di Bators, ma per la sua capacità di restituire su disco una band nata per il palco.

Il catalogo non ha avuto l’espansione di altri nomi della generazione punk, e proprio questa limitatezza ha contribuito a renderlo un oggetto compatto: due album, una prima vita breve, una mitologia alimentata da concerti, testimonianze e ristampe. I Dead Boys si sciolsero inizialmente nel 1980, senza pubblicare un terzo lavoro in studio. Negli anni seguenti si sono riuniti in diverse occasioni, nel 1987, nel 2004 e poi nuovamente a partire dal 2017, mantenendo viva una presenza live senza trasformare quella storia in una produzione discografica continuativa.

La band è stata inoltre documentata nel film del 1980 D.O.A.: A Right of Passage di Lech Kowalski, uno dei materiali audiovisivi che hanno aiutato a fissare su pellicola l’energia e il disordine della scena punk dell’epoca. Per Chrome, quel patrimonio è diventato anche racconto personale: nel 2010 ha pubblicato il memoir Cheetah Chrome: A Dead Boy’s Tale from the Front Lines of Punk Rock. Tre anni dopo Rupert Grint lo ha interpretato nel film CBGB, dedicato al locale newyorkese e alla comunità musicale che gli ruotava attorno.

Un anniversario che cambia significato

La morte di Chrome arriva mentre i Dead Boys avevano in programma un tour nel 2027 per celebrare i cinquant’anni di Young, Loud and Snotty. Alla luce della sua scomparsa, quelle date assumono inevitabilmente un significato diverso. Al momento dell’annuncio della morte non sono stati comunicati aggiornamenti ufficiali sul calendario né indicazioni su eventuali modifiche al progetto.

È un passaggio rilevante anche per il modo in cui l’industria musicale gestisce gli anniversari dei cataloghi storici. Tour celebrativi, ristampe e iniziative editoriali non sono soltanto operazioni nostalgiche: spesso riportano al centro opere rimaste ai margini del grande pubblico, introducendole a una nuova generazione di ascoltatori e ridefinendo chi abbia voce nel custodirne l’eredità. Nel caso dei Dead Boys, l’assenza di Chrome priva qualsiasi celebrazione di uno dei pochi collegamenti diretti con la formazione originaria e con il suono che rese il gruppo riconoscibile.

Il valore della sua figura emerge anche dalla distanza tra popolarità commerciale e influenza. I Dead Boys non hanno costruito una carriera lunga né una discografia sterminata, ma hanno lasciato un’impronta percepibile nella genealogia del punk hardcore, del garage rock e di molte band che hanno cercato una forma di rock meno levigata e più conflittuale. Chrome apparteneva a quella generazione per cui l’idea di “suonare bene” poteva significare, prima di tutto, suonare con una precisa intenzione.

Dopo lo scioglimento iniziale della band, O’Connor ha attraversato varie fasi professionali, tra progetti solisti, lavori come session man e tour con GG Allin. Sono percorsi che restituiscono un musicista rimasto legato al circuito rock underground anche quando l’attenzione mediatica sui Dead Boys si era ridotta. Non è un dettaglio marginale: molte biografie punk vengono ridotte agli anni fondativi, mentre la sopravvivenza artistica successiva avviene spesso lontano dai grandi riflettori, attraverso collaborazioni, date nei club e un rapporto diretto con il proprio pubblico.

Chrome lascia la moglie Anna O’Connor e il figlio Rogan, quattordicenne, che vivono a Nashville. Per i Dead Boys e per chi segue la storia del punk americano, resta un repertorio breve ma profondamente identificabile. In quelle registrazioni la sua chitarra continua a raccontare un momento in cui il rock non aveva bisogno di essere rassicurante per risultare memorabile.

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