La battaglia fra discografiche e società di intelligenza artificiale generativa sta producendo un secondo fronte, meno visibile delle cause per copyright ma potenzialmente decisivo per l’economia del lavoro musicale. L’American Federation of Musicians (AFM), il sindacato che rappresenta strumentisti e altri professionisti della musica negli Stati Uniti, ha depositato presso un tribunale federale di New York la propria opposizione alle richieste di archiviazione avanzate da Universal Music Group, Warner Records e Atlantic Recording Corp.

La causa riguarda gli accordi stretti dalle label con Suno e Udio, due piattaforme di musica generativa finite al centro di un duro contenzioso con l’industria discografica. Per AFM, le registrazioni realizzate dai propri iscritti sarebbero state concesse alle aziende AI per un utilizzo commerciale senza che ai musicisti fossero riconosciuti né un compenso né le comunicazioni previste dal contratto collettivo applicabile. L’atto di opposizione è stato presentato il 4 settembre: ora sarà il giudice federale Edgardo Ramos a decidere se la vertenza potrà proseguire nella sua fase istruttoria.

Non si tratta quindi di stabilire, almeno per ora, se Suno o Udio abbiano violato il copyright delle major. La domanda sottoposta al tribunale è diversa: quando una casa discografica autorizza l’impiego di una registrazione in sistemi capaci di generare nuova musica, deve riconoscere qualcosa ai musicisti che hanno eseguito quella registrazione? È una questione contrattuale, ma tocca un nodo che l’industria non può più rinviare: chi partecipa ai ricavi e alle decisioni quando i cataloghi diventano materia prima per nuovi modelli di business?

Il contratto collettivo al centro del caso

AFM aveva avviato l’azione legale a giugno, presentando poi una versione modificata del ricorso il 24 luglio. Il fulcro è l’articolo 21(a) del Sound Recording Labor Agreement, l’accordo collettivo tra il sindacato e le imprese discografiche firmatarie. La clausola disciplina il cosiddetto “new use”, cioè un uso di una registrazione che non sia già contemplato dalle altre parti dell’intesa.

Secondo il sindacato, la licenza di brani e registrazioni a un’azienda che addestra o gestisce sistemi di generazione musicale rientra proprio in questa categoria. Da qui deriverebbe un meccanismo di pagamento e di notifica che le label avrebbero dovuto attivare. Nel documento depositato a New York, AFM sostiene che le proprie letture del contratto siano quantomeno plausibili e sufficienti per superare una richiesta di archiviazione preliminare. Il sindacato non chiede al giudice di scrivere da zero nuove regole per l’AI, ma di applicare agli accordi esistenti la disciplina pensata per gli impieghi non previsti al momento della negoziazione.

Universal ha chiesto al tribunale di chiudere il caso il 5 agosto. La sua posizione, in sintesi, è che l’articolo richiamato non stabilisca autonomamente una tariffa: il pagamento dovrebbe essere determinato facendo riferimento a uno specifico altro accordo AFM relativo al nuovo impiego. Poiché non esisterebbe un’intesa separata che regoli l’uso nell’AI, per Universal non sorgerebbe alcun obbligo economico. Warner Records e Atlantic Recording Corp. hanno presentato una richiesta analoga il 14 agosto.

La replica dell’AFM mette in discussione questa interpretazione. Se venisse accolta la tesi delle aziende, osserva il sindacato, ogni utilizzo davvero inedito potrebbe restare fuori dal perimetro della tutela proprio perché non era stato regolato espressamente in precedenza. È il paradosso su cui si gioca il procedimento: una clausola nata per accompagnare l’evoluzione dei formati e delle piattaforme potrebbe diventare inefficace di fronte alla trasformazione più radicale degli ultimi anni.

Dal contenzioso sul copyright alle licenze commerciali

Il ricorso si inserisce in una storia che ha cambiato più volte direzione. Nel giugno 2024 Universal, Warner e altre major avevano citato in giudizio Suno e Udio, contestando l’uso non autorizzato di repertori protetti per lo sviluppo dei loro servizi. Nelle denunce, le case discografiche avevano sostenuto che la diffusione su larga scala di tracce generate artificialmente potesse comprimere i compensi destinati agli artisti e sottrarre spazio di mercato alle registrazioni umane.

Successivamente, il quadro si è evoluto verso le intese commerciali. Warner ha raggiunto accordi con Udio e, pochi giorni dopo, con Suno nel novembre 2025. Universal ha siglato un accordo transattivo e di licenza con Udio nell’ottobre 2025, mentre non ha trovato un’intesa con Suno. Sono proprio queste operazioni a dare sostanza alla contestazione dell’AFM: per il sindacato, le major hanno trasformato in licenze remunerate un utilizzo che in precedenza avevano denunciato come dannoso, senza però riconoscere una quota agli esecutori coinvolti nelle registrazioni.

L’AFM richiama anche le dichiarazioni pubbliche con cui le aziende avevano presentato gli accordi come un passo positivo per artisti, autori e comunità creativa. Il sindacato contesta che i musicisti rappresentati abbiano beneficiato dei proventi delle transazioni. È un passaggio delicato perché separa tre categorie spesso sovrapposte nel dibattito pubblico: titolari dei diritti sulle registrazioni, autori delle composizioni e musicisti esecutori. Le loro posizioni contrattuali non coincidono, così come non coincidono i canali attraverso i quali vengono distribuiti ricavi e royalties.

In un’udienza preliminare del 21 luglio, il giudice Ramos aveva posto alle label una domanda riportata ora dall’AFM nel proprio deposito: se le società stanno concedendo musica alle imprese AI e traendone beneficio, perché non dovrebbero pagare gli autori di quella musica? Il quesito non anticipa l’esito della causa, né equivale a una valutazione definitiva del tribunale. Mostra però che il problema della ripartizione del valore è già emerso con nettezza nella discussione processuale.

Un precedente contrattuale per il lavoro in studio

Per i musicisti di sessione e per gli esecutori, il caso potrebbe avere conseguenze concrete ben oltre Universal e Warner. La discografia ha già attraversato fasi in cui un nuovo canale di sfruttamento — dai videogiochi alle licenze internazionali — ha richiesto negoziati specifici fra imprese e rappresentanze del lavoro. L’AI pone una difficoltà ulteriore: una registrazione può non essere semplicemente distribuita in un nuovo formato, ma diventare parte di processi che producono quantità potenzialmente enormi di contenuti derivati o concorrenti.

La sentenza eventuale non risolverà tutti i temi legati all’addestramento dei modelli, alla riproduzione delle voci o al diritto d’autore. Potrebbe tuttavia definire se un contratto collettivo stipulato prima dell’attuale boom generativo sia abbastanza elastico da coprire le licenze AI. Un riconoscimento della tesi AFM rafforzerebbe la leva dei sindacati nel chiedere compensi, rendicontazione e consenso per gli utilizzi futuri. Un rigetto, al contrario, sposterebbe il baricentro su nuove trattative collettive, dove tariffe e condizioni dovrebbero essere costruite esplicitamente.

C’è poi un effetto industriale più ampio. Le major stanno cercando di passare dalla contrapposizione con le piattaforme generative a modelli autorizzati e controllati. Per essere sostenibile, quel passaggio dovrà affrontare la catena completa dei diritti e delle professionalità coinvolte nelle registrazioni, non soltanto la relazione fra label e società AI. Il procedimento di New York non decide ancora come dovrà funzionare quel sistema. Ma obbliga le parti a confrontarsi su un punto che i primi accordi di licensing hanno lasciato aperto: la musica usata per alimentare questi servizi ha alle spalle persone, contratti e compensi da definire.

Fonti