Per Anna Sui, la primavera 2027 comincia da una ricerca che aveva tutt’altro obiettivo. Sfogliando un numero di Vogue degli anni Settanta alla ricerca di una fotografia di Richard Avedon dedicata a un’acconciatura di Ara Gallant, la designer si è imbattuta nelle immagini della casa di Justine B. Cushing a Southampton. Da quella deviazione è nata Wonderment, la collezione presentata al National Arts Club: un lavoro che porta in passerella stampe fiabesche, parasoli e riferimenti alla lingerie delicata, ma soprattutto la traccia di un universo visivo ricostruito attraverso un archivio.

Il servizio che ha acceso la ricerca risale al 1° novembre 1972 ed era stato fotografato da Horst P. Horst. Al centro non c’era una sfilata né una campagna di moda, bensì una residenza estiva di Long Island, pensata intorno ai dipinti di Howard Gardiner Cushing, nonno di Justine Cushing. È quel nucleo pittorico, più che la casa presa letteralmente, ad aver offerto a Sui un nuovo repertorio di immagini e di atmosfere.

La vicenda racconta bene un aspetto spesso poco visibile del lavoro di una designer: l’ispirazione raramente procede in modo lineare. Una fotografia cercata per ragioni precise può condurre a una pagina inattesa; una pagina di arredamento può rivelare un pittore; un dipinto può diventare l’innesco per una collezione. In questo caso l’archivio editoriale non funziona come deposito nostalgico, ma come strumento di scoperta.

Una casa costruita attorno alle immagini

Nel servizio di Vogue, la casa di Southampton appare come uno spazio domestico organizzato in dialogo con le opere di Howard Gardiner Cushing. L’architetto Alexander McIlvaine lavorò entro i limiti dimensionali imposti dalla sostituzione di una precedente struttura di servizio, puntando su un grande ambiente verticale e luminoso. Le fotografie di Horst documentavano però soprattutto la convivenza tra quadri, tessuti stampati, arredi, trapunte e vita familiare: un interno dove la decorazione non viene sterilizzata, ma stratificata.

È una grammatica vicina alla sensibilità di Anna Sui, che da sempre costruisce i propri mondi attraverso accostamenti di epoche, ornamenti e riferimenti culturali. Per la primavera 2027, tuttavia, il punto di partenza dichiarato è più circoscritto di una generica fascinazione vintage. La designer ha individuato nelle pareti della casa Cushing una serie di immagini fantastiche e ha seguito quella pista fino a trasformarla in un vocabolario per il guardaroba.

La scelta è rilevante anche perché sposta l’attenzione dalla citazione immediatamente riconoscibile al processo che la precede. La collezione non nasce dalla riproduzione di un singolo look storico, né dall’aggiornamento di una silhouette anni Settanta. Il suo motore è una catena di mediazioni: la pittura di Cushing, l’abitazione che la ospitava, lo sguardo fotografico di Horst e infine la consultazione di quelle pagine da parte di Sui. Ogni passaggio modifica il precedente.

Dalla ricerca iconografica alla passerella

Wonderment rende visibile questa origine attraverso elementi che suggeriscono un immaginario leggero e narrativo. Le stampe dal tono fiabesco, i parasoli e le costruzioni che richiamano l’intimo non vanno letti come dettagli isolati: insieme definiscono un’idea di abito sospesa tra quotidiano, travestimento e sogno. È il tipo di territorio in cui l’estetica di Anna Sui è più riconoscibile, ma qui il racconto ha una provenienza documentata e precisa.

Il riferimento alla lingerie merita attenzione perché introduce un contrasto con la dimensione pittorica e domestica della fonte. L’intimo, esposto o suggerito, sposta il discorso dall’arredo al corpo; il parasole, invece, restituisce una dimensione esterna e quasi teatrale. Fra questi poli, la sfilata costruisce un guardaroba che non cerca il realismo di una ricostruzione storica. Piuttosto, usa gli oggetti e le atmosfere emersi dall’archivio per proporre una fantasia contemporanea.

In termini di industria della moda, è un esempio concreto di quanto gli archivi delle testate continuino a incidere sulla progettazione. Le riviste conservano fotografie, styling, scenografie e servizi di interni, ma custodiscono anche connessioni impreviste tra moda, arte e design. Quando questi materiali vengono resi consultabili e riconnettibili, diventano materia operativa per creativi, curatori e team di ricerca. Il loro valore non si esaurisce nella celebrazione del passato: dipende dalla possibilità di far emergere dettagli dimenticati e di rileggerli fuori dal loro contesto originario.

La storia di Sui mostra inoltre che l’archivio non va interpretato soltanto attraverso la moda pubblicata in una rivista. Il servizio del 1972 era un racconto di abitare e di famiglia, con la pittura a fare da perno visivo. È proprio questa periferia della pagina fashion a offrire alla designer un accesso meno ovvio al proprio tema. Per chi lavora sull’immagine, il materiale utile può trovarsi in un editoriale di arredamento, in una didascalia, nella disposizione di una stanza o nell’opera appesa sullo sfondo.

Il valore di una genealogia dichiarata

Attribuire chiaramente l’origine di una collezione ha anche un effetto critico. Permette di distinguere l’ispirazione dalla scorciatoia della replica e rende verificabile la genealogia di un immaginario. Anna Sui non presenta Wonderment come una creazione comparsa dal nulla: indica un percorso nato da una ricerca su Avedon e Gallant, deviato verso la famiglia Cushing e poi verso la pittura di Howard Gardiner Cushing. È un gesto utile in un sistema in cui le immagini circolano rapidamente, spesso scollegate da autori, date e contesti.

Questo non significa che l’archivio offra una garanzia automatica di originalità. La moda lavora per natura su riferimenti, ricorrenze e reinterpretazioni; il rischio di ridurre una fonte a superficie decorativa resta sempre presente. Ma la specificità del caso sta nella qualità laterale della scoperta. Sui non è partita dal desiderio di rifare il 1972, né da una tendenza già codificata: ha lasciato che una ricerca visiva cambiasse direzione. Il risultato, per quanto filtrato dal suo linguaggio, conserva il segno di quella scoperta.

La collezione primavera 2027 mette dunque in scena anche una lezione di metodo. Guardare un archivio con attenzione significa accettare che il materiale consultato non confermi necessariamente l’idea iniziale. La fotografia di Avedon che Sui cercava è rimasta il punto di avvio; a definire la collezione è stato invece ciò che appariva sulle pareti di una casa fotografata da Horst più di cinquant’anni fa. In un settore abituato a comprimere la ricerca in immagini immediatamente consumabili, questa deviazione conta quanto il risultato finale.

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