Per Chrissie Hynde, l'idea di autorizzare un documentario definitivo sui Pretenders non è mai stata un passaggio automatico della carriera. La cantante e chitarrista ha mantenuto a lungo un rapporto prudente con la telecamera e con le narrazioni celebrative costruite attorno alla sua figura. Ora quel muro si è abbassato: The Pretenders, diretto da Joss Crowley, debutta domenica 13 settembre al Toronto International Film Festival e prova a ricostruire sullo schermo una storia che, pur essendo centrale nel rock degli ultimi decenni, non aveva ancora ricevuto un ritratto filmico ampio e autorizzato.

Il progetto arriva dopo oltre dieci anni di tentativi da parte di Crowley, che aveva cercato di coinvolgere Hynde senza ottenere inizialmente risposta. L'incontro decisivo è arrivato soltanto alla fine del 2023: dopo un primo colloquio, i due hanno registrato la prima intervista entro una settimana. Il dato è rilevante perché definisce il carattere dell'operazione. Non si tratta del tradizionale documentario musicale avviato dall'artista o dalla sua struttura manageriale per accompagnare un anniversario, una ristampa o un nuovo album, ma di un film che ha dovuto guadagnarsi l'accesso alla sua protagonista.

Un'autorizzazione ottenuta a condizioni precise

Hynde ha accettato ponendo confini chiari. Il documentario, nelle sue intenzioni, doveva fondarsi soprattutto sui materiali d'archivio e raccontare la vicenda collettiva dei Pretenders, evitando di trasformarsi in un profilo individuale della cantante. Soprattutto, non voleva un'opera incardinata sulla categoria di “donne nel rock”, formula che spesso ha finito per separare la sua esperienza da quella dei musicisti e delle band con cui ha lavorato.

La scelta è coerente con l'immagine pubblica che Hynde ha difeso nel tempo: una musicista che voleva suonare in un gruppo, prima che diventare un simbolo o una figura da collocare in una genealogia mediatica. Il film raccoglie dunque la sfida di raccontare una personalità inevitabilmente dominante senza piegare la storia della formazione a un solo personaggio. Per un gruppo segnato da cambi di formazione, fratture e lutti, quella prospettiva è tutt'altro che secondaria: ricostruire i Pretenders significa anche non semplificarli in una biografia solista con un nome plurale.

C'è inoltre una ragione molto concreta dietro il via libera. Hynde ha scoperto che un altro team stava realizzando un documentario sui Pretenders senza il coinvolgimento suo né dell'organizzazione che la rappresenta. Alcuni conoscenti le avevano persino comunicato di essere stati contattati per partecipare al film. In un mercato nel quale archivi, testimonianze e cataloghi storici alimentano una produzione continua di titoli musicali, il controllo del racconto non è soltanto una questione d'immagine: determina chi può verificare le fonti, quali materiali possono essere contestualizzati e quale versione della storia raggiungerà il pubblico.

Dall'Ohio alla prima formazione britannica

La parte più ampia del documentario si concentra sull'origine della band e sui suoi primi cinque anni. Crowley parte dall'Akron di fine anni Settanta, dove Hynde si muoveva prima del trasferimento nel Regno Unito, e segue poi la costruzione del nucleo che avrebbe dato forma ai Pretenders. Il percorso conduce all'album d'esordio, pubblicato nel gennaio 1980, uno dei debutti più riconoscibili della stagione rock britannica di quegli anni.

Quel disco fissò una combinazione difficile da replicare: chitarre asciutte e dirette, scrittura pop senza levigare gli spigoli, una voce capace di sostenere durezza e vulnerabilità senza cambiare registro per compiacere il mercato. Ma il film non sembra voler trattare l'esordio come una statua da museo. La materia della prima fase comprende anche le tensioni interne, gli allontanamenti e le morti che hanno investito il gruppo mentre arrivavano altri album fondamentali. È la parte della vicenda che rende insufficiente la sola retorica del “grande debutto”: i Pretenders hanno consolidato la propria identità mentre la loro formazione veniva ripetutamente messa alla prova.

Il racconto, secondo quanto anticipato, non si ferma però agli anni della consacrazione. Raggiunge il presente di Hynde, ancora attiva come chitarrista e alla guida del progetto. Questa estensione temporale evita di trattare la band come un reperto della new wave o del rock dei primi anni Ottanta e mette in relazione l'impatto originario con una continuità artistica che non si è esaurita nel suo primo ciclo.

Perché questo documentario arriva in un momento diverso

Il documentario musicale è diventato uno dei formati più affollati dell'industria audiovisiva. Festival, piattaforme e distributori cercano storie con un catalogo riconoscibile, immagini rare e una fanbase intergenerazionale; per gli artisti, il formato può riattivare l'attenzione su una discografia e orientare il modo in cui viene ricordata una carriera. In questo scenario, l'assenza di un titolo esteso sui Pretenders era anomala. La loro influenza è nota, ma una narrazione filmica capace di ordinare il materiale e di far parlare direttamente Hynde mancava.

Il caso mostra anche quanto l'accesso resti decisivo. Una band può essere raccontata da osservatori esterni, ma la disponibilità di archivi e interviste modifica radicalmente il risultato. Hynde ha voluto che il passato parlasse attraverso le immagini e ha accettato di intervenire solo dentro una cornice negoziata. Per Crowley, ottenere quell'equilibrio ha significato lavorare non soltanto sulla cronologia di una carriera, ma sul grado di esposizione che la protagonista era disposta a concedere.

Da questo punto di vista, l'operazione evita un equivoco frequente nei biopic e nei documentari rock: scambiare l'icona per l'intera storia. Hynde è naturalmente il volto più identificabile dei Pretenders, e il suo ruolo non può essere ridimensionato. Tuttavia, riportare il fuoco sul gruppo aiuta a comprendere come un'identità sonora sopravviva, cambi o si ricomponga attraverso rapporti umani e musicali tutt'altro che lineari. È un tema che interessa anche l'industria contemporanea, sempre più abituata a presentare i progetti musicali come estensioni di un singolo brand personale.

Il passaggio dal festival al pubblico

La première al TIFF rappresenta il primo test pubblico per The Pretenders. Il festival di Toronto resta uno snodo importante per i documentari destinati alla circolazione internazionale, ma al momento le informazioni disponibili riguardano il debutto festivaliero, non una distribuzione più ampia o una data di uscita nelle sale e sulle piattaforme. Saranno questi i prossimi elementi da osservare, insieme alla capacità del film di raggiungere chi conosce la band soprattutto per i brani più celebri e chi invece ne segue ancora l'attività.

Per Hynde, la decisione sembra meno legata alla volontà di consolidare un'aura che alla necessità di consegnare una ricostruzione attendibile. La sua riserva iniziale resta parte integrante della notizia: un documentario sui Pretenders è arrivato non perché la sua frontwoman cercasse un monumento, ma perché ha ritenuto necessario far raccontare la band secondo regole capaci di proteggerne la complessità. A Toronto, il risultato di quell'accordo uscirà finalmente dalla stanza delle interviste e dagli archivi per misurarsi con il pubblico.

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