Chris Hansen ha finalmente visto Primetime, il film A24 che trasforma in finzione una fase della sua carriera televisiva, e la reazione è stata tutt’altro che diplomatica. L’ex conduttore di To Catch a Predator ha assegnato una D all’interpretazione di Robert Pattinson e ha definito il film una sorta di “febbre onirica”, accusandolo soprattutto di essere lontano dai fatti e dalla persona reale che sostiene di raccontare.

Il giudizio arriva mentre il titolo diretto da Lance Oppenheim debutta nelle sale statunitensi. Hansen ha assistito a una proiezione giovedì sera in un AMC di Times Square, a New York, quindi ha affrontato il tema in un segmento del suo video podcast Have a Seat with Chris Hansen. La sua non è una reazione isolata o improvvisata: nelle settimane precedenti il giornalista aveva già contestato pubblicamente il progetto, presentato come un racconto non autorizzato e liberamente drammatizzato di alcuni elementi della sua vita professionale.

Quella che poteva restare una disputa laterale fra il soggetto reale e un’opera di finzione è così entrata nel ciclo promozionale del film. Per A24 e per il team creativo, la presa di posizione di Hansen aggiunge una voce direttamente coinvolta al dibattito sulla rappresentazione; per il pubblico, rende più esplicito il confine che Primetime intende attraversare fra cronaca, memoria televisiva e invenzione narrativa.

Un personaggio ispirato a Hansen, non un ritratto approvato

Primetime è ambientato nel 2006 e segue una versione romanzata di Hansen nel momento in cui il segmento To Catch a Predator, trasmesso all’interno di Dateline su NBC, acquisisce sempre maggiore centralità fino a diventare un appuntamento da prima serata. Pattinson interpreta il protagonista ispirato al conduttore, in una storia che usa quel passaggio come base per esplorare la pressione della popolarità e della televisione costruita attorno al caso giudiziario e alla sua spettacolarizzazione.

Il programma originale metteva in scena operazioni nelle quali adulti convinti di incontrare minorenni conosciuti online arrivavano in abitazioni predisposte come esche. Hansen li affrontava davanti alle telecamere; alle operazioni partecipavano le forze dell’ordine e l’associazione Perverted Justice, e gli uomini venivano spesso arrestati. Il format ottenne enorme visibilità, ma fu anche accompagnato da critiche: fra le contestazioni emerse nel tempo c’erano dubbi sui confini dell’adescamento investigativo e sulle possibili implicazioni legali di quelle operazioni.

Questa ambivalenza è fondamentale per capire perché la materia sia adatta a un film ma anche perché il suo adattamento sia delicato. To Catch a Predator non è soltanto un ricordo della TV americana degli anni Duemila: è un format che ha mescolato giornalismo, collaborazione con investigatori, intrattenimento e una forte esposizione pubblica di persone poi coinvolte in procedimenti. Portare tutto questo al cinema significa inevitabilmente scegliere una prospettiva, comprimere eventi e attribuire intenzioni ai personaggi. Hansen, però, respinge l’idea che il risultato restituisca anche solo in parte ciò che ha vissuto.

Le obiezioni: episodi contestati e vita familiare

Nel podcast, Hansen ha detto di faticare a valutare un personaggio modellato su di lui proprio perché lo considera scollegato dalla realtà delle indagini e della sua esperienza. Le sue obiezioni riguardano sia fatti specifici sia il disegno complessivo del protagonista. Ha citato scene con Jeff Zucker e Stone Phillips che, a suo dire, non sarebbero mai accadute, sostenendo più in generale che il film non contenga elementi davvero vicini alla realtà.

L’aspetto sul quale insiste maggiormente è però la rappresentazione privata. Il Hansen di Primetime viene costruito come una figura concentrata sugli ascolti e distante nel ruolo di genitore; l’ex giornalista nega questa lettura e la indica come una deformazione particolarmente grave, perché interviene su un rapporto con i figli che non appartiene alla dinamica raccontata dal film. È il punto in cui la discussione smette di essere una semplice divergenza sull’accuratezza di una scena e tocca la reputazione personale del soggetto rappresentato.

La sua stroncatura investe anche Pattinson, chiamato a incarnare non una copia documentaria di Hansen ma un personaggio scritto per il film. Il voto D assegnato dall’ex conduttore va letto in questo contesto: non come una recensione tecnica della prova attoriale, bensì come il rifiuto di un’interpretazione che Hansen ritiene fondata su premesse false. La distinzione conta, perché il bersaglio principale delle sue dichiarazioni resta la costruzione narrativa dell’opera, non soltanto l’attore.

Il confronto fra autore e soggetto reale

Oppenheim aveva spiegato di aver maturato l’idea di Primetime dopo aver ricevuto da Hansen un video personalizzato su Cameo. Secondo quanto riferito dallo stesso Hansen, un conoscente comune gli avrebbe descritto il film, nelle parole del regista, come una sorta di lettera d’amore nei suoi confronti, destinata però a prendere una piega insolita. Dopo la visione, l’ex volto NBC appare convinto che quell’intenzione non si sia tradotta in un’opera rispettosa della sua esperienza.

Non è una dinamica rara nel cinema che prende spunto da persone viventi. Un film può presentarsi come ispirato a una figura riconoscibile senza aspirare alla ricostruzione biografica, e può farlo anche senza il coinvolgimento del soggetto. Ma più l’associazione è evidente — nel volto, nel mestiere, nell’epoca, nel programma e nei rapporti rappresentati — più il disallineamento fra autore e persona reale diventa un elemento pubblico del progetto. In questo caso, Hansen non limita il dissenso a una dichiarazione scritta: lo inserisce nel proprio canale editoriale e lo amplifica con un confronto con Jesse Watters di Fox News.

Per l’industria audiovisiva, il caso mostra anche quanto sia cambiata la gestione della promozione attorno ai film ispirati a persone reali. L’uscita in sala non chiude la discussione sulla legittimità o sull’accuratezza di una rappresentazione; spesso la apre. I podcast, i social e i canali diretti consentono ai soggetti coinvolti di offrire immediatamente la loro versione, senza passare per il circuito delle interviste tradizionali. Il risultato è che l’opera e la sua contestazione possono circolare insieme, influenzando la curiosità del pubblico e la lettura critica del film.

Una polemica che accompagna il debutto

Al momento non emerge, dalle dichiarazioni di Hansen, un’iniziativa legale contro A24 o contro i realizzatori di Primetime. Il terreno dello scontro è quello della reputazione e dell’interpretazione dei fatti. Hansen difende l’idea che il film abbia trasformato il suo percorso in una caricatura di uomo ossessionato dai rating, mentre il progetto di Oppenheim si colloca esplicitamente nell’area della drammatizzazione, non della cronaca audiovisiva.

Resta quindi un nodo destinato a condizionare la ricezione del film: quanto il pubblico considererà centrale l’aderenza biografica e quanto, invece, accetterà Primetime come una lettura autoriale di un fenomeno televisivo controverso. La risposta di Hansen non risolve quella tensione, ma la rende impossibile da ignorare proprio nei giorni dell’uscita. Per un titolo costruito attorno al rapporto fra immagine pubblica, media e controllo del racconto, la contestazione del suo modello reale finisce per diventare parte della storia che il film porta con sé in sala.

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