Per il pubblico, Il laureato resta uno dei film che hanno ridefinito la commedia americana degli anni Sessanta e il titolo che trasformò Dustin Hoffman in una star. Per Hoffman, però, le riprese del film di Mike Nichols non coincidono con l'immagine canonica di un debutto folgorante. In un saggio pubblicato dal New Yorker, l'attore torna sulla lavorazione del 1967 descrivendola come un'esperienza terribile, pur riconoscendo che proprio quel ruolo gli ha cambiato la vita.

Al centro del suo racconto non c'è una revisione del valore del film né un tentativo di ridimensionarne l'impatto culturale. Hoffman ricostruisce piuttosto la distanza tra il risultato arrivato nelle sale e il clima vissuto da chi era sul set: insicurezza personale, timore costante di non essere adatto alla parte e un rapporto sempre più teso con Nichols. La testimonianza aggiunge così un retroscena molto concreto alla storia di un'opera entrata stabilmente nel canone di Hollywood.

Un protagonista che non si sentiva adatto al personaggio

Hoffman interpretava Benjamin Braddock, il giovane neolaureato della buona borghesia americana, spaesato davanti alle aspettative della famiglia e trascinato nella relazione con Mrs. Robinson, prima di innamorarsi della figlia Elaine. Il personaggio nasceva dal romanzo di Charles Webb e, secondo l'attore, sulla carta sembrava lontano da lui: Benjamin era uno studente modello, un atleta e il volto di un'America agiata e convenzionale.

Quando il suo agente gli disse che Nichols era interessato a incontrarlo, Hoffman racconta di non voler nemmeno sostenere il provino. Non riteneva credibile che potesse essere scelto per incarnare quel profilo sociale e quell'immaginario Wasp, l'acronimo usato negli Stati Uniti per indicare la classe bianca anglosassone protestante. Il provino andò invece a buon fine, ma non placò il senso di inadeguatezza. Sul set, l'attore si convinse spesso che il regista fosse insoddisfatto del suo lavoro e potesse licenziarlo.

Questa vulnerabilità assume un peso particolare se osservata a quasi sessant'anni di distanza. Hoffman non era ancora l'interprete consacrato di Un uomo da marciapiede, Piccolo grande uomo o Kramer contro Kramer: Il laureato era il passaggio decisivo fra una carriera da attore in cerca di spazio e una notorietà immediata. L'ansia che descrive non nasce quindi soltanto dall'ambizione, ma dalla consapevolezza che quel ruolo poteva rappresentare un'occasione irripetibile.

Il rapporto con Mike Nichols durante le riprese

Nel saggio Hoffman distingue il clima delle prove da quello del set. Ricorda Nichols come più disponibile nella fase preparatoria, mentre durante la lavorazione lo percepiva spesso cupo e irritabile. L'attore precisa che il regista poteva essere duro con tutti, ma sostiene di aver avvertito nei propri confronti un accanimento specifico. È il suo punto di vista personale su un rapporto professionale segnato da una forte asimmetria: Nichols era già uno dei cineasti più influenti del momento, Hoffman un protagonista alla prima grande esposizione internazionale.

Il passaggio più netto del racconto riguarda una sequenza fra Benjamin ed Elaine Robinson, interpretata da Katharine Ross. Benjamin, bagnato dalla pioggia, entra nella stanza della ragazza per confessarle di avere avuto una relazione con una donna più adulta; Elaine capisce quasi subito che la donna è sua madre. Nichols avrebbe chiesto di ripetere la scena 27 volte, invitando Ross a schiaffeggiare Hoffman con maggiore forza.

Ross, riferisce Hoffman, era preoccupata di fargli male. L'attore le avrebbe chiesto soltanto di evitare l'orecchio, ma alcuni colpi finirono comunque nella zona indicata. Alla fine della giornata, racconta, era stordito. Il dettaglio che rende l'episodio particolarmente rivelatore non è soltanto il numero di ciak, bensì il fatto che lo schiaffo non sia poi stato inserito nel montaggio finale. La ripetizione non ha lasciato alcuna traccia nel film conosciuto dal pubblico.

Il giorno seguente Hoffman dovette inoltre girare una scena sott'acqua, indossando una muta da sub. Dopo alcune riprese, una volta riemerso, notò del sangue uscire dall'orecchio. Nel suo racconto collega il problema alla combinazione fra gli schiaffi del giorno precedente e la pressione dell'acqua in piscina. È un ricordo che va letto per quello che è: la testimonianza diretta dell'attore, non una ricostruzione medica o un giudizio esterno sulla condotta dell'intera produzione. Ma restituisce bene quanto, nel suo vissuto, le esigenze della scena fossero ormai diventate indistinguibili dal dolore fisico.

Il valore di una testimonianza arrivata dopo decenni

Le dichiarazioni di Hoffman non cambiano la posizione di Il laureato nella storia del cinema, né riscrivono da sole la figura di Nichols, morto nel 2014. Il regista vinse l'Oscar proprio per il film e proseguì con una carriera fondamentale fra cinema e teatro. Cambiano però il modo in cui può essere raccontata la produzione di un classico, sottraendola alla semplificazione secondo cui un grande risultato artistico sarebbe la prova di un percorso necessariamente felice, ordinato o accettabile per tutti.

Nell'industria audiovisiva contemporanea, dove la tutela degli interpreti e la sicurezza delle scene fisiche sono temi molto più visibili rispetto agli anni Sessanta, il racconto fa emergere una questione precisa: quanta discrezionalità possa esercitare un regista su un attore, specialmente quando quest'ultimo è giovane, inesperto o teme di perdere il lavoro. Non si tratta di applicare retroattivamente regole attuali a un set del 1967, ma di riconoscere che certe pratiche, allora facilmente assorbite nel mito dell'autorialità o dell'ostinazione creativa, avevano conseguenze materiali sulle persone coinvolte.

Il caso mostra anche l'importanza del montaggio nella percezione finale del lavoro. Il pubblico ricorda la tensione tra Benjamin ed Elaine, l'energia della regia di Nichols e le canzoni di Simon & Garfunkel; non può sapere quante ripetizioni, istruzioni o incidenti si celino dietro una frazione di sequenza. Qui, paradossalmente, nemmeno l'inquadratura contestata è arrivata sullo schermo. Rimane soltanto il costo sostenuto durante il processo produttivo, riemerso attraverso la memoria di uno dei suoi protagonisti.

Hoffman non presenta Il laureato come un fallimento. La contraddizione è proprio il nucleo del suo intervento: il film che gli ha aperto la carriera è anche quello che gli ha fatto vivere uno dei set più difficili. Per chi segue il cinema oltre la sua superficie celebrativa, è un promemoria utile. I classici non sono oggetti astratti e intatti: sono il risultato di rapporti di lavoro, gerarchie, decisioni creative e, talvolta, esperienze che chi vi ha partecipato continua a elaborare molti decenni dopo.

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