Con Everest: The Other Side, Elizabeth Chai Vasarhelyi torna a raccontare persone che scelgono di vivere sul margine, ma sposta il fuoco da un’impresa individuale a un rapporto più complesso tra ambizione, famiglia e responsabilità. Il documentario, diretto con Jimmy Chin e presentato al 70° BFI London Film Festival, segue Hilaree Nelson e Jim Morrison nel tentativo di salire e poi sciare la parete nord dell’Everest: un progetto che punta a un primato e che richiede una preparazione fisica, tecnica e mentale fuori scala.
Il film arriva dopo Free Solo, il titolo che nel 2019 ha vinto l’Oscar e ha trasformato l’arrampicata senza corda di Alex Honnold in un caso cinematografico globale. Il legame tra le due opere è evidente: anche qui il racconto nasce dall’attrazione per un obiettivo apparentemente impossibile e dalla necessità di filmarlo senza rendere artificiale ciò che accade. Ma Vasarhelyi, intervenuta a Londra insieme alla produttrice Shannon Dill, ha descritto il nuovo lavoro come un’indagine sulle implicazioni etiche delle grandi aspirazioni, non come la semplice cronaca di una prova sportiva.
È una distinzione rilevante per il documentario d’avventura contemporaneo. La montagna, da sola, offre immagini potenti e una struttura narrativa quasi automatica: la preparazione, l’avvicinamento, l’ostacolo, la vetta, il ritorno. Everest: The Other Side prova però a collocare quell’arco in una dimensione più concreta. Nel caso di Nelson, alpinista e sciatrice alpinista ai massimi livelli della disciplina, la ricerca dell’impresa convive con l’essere madre e con il peso che una spedizione simile trasferisce inevitabilmente alle persone più vicine.
Un sogno che non viene addolcito
Vasarhelyi ha spiegato di essere stata colpita dalla franchezza di Hilaree Nelson. L’alpinista non avrebbe cercato di nobilitare la propria ossessione attraverso formule consolatorie: l’Everest può non avere alcun significato per chi guarda da lontano, ma per lei ne aveva uno enorme. È il passaggio che dà al film il suo terreno più interessante. L’ambizione non viene presentata come una virtù da premiare automaticamente, né come un difetto da condannare dall’esterno; viene osservata come una forza che costruisce identità, relazioni e risultati, ma che comporta anche un prezzo.
Per Vasarhelyi questo tema si inserisce in un percorso autoriale già riconoscibile. I suoi film si concentrano spesso su persone capaci di dedicare una disciplina quasi assoluta a un traguardo eccezionale. Nel racconto di Nelson, tuttavia, quella tensione assume una prospettiva specifica: la regista ha potuto conoscerla anche nella quotidianità, attraverso il rapporto tra le rispettive famiglie e i figli, e ha visto una madre presente oltre che un’atleta guidata da un desiderio radicale.
Non significa usare la maternità come lente obbligata per spiegare una carriera sportiva. Piuttosto, significa non separare artificialmente la figura pubblica dalla persona. Il documentario si misura con una domanda pratica: che cosa accade quando l’eccellenza in uno sport fondato sull’esposizione al rischio incontra legami che rendono quel rischio tutt’altro che privato? È un nodo che riguarda Nelson, Morrison e chi li accompagna, ma anche il modo in cui il cinema costruisce i suoi protagonisti nell’epoca dei grandi documentari sportivi.
Dopo Free Solo, una produzione più grande e più esposta
Shannon Dill, già coinvolta in Free Solo, ha descritto Everest: The Other Side come un progetto di scala eccezionale persino rispetto alla sua esperienza nel documentario. La produzione è firmata da Walt Disney Studios, elemento che segnala la collocazione del film dentro un mercato nel quale le storie di non-fiction ad alto impatto visivo vengono pensate sempre più spesso come eventi cinematografici, capaci di raggiungere un pubblico oltre gli appassionati di montagna.
Il confronto con Free Solo è inevitabile anche per ragioni industriali. Quel film ha dimostrato che un documentario d’avventura può combinare tensione, accessibilità e prestigio festivaliero senza rinunciare alla precisione del contesto sportivo. L’Everest amplia ulteriormente la scala simbolica e logistica: non è soltanto una delle montagne più riconoscibili al mondo, ma un luogo carico di una storia fatta di tentativi, incidenti, turismo d’alta quota e discussioni sulla commercializzazione dell’alpinismo.
Nel caso di questo film, la parete nord e la discesa con gli sci sono centrali perché definiscono il livello della sfida, ma non esauriscono il soggetto. Dill ha sottolineato di essere stata interessata a Nelson come professionista arrivata al vertice non in quanto eccezione da celebrare, bensì per la qualità concreta del suo percorso da alpinista e sciatrice alpinista. Una sfumatura importante: il documentario evita, almeno nelle intenzioni espresse dalle autrici, di trasformare il suo primato in una formula motivazionale generica.
La produzione è nata in un momento particolare. Secondo quanto raccontato da Dill, la proposta è arrivata alla fine del 2020, mentre il settore usciva dalla fase più dura della pandemia. In quel contesto, tornare a immaginare un film costruito attorno a un grande viaggio e a un’impresa fisica appariva anche come un cambio di orizzonte rispetto agli anni di restrizioni. Il desiderio di una storia di movimento, però, non sostituisce la complessità di un’opera che deve confrontarsi con la realtà di un ambiente in cui le decisioni hanno conseguenze immediate.
Il limite del racconto spettacolare
Il cinema di montagna vive di un equilibrio delicato. Da un lato deve rendere visibile ciò che normalmente resta remoto: le condizioni atmosferiche, la fatica, l’altitudine, la tecnica, l’incertezza. Dall’altro rischia di trasformare il pericolo in un’attrazione pulita, in cui ogni elemento scomodo viene assorbito dal trionfo finale o dalla promessa di immagini più spettacolari. La formula scelta da Vasarhelyi per parlare di “complessità etica” indica l’intenzione di non eludere questa tensione.
Il rischio non è soltanto il materiale drammatico che rende avvincente un film. Per chi pratica alpinismo estremo, è una condizione che coinvolge compagni di spedizione, familiari e squadre impegnate nel supporto. Per chi filma, diventa anche una questione di rappresentazione: mostrare la vulnerabilità senza sfruttarla, riconoscere la determinazione senza mitizzarla, restituire l’eccezionalità di un gesto senza suggerire che sia replicabile o desiderabile per chiunque.
Questa impostazione potrebbe distinguere Everest: The Other Side all’interno di un filone che negli ultimi anni ha conquistato una posizione importante tra festival, sale e piattaforme. I documentari sportivi non sono più necessariamente prodotti di nicchia: l’accesso a protagonisti forti, riprese in ambienti inaccessibili e una costruzione narrativa precisa li rendono titoli utili anche alle grandi major per ampliare il pubblico del non-fiction. Ma la crescita del formato aumenta pure l’attenzione verso il suo linguaggio e verso i modelli culturali che propone.
La forza del nuovo film dipenderà quindi dalla capacità di far convivere due esigenze. La prima è mantenere la dimensione cinematografica di una spedizione sull’Everest, con tutto ciò che comporta in termini di paesaggio, attesa e pericolo. La seconda è non ridurre Hilaree Nelson e Jim Morrison a figure funzionali a un’impresa. Dalle parole di Vasarhelyi e Dill emerge che il centro del racconto dovrebbe stare proprio in quel conflitto: la lucidità necessaria per cercare un risultato straordinario e la consapevolezza di quanto quella scelta ricada sugli altri.
Al BFI London Film Festival, Everest: The Other Side si presenta dunque come un test per l’eredità di Free Solo. Non un tentativo di alzare semplicemente l’asticella dell’adrenalina, ma un’opera che usa la scala dell’Everest per interrogare il fascino, la disciplina e il lato irrisolto delle ambizioni che sembrano non ammettere compromessi.




