Un piatto che in molte cucine nasce in pochi minuti, spesso a tarda sera e con ingredienti già in dispensa, può trasformarsi in una prova severa per un ristorante. È quanto emerso nella puntata di Foodish dedicata agli spaghetti aglio e olio: la gara, trasmessa su TV8 e guidata da Joe Bastianich con lo chef Roberto Di Pinto, ha messo a confronto quattro locali milanesi e quattro modi molto diversi di affrontare una preparazione apparentemente essenziale.
La vittoria è andata alla Trattoria Like Mike, che ha ottenuto 18 punti complessivi, nove da ciascuno dei due giudici. In gara non c’era l’idea di stabilire una ricetta universale, né di eleggere un piatto rappresentativo dell’intera città. Il risultato fotografa piuttosto la scelta ritenuta più convincente nella puntata: una lettura costruita su crema di aglione, crema di aglio nero, olio aromatizzato all’aglio e mollica tostata a chiudere il piatto.
Per un format televisivo che individua un indirizzo attraverso assaggi e punteggi, l’aglio e olio rappresenta una categoria interessante. Non consente di nascondere facilmente imprecisioni dietro una salsa complessa o una stratificazione di ingredienti: la pasta, l’olio, l’intensità dell’aglio, il sale e il peperoncino restano immediatamente leggibili. E proprio per questo una preparazione considerata domestica può diventare un esercizio utile anche per raccontare il posizionamento dei ristoranti, tra memoria, tecnica e desiderio di differenziarsi.
La scelta di Like Mike e il valore dell’equilibrio
La proposta di Marilù, alla Trattoria Like Mike, ha puntato su più espressioni dell’aglio senza lasciarne una prevalere sulle altre. Roberto Di Pinto ha assegnato nove punti, apprezzando la composizione dei sapori e il contributo dell’aglio nero. Bastianich ha dato lo stesso voto, rilevando la precisione nella cottura degli spaghetti, l’equilibrio dell’insieme e il lavoro di preparazione dietro al piatto.
La combinazione è significativa perché porta un piatto popolare in una direzione più elaborata, ma senza abbandonare le coordinate riconoscibili dell’aglio e olio. L’aglione introduce una nota diversa e generalmente più delicata rispetto all’aglio comune; l’aglio nero aggiunge una sfumatura più profonda; la mollica offre una componente croccante. È una costruzione che richiede dosaggio: moltiplicare le componenti, in una ricetta tanto scarna, può facilmente produrre confusione o appesantire l’assaggio.
Il punteggio finale ha superato quello della precedente capolista, Da Rezdora, fermatasi a 17. Il margine è minimo, ma in una sfida costruita su due voti interi determina il passaggio del grembiule e l’esito della puntata. La gara non restituisce quindi una classifica assoluta della ristorazione milanese, bensì il verdetto di un confronto circoscritto, con criteri che mettono al centro gusto, esecuzione e coerenza della proposta.
Quattro ristoranti, quattro idee di semplicità
Il percorso ha mostrato quanto il nome “spaghetti aglio e olio” possa contenere approcci lontani. Da Rezdora, dove Matteo ha ottenuto otto punti da Di Pinto e nove da Bastianich, ha scelto pasta fresca, aglione toscano, prezzemolo e una piccola aggiunta di parmigiano. Una soluzione distante dall’immaginario più canonico del piatto, ma che i giudici hanno riconosciuto come particolarmente piacevole: il cuoco ha valorizzato la freschezza dell’aglione, mentre Bastianich ha associato l’assaggio a un registro di cucina familiare.
La proposta iniziale, quella di Misale di Alessio, lavorava invece su una doppia presenza dell’aglio, confit e trasformato in chips, e su due oli aromatizzati, al peperoncino e al prezzemolo. Gli spaghetti di grano duro sono stati valutati positivamente sul fronte della consistenza, ma l’aglio è apparso troppo tostato per entrambi i giudici. Il totale di 13 punti non è bastato a mantenere la leadership dopo il passaggio di Da Rezdora.
All’Ufo, centro culturale aperto da pochi mesi nella zona sud di Milano, Fabio ha presentato pasta di Gragnano con olio extravergine, olio al peperoncino, olio all’aglio e peperoncino tritato. Di Pinto ha promosso la cottura ma ha individuato un eccesso di piccante e una sapidità insufficiente, assegnando sei punti. Bastianich ha invece apprezzato la cremosità e ha dato otto punti. Il totale di 14 non ha modificato il vertice provvisorio della sfida.
Il dato più interessante non sta soltanto nella varietà degli ingredienti, ma nella natura delle scelte. C’è chi cerca complessità attraverso lavorazioni e aromatizzazioni, chi sostituisce alla pasta secca una base fresca, chi usa materie prime meno consuete e chi prova a trovare profondità con più oli. In altre parole, il piatto funziona come una piccola vetrina di linguaggi oggi presenti nella ristorazione urbana: tradizione dichiarata, contaminazione territoriale, rilettura contemporanea e attenzione quasi da degustazione a dettagli che in casa spesso si risolvono d’istinto.
L’olio e la cottura restano i nodi decisivi
Roberto Di Pinto, chef napoletano alla guida del Sine by Di Pinto di Milano, ha ricondotto il giudizio a un principio concreto: la semplicità richiede controllo. Nella sua lettura, l’extravergine è l’elemento decisivo e deve evitare sia un’amarezza troppo marcata sia una piccantezza eccessiva. Ha inoltre indicato come propria abitudine uno spicchio d’aglio schiacciato, con l’anima, per ciascuna persona.
Non è un dettaglio marginale. In una preparazione con pochi elementi, la qualità e il profilo dell’olio condizionano l’intera percezione del piatto. Lo stesso vale per la temperatura a cui viene trattato l’aglio: una tostatura spinta può virare verso l’amaro, mentre un uso troppo timido rischia di rendere il condimento poco definito. Anche la mantecatura deve tenere insieme olio e acqua di cottura senza ridurre gli spaghetti a una pasta unta o, all’opposto, asciutta.
La puntata ha così reso evidente che la crescita di complessità non coincide automaticamente con un risultato migliore. Misale e Like Mike hanno entrambe lavorato su più declinazioni dell’aglio, ma il giudizio finale è dipeso dal bilanciamento. Da Rezdora ha raccolto consensi pur inserendo parmigiano e pasta fresca, due elementi che spostano nettamente il piatto rispetto al modello più diffuso. Ufo ha ricevuto valutazioni divergenti proprio perché cremosità e intensità del peperoncino possono essere lette in modo differente.
Un piatto accessibile che diventa racconto di ristorante
Per la ristorazione, l’aglio e olio ha un ruolo particolare. È una ricetta accessibile, con un costo degli ingredienti potenzialmente contenuto, ma non è per questo semplice da valorizzare in carta. Servirla impone una promessa precisa: il cliente riconosce il riferimento, possiede spesso una propria memoria gustativa e tende a individuare con facilità gli scarti rispetto alle aspettative. Qualunque deviazione, dall’aglio nero al parmigiano, deve quindi essere leggibile e avere una funzione.
In questo senso, la vittoria di Like Mike racconta una tendenza più ampia della cucina milanese contemporanea: i classici molto noti possono essere materia di ricerca, purché il risultato rimanga ordinato e riconoscibile. Il premio televisivo non certifica quale sia la sola versione valida degli spaghetti aglio e olio, né sostituisce il giudizio del pubblico. Indica però che, nel confronto tra le quattro proposte selezionate da Foodish, quella di Like Mike ha saputo rendere l’elaborazione compatibile con la chiarezza del piatto.
Per Bastianich e Di Pinto, la sfida ha avuto dunque un esito netto nei punteggi, ma ha lasciato aperta la questione più interessante: una ricetta minima continua a essere uno spazio in cui cuochi e ristoratori possono dichiarare la propria identità. A decidere non è la quantità di interventi, bensì la capacità di farli convergere in un boccone che non perda il suo centro.




