Il Corpo dei Marine degli Stati Uniti sta portando sul terreno di prova una delle esigenze più concrete della guerra distribuita: spostare munizioni, rifornimenti e materiali verso piccoli reparti avanzati senza dipendere da convogli stradali, piste preparate o velivoli con equipaggio. Dal 25 gennaio al 5 febbraio 2027, a Huntsville, in Alabama, aziende del settore potranno presentare i propri sistemi per il Tactical Resupply Unmanned Aircraft System Increment II, noto come TRUAS.

L’iniziativa, sostenuta dall’Air Warfare Program Management Office della U.S. Navy, non coincide con l’assegnazione di un contratto né identifica un vincitore. È una dimostrazione tecnologica pensata per mettere a confronto soluzioni già disponibili o prossime alla maturità, verificandone prestazioni e procedure operative. Per l’industria, tuttavia, sarà un passaggio rilevante: i requisiti richiesti delineano il tipo di piattaforma che i Marine intendono integrare nella propria catena logistica per operazioni expeditionary e distribuite.

Il rifornimento dove i mezzi tradizionali arrivano con difficoltà

Il programma mira a coprire l’ultimo tratto della distribuzione logistica, quello che separa depositi, navi o basi temporanee da unità piccole e disperse. È una fase vulnerabile: i convogli possono essere individuati e colpiti, il terreno può diventare impraticabile, mentre una pista o un’area di atterraggio convenzionale spesso non sono disponibili. Un drone cargo non elimina questi problemi, ma può offrire un percorso alternativo e ridurre il numero di uomini e veicoli esposti per consegnare carichi urgenti.

Le aziende partecipanti dovranno anzitutto completare due missioni di volo. Nella prima, il velivolo dovrà trasportare 100 libbre, circa 45 chilogrammi, fino a 40 miglia nautiche — approssimativamente 74 chilometri — in assenza di vento. Dovrà rilasciare il carico in modo automatico oppure con controllo dell’operatore e quindi tornare al punto di partenza senza rifornimento.

La seconda prova richiede invece il trasporto e la deposizione di almeno 150 libbre, circa 68 chilogrammi, a una distanza di 10 miglia nautiche, poco più di 18 chilometri. Durante le dimostrazioni il sistema dovrà mantenere una velocità non inferiore a 50 nodi, pari a circa 93 km/h, e operare a un’altitudine massima di 1.000 piedi. Dopo le due prove obbligatorie, gli organizzatori potranno autorizzare fino a tre voli aggiuntivi per evidenziare capacità specifiche dei singoli concorrenti.

Il peso utile richiesto non trasforma questi mezzi in sostituti degli elicotteri da trasporto. Li colloca piuttosto nella fascia delle consegne frequenti e leggere: materiali essenziali, componenti, batterie, acqua, razioni o rifornimenti sanitari, a seconda delle necessità operative. L’avviso della Navy non precisa quali categorie di carico saranno prioritarie per TRUAS, un elemento che resta da definire prima di un’eventuale acquisizione.

Decollo verticale senza infrastrutture, ma con autonomia reale

Una condizione decisiva è la capacità di decollo e recupero senza apparecchiature meccaniche esterne. Niente catapulte, reti di arresto o cavi: il drone dovrà poter operare da aree improvvisate, una caratteristica coerente con lo schema delle Expeditionary Advanced Base Operations dei Marine. In questo quadro, la mobilità della base è importante quanto quella del velivolo: un sistema che richiedesse troppo personale, mezzi di supporto o tempi lunghi di preparazione rischierebbe di contraddire l’obiettivo.

Per questo la dimostrazione non guarderà soltanto alla tratta in volo. I fornitori dovranno mostrare anche l’allestimento a terra e la preparazione prima della missione. È un dettaglio operativo tutt’altro che secondario. Una piattaforma con una buona autonomia ma procedure complesse, manutenzione onerosa o una squadra numerosa al lancio offrirebbe un vantaggio limitato a reparti che devono cambiare posizione rapidamente.

La documentazione indica inoltre una traiettoria prestazionale più ambiziosa rispetto ai minimi delle prove di gennaio. Il TRUAS dovrà poter volare fino a 4.500 piedi e, in prospettiva, fino a 8.000 piedi; dovrà affrontare venti laterali tra 20 e 30 nodi. La soglia di velocità rimane 50 nodi, mentre l’obiettivo finale arriva a 150 nodi, circa 278 km/h. Sono parametri che mettono in evidenza il compromesso industriale da risolvere: capacità di carico, autonomia, velocità, stabilità con vento e decollo verticale tendono a competere tra loro, specialmente su piattaforme senza pilota di dimensioni contenute.

Atterrare in uno spazio ristretto e sotto minaccia

Per i Marine, trasportare il carico non basta. Il velivolo dovrà riconoscere e valutare autonomamente la zona di atterraggio sia prima sia durante la discesa, in condizioni diurne e notturne. Dovrà rilevare persone, mezzi, strutture, pendenze e altri ostacoli del terreno, evitando di trasformare l’arrivo del rifornimento in un rischio per la squadra che lo riceve.

La richiesta include anche una capacità di sense-and-avoid a bordo, destinata a prevenire collisioni con traffico aereo con equipaggio e senza equipaggio durante il volo di crociera. Il livello atteso viene accostato alla capacità di un pilota umano in volo a vista, con margine sufficiente per reagire. È un requisito significativo in spazi aerei che, nelle operazioni moderne, vedono aumentare rapidamente il numero di piccoli velivoli, sensori e munizioni circuitanti.

La sopravvivenza è l’altro criterio che emerge con chiarezza. Il Corpo dei Marine prevede che questi droni possano dover atterrare in aree minacciate dal fuoco nemico. Di conseguenza, il sistema dovrà ridurre il tempo di discesa dalla quota di crociera alla landing zone, limitando la finestra nella quale può essere scoperto e ingaggiato. Non è una prescrizione su una specifica architettura: i produttori potranno scegliere soluzioni differenti. Ma il messaggio al mercato è chiaro, perché sposta l’attenzione dall’efficienza logistica in ambiente permissivo alla consegna in una zona contestata.

Un banco di prova per il mercato dei cargo UAS

La sperimentazione arriva mentre le forze armate osservano con attenzione l’uso sempre più esteso dei sistemi senza pilota per compiti che vanno oltre ricognizione e attacco. Il campo logistico è particolarmente interessante perché permette di distribuire il rischio: un carico può essere perso o ritardato, ma l’impiego di un sistema remoto può evitare l’invio di personale su una tratta esposta. Questo non significa che il drone sostituisca ogni veicolo terrestre o ogni elicottero; la capacità utile dipende dal tipo di merce, dal meteo, dalla minaccia e dal ritmo delle missioni.

Un precedente visibile è il Tactical Resupply Vehicle-150, un drone elettrico a decollo e atterraggio verticale già impiegato in una dimostrazione di Project Convergence Capstone 4 a Camp Pendleton nel febbraio 2024. Il nuovo appuntamento di Huntsville allarga però il confronto ai fornitori e formalizza una serie di soglie operative che includono distanza, carico, procedure di recupero e automazione dell’atterraggio.

Il risultato della dimostrazione non dirà ancora quale piattaforma entrerà in servizio né con quali tempi. Potrà però mostrare quanto le soluzioni attuali riescano a combinare requisiti difficili da conciliare: trasportare decine di chilogrammi per distanze tattiche, decollare senza infrastrutture, volare con vento, scegliere un punto sicuro per posarsi e farlo senza offrire un bersaglio facile. Per i Marine, questa è la misura concreta della logistica distribuita; per le aziende, è un’opportunità per dimostrare che il cargo unmanned può passare dalla sperimentazione alla pianificazione operativa.

Fonti