Per una band che ha costruito la propria identità su riff obliqui, amplificatori spinti e una tensione quasi fisica, scegliere di lasciare spazio al vuoto è una decisione rilevante. Con Perfecth, nono album in studio, i Queens of the Stone Age non rinnegano il proprio lessico rock, ma lo portano in una stanza più piccola. Il disco mette al centro canzoni meno interessate all’impatto immediato e più attente alle incrinature: rapporti che finiscono, memoria, perdita, sopravvivenza e la difficoltà di attribuire una forma ordinata a ciò che ordinato non è.

Il titolo contiene già la chiave del progetto. Quella “h” aggiunta a perfect non è un vezzo grafico: introduce deliberatamente un errore nella parola che dovrebbe indicare l’assenza di errori. Josh Homme ha spiegato l’idea nei termini dell’imperfezione inevitabile dell’esperienza umana. È un concetto che attraversa un album di nove brani e che, più delle dichiarazioni programmatiche, emerge dalla sua costruzione sonora: arrangiamenti porosi, interpretazioni vocali meno schermate e una chitarra acustica che torna ad avere un ruolo strutturale.

Non è il gesto di una band che tenta di diventare irriconoscibile. Le torsioni ritmiche, le linee di chitarra che sembrano procedere di sbieco e il senso bluesy del groove restano elementi centrali del gruppo californiano. Cambia però la distanza da cui vengono osservati. In diversi passaggi Perfecth rinuncia al muro di suono per lasciare che le canzoni espongano anche le loro parti meno levigate, senza usare la potenza come strumento di protezione.

Un disco nato senza una traiettoria lineare

Le registrazioni si sono svolte tra Los Angeles e New Orleans, in fasi diverse e senza un percorso prestabilito. È un dettaglio importante per comprendere il carattere frammentato ma coerente del lavoro: invece di puntare a una compattezza artificiale, i Queens of the Stone Age hanno mantenuto nelle tracce una quota di imprevedibilità. Secondo quanto raccontato attorno al disco, alcune parti sono rimaste vicine alla prima intuizione, comprese imperfezioni esecutive che in una produzione più controllata sarebbero probabilmente state corrette.

Easy Street, tra i brani scelti per anticipare l’album, nasce proprio da un approccio essenziale: una registrazione impostata come provino, senza click track, con chitarre acustiche e interventi di sintetizzatore psichedelico. L’assenza di una griglia ritmica rigida non è un dettaglio da addetti ai lavori. Restituisce al pezzo un’andatura mobile, quella sensazione di gruppo che si ascolta e si adatta mentre suona, invece di limitarsi a eseguire una struttura già chiusa.

La scelta mette in evidenza anche un aspetto spesso oscurato dalla fama dei QOTSA come macchina da riff: Homme ha da sempre una scrittura che parte volentieri dall’acustica, pur trasformandola poi in composizioni elettriche e dense. In Perfecth quello strumento torna in primo piano e determina il modo in cui molte canzoni respirano. Non serve a smussare il carattere della band, ma a renderne più udibile la componente melodica, quella che negli anni ha permesso ai Queens di passare dal desert rock alle ballate notturne senza perdere riconoscibilità.

Dal peso biografico a canzoni che non cercano assoluzioni

È difficile separare il disco dal periodo attraversato da Homme. Negli ultimi anni il frontman ha affrontato una lunga vicenda giudiziaria legata all’affidamento dei figli e ha parlato pubblicamente di un tumore rimosso dopo un intervento. In Times New Roman..., pubblicato nel 2023, era già segnato da un clima di separazione e lutto, arrivando dopo la morte di Mark Lanegan, figura decisiva nella storia del gruppo. Perfecth non trasforma quelle esperienze in un resoconto esplicito, ma porta con sé il loro peso.

In Where The Goth Girls At?, uno dei singoli, Homme collega la percezione di essere vivo alla vicinanza con la morte. Musicalmente il brano evita di sedersi sulla confessione: il riff procede con un’energia nervosa, mentre Jon Theodore dispone ampi spazi per la batteria. È una tensione tipica della band, ma qui assume una funzione diversa. L’urgenza non riguarda la dimostrazione di forza, bensì il tentativo di mettere a fuoco ciò che resta dopo una fase di rottura.

Il punto più esposto del disco è Insignificant Other. Il gioco di parole sul termine inglese usato per indicare il partner trasforma la figura dell’“altro significativo” in qualcuno che, una volta perduta la relazione, sembra diventare irrilevante. La canzone procede con passo lento, quasi da tarda notte, e affida molto alla voce di Homme, al falsetto e agli incastri della band. È stata mantenuta una seconda take, scelta che si accorda con l’intero impianto dell’album: conservare la presenza dei musicisti, con i margini e le imperfezioni che comporta, anziché cercare una pulizia astratta.

Questa dimensione più scoperta non rende Perfecth un album dimesso. I Queens of the Stone Age continuano a lavorare su ritmi ipnotici, chitarre stratificate e melodie che hanno sempre avuto qualcosa di minaccioso anche quando si avvicinavano al pop. Piuttosto, il disco sposta il baricentro dall’aggressione al dettaglio. In questo senso può richiamare, per alcuni tratti, l’epoca di Lullabies to Paralyze: un altro momento in cui il gruppo si trovò a ridefinire i propri equilibri dopo una fase cruciale della carriera. Il parallelo, tuttavia, non va trasformato in una formula nostalgica. Nel 2026 i Queens suonano con una consapevolezza diversa, maturata in oltre due decenni di cambiamenti di formazione e di linguaggio.

Un ritorno che conta anche per il live

La pubblicazione arriva mentre la dimensione concertistica torna a essere centrale. I Queens of the Stone Age saranno in Italia a giugno, con una data annunciata a Pordenone nel calendario 2027. Per una band la cui reputazione si fonda anche sul palco, il passaggio è più che promozionale: sarà il banco di prova per capire come un repertorio così raccolto potrà convivere con classici costruiti per sale affollate, volume alto e reazioni immediate.

La questione riguarda il modo in cui il gruppo aggiorna il proprio catalogo davanti al pubblico. I brani di Perfecth non sembrano pensati come semplici intermezzi tra i pezzi più noti; hanno strutture e dinamiche sufficienti per aprire nuove zone nella scaletta. Al tempo stesso richiederanno attenzione agli equilibri: la forza storica dei QOTSA sta nella capacità di rendere fisici anche i passaggi più sofisticati, senza ridurli a un esercizio di stile.

Per l’industria musicale, il valore dell’operazione è nella continuità senza replica. Dopo quasi trent’anni, Josh Homme e compagni non tentano di ricostruire il momento irripetibile di Songs for the Deaf, né si affidano a un’estetica vintage per certificare la propria storia. Scelgono invece di far entrare nel suono la vulnerabilità del presente. Perfecth è un disco che non cerca la perfezione formale e che proprio per questo ha la possibilità di allargare il racconto dei Queens of the Stone Age: meno monolitico, più umano, ancora capace di lasciare il segno.

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