Per un quarto di secolo gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari in una rete di torri, sensori e telecamere lungo il confine meridionale. L’obiettivo dichiarato del cosiddetto “muro virtuale” era intercettare chi attraversa la frontiera, consentire alla Border Patrol di intervenire e, almeno in teoria, ridurre i rischi nelle zone desertiche più ostili. Un’indagine pubblicata da MIT Technology Review, realizzata con il Times of San Diego, mette però in discussione quella promessa su entrambi i fronti: la capacità di rilevamento e la funzione di protezione delle vite umane.

Il lavoro giornalistico ha individuato più di 1.050 persone morte in prossimità delle torri di sorveglianza installate lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Si tratta di un conteggio che la testata considera inevitabilmente incompleto, ma già sufficiente a mostrare una distanza rilevante tra la presenza dell’infrastruttura e l’effettiva capacità di raggiungere chi la attraversa. In numerosi casi, le persone sono passate in aree sottoposte a osservazione senza essere fermate né soccorse; i loro corpi sono stati trovati più tardi, talvolta dopo settimane o mesi.

La redazione ha aperto ora una tavola rotonda riservata agli abbonati per discutere i risultati, con il direttore Mat Honan, il senior reporter AI James O’Donnell e la reporter d’inchiesta Eileen Guo. Il confronto arriva al termine di un anno di lavoro dedicato alle morti nelle zone di frontiera e ai limiti operativi della sorveglianza remota, inclusi gli apparati più recenti dotati di funzioni di rilevamento automatico.

Un’infrastruttura estesa, ma difficile perfino da censire

Il “muro” non è una barriera continua: è una costellazione di postazioni fisse che raccolgono immagini e segnali per individuare movimenti nel territorio. La loro diffusione è cresciuta nel tempo e il governo statunitense prevede di spendere circa un miliardo di dollari per triplicarne le dimensioni entro il 2034. Eppure manca un elemento essenziale per valutarne gli effetti: una mappa pubblica completa della rete.

Secondo l’inchiesta, la Customs and Border Protection (CBP) non rende disponibile un censimento dettagliato delle torri, della loro posizione e delle date di attivazione. I giornalisti hanno quindi combinato il lavoro di mappatura della Electronic Frontier Foundation con l’analisi di immagini satellitari, verificando la posizione e stimando il periodo di installazione degli impianti. L’esame ha riguardato quasi 600 torri, a fronte delle circa 800 che il governo dichiara operative.

Questa opacità non è un dettaglio amministrativo. Senza sapere con precisione dove un dispositivo fosse presente, se fosse attivo e in quali condizioni funzionasse, risulta molto più difficile stabilire se abbia individuato una persona, generato un avviso o semplicemente mancato il rilevamento. Allo stesso modo, l’assenza di una base dati accessibile rende problematico confrontare gli investimenti con i risultati e con i decessi avvenuti nei territori coperti.

Dalle torri guaste agli avvisi senza risposta

La ricostruzione di MIT Technology Review non attribuisce tutti i casi a una singola causa tecnica. Descrive invece un insieme di falle che coinvolge hardware, software e procedure umane. Ci sono torri non funzionanti; algoritmi che non riescono a riconoscere le persone; segnali ai quali gli agenti non avrebbero risposto. Anche le postazioni di nuova generazione, progettate per automatizzare il riconoscimento dei passaggi, compaiono nel perimetro dell’indagine.

È una distinzione importante perché la sorveglianza algoritmica viene spesso presentata come una risposta alla scarsità di personale e all’ampiezza dei territori da controllare. Ma il rilevamento non coincide con il soccorso. Un sistema può identificare un movimento senza che ciò produca un intervento tempestivo; può inoltre classificare male la scena oppure non cogliere affatto la presenza di una persona. Nel deserto, dove l’esposizione al caldo e la mancanza d’acqua possono trasformarsi rapidamente in un’emergenza, ogni passaggio della catena ha conseguenze concrete.

L’indagine richiama in particolare le torri costruite dalla società della difesa Anduril, azienda che continua a ottenere contratti rilevanti e che potrebbe beneficiare dell’aumento dei fondi federali destinati alla sicurezza di confine. Il punto sollevato non riguarda soltanto il fornitore: riguarda il modo in cui l’amministrazione pubblica verifica sistemi che promettono di estendere lo sguardo delle autorità su aree remote, ma che non sembrano sottoposti a una valutazione pubblica adeguata dei fallimenti.

Il vuoto nei dati sulle persone scomparse e morte

La difficoltà di contare le vittime è un altro risultato centrale del lavoro. Non esiste negli Stati Uniti un organismo nazionale che raccolga e pubblichi in modo completo tutti i dati disponibili sulle morti dei migranti. Per ricostruire i casi, i reporter hanno consultato migliaia di pagine di documenti e rapporti prodotti da decine di enti soltanto in Texas. Nonostante questo sforzo, il quadro resta parziale: le amministrazioni non condividono un protocollo uniforme per registrare decessi e ritrovamenti di resti umani nei registri pubblici.

Border Patrol utilizza dal 2007 un sistema interno chiamato Border Safety Initiative Tracking System, o BSITS. Le regole nazionali per uniformare la raccolta dei dati, però, sono arrivate solo nel 2021. Per la testata, l’assenza di informazioni coerenti ostacola persino l’analisi più basilare: capire dove avvengano le morti, con quale frequenza e quale relazione abbiano con la rete di sorveglianza installata nelle vicinanze.

Uno dei casi citati riguarda una piccola porzione di deserto nei pressi del distretto della deputata del New Mexico Sarah Silva: nel solo 2024, più di 18 persone sono morte vicino alle torri presenti nell’area. Di fronte a questi dati, Silva ha sostenuto la necessità di un audit federale. L’inchiesta rileva che la CBP, almeno in linea teorica, dispone da anni delle informazioni necessarie a svolgere una verifica interna: dovrebbe sapere quando le torri sono state installate e quando erano attive. Fonti sentite dai giornalisti affermano però che un controllo complessivo di questo genere non sarebbe mai stato condotto.

Più controllo pubblico prima di ampliare la rete

Le proposte avanzate nell’approfondimento di MIT Technology Review partono da due priorità: un esame sistematico delle morti avvenute vicino alle torri e una correzione radicale delle modalità con cui vengono tracciati decessi e resti. Non sono richieste puramente statistiche. Un audit potrebbe indicare se determinati impianti, modelli di rilevamento o procedure di risposta producano criticità ricorrenti; dati condivisi e completi permetterebbero invece di individuare aree dove la presenza tecnologica non si traduce in un intervento efficace.

Per il settore tecnologico, la vicenda è un promemoria sul fatto che le prestazioni dichiarate da una piattaforma di visione artificiale non esauriscono la valutazione del suo impatto. In un contesto di sicurezza pubblica, vanno considerate l’affidabilità sul campo, la manutenzione, le decisioni prese dagli operatori e la possibilità di controllare dall’esterno ciò che accade quando la tecnologia fallisce.

Il dibattito sulla frontiera statunitense continuerà a intrecciare controllo dei confini, appalti per la difesa e politiche migratorie. Prima dell’espansione prevista della rete, l’inchiesta porta però una questione verificabile e immediata: le autorità devono poter dimostrare non solo di avere installato torri e algoritmi, ma anche di sapere quando non funzionano, chi resta escluso dal loro raggio d’azione e quali conseguenze questo produce.

Fonti