Alla Galleria Borghese la metamorfosi non resta un tema dell'antico. Diventa un modo per osservare il presente: la porosità fra esseri umani, animali, macchine e ambienti; il carattere tutt'altro che neutrale della tecnologia; la necessità di ripensare le relazioni in un'epoca di crisi ecologica. È su questo terreno che si muove All That Changes You. Metamorphosis, l'opera di Sir Isaac Julien ospitata dal museo romano fino al 25 ottobre, a cura di Lorenzo Giusti.

L'arrivo del film-installazione si intreccia con la chiusura di Metamorfosi. Ovidio e le arti, la mostra realizzata dalla Galleria Borghese con il Rijksmuseum di Amsterdam e prorogata fino all'11 ottobre. Non si tratta però di un semplice epilogo contemporaneo aggiunto a un percorso storico. Julien sposta la posta in gioco: dalla trasformazione raccontata dal mito alla trasformazione come condizione materiale, politica e tecnologica del mondo contemporaneo.

Il lavoro, presentato in precedenza a Palazzo Te a Mantova, cambia così il proprio rapporto con lo spazio e con le opere che lo circondano. Alla Borghese, museo dove la scultura antica e barocca ha fatto della mutazione dei corpi uno dei suoi grandi repertori visivi, il film non chiede di essere letto come illustrazione di Ovidio. Piuttosto mette in tensione due grammatiche: quella della forma fissata nel marmo e quella dell'immagine in movimento, capace di far percepire la trasformazione come processo aperto, non come esito definitivo.

Donna Haraway come soglia del racconto

Al centro dell'opera compare Donna Haraway, pensatrice statunitense nota per le sue riflessioni femministe sulle tecnoscienze, sulle specie compagne e sulle relazioni fra organismi e dispositivi. Julien la riprende mentre legge da Staying with the Trouble, testo nel quale Haraway invita a sottrarsi alle narrazioni rassicuranti sul controllo umano del pianeta e a misurarsi con l'intrico delle dipendenze reciproche.

La sua presenza non vale come garanzia teorica apposta dall'esterno al film. È una voce che orienta lo sguardo, riportando la metamorfosi a una dimensione concreta. I corpi non cambiano mai da soli; lo fanno dentro habitat, infrastrutture, sistemi economici, linguaggi e tecniche. Anche l'idea di una separazione netta tra naturale e artificiale, in questa prospettiva, perde consistenza. Non perché ogni differenza debba essere cancellata, ma perché le differenze hanno sempre prodotto contatti, conflitti, alleanze e forme di dipendenza.

Definire il lavoro “cyberfemminista” è utile se non lo si riduce a un'etichetta estetica. Il cyberfemminismo, nel suo nucleo più fertile, ha contestato l'immagine della tecnologia come territorio esclusivamente maschile, razionale e disincarnato. Haraway ha fornito a quel dibattito figure decisive, dal cyborg alle specie compagne: immagini concettuali che non celebrano la fusione con la macchina, ma rendono più complesso il modo in cui attribuiamo identità, autonomia e potere.

Julien raccoglie questo lascito senza trasformarlo in una lezione illustrata. Il suo cinema ha una lunga storia nell'arte contemporanea e nella cultura visiva nera britannica, e mantiene una cura formale che non separa l'immagine dalla sua posizione politica. Qui la composizione filmica costruisce uno spazio di attraversamento, nel quale la filosofia non è un commento didascalico e il mito non è un fondale prestigioso.

Il museo come dispositivo, non come cornice

La scelta della Galleria Borghese è rilevante proprio perché il museo non è uno spazio indifferente. Le sue sale condensano un immaginario in cui la metamorfosi è stata per secoli racconto di desiderio, punizione, violenza, potere e fuga. Nei miti ovidiani, cambiare forma può salvare o condannare; può offrire una via d'uscita oppure rendere visibile una sopraffazione. Questa ambivalenza risuona nell'opera di Julien, ma si allarga a questioni che il patrimonio storico non poteva formulare negli stessi termini: l'impronta delle attività umane sugli ecosistemi, il rapporto con le altre specie, la mediazione tecnologica delle nostre vite.

È qui che l'intervento acquista interesse anche oltre il pubblico abituale dell'arte contemporanea. Le istituzioni culturali delle città stanno cercando nuovi modi per far dialogare le collezioni permanenti con la ricerca artistica attuale. L'operazione riesce quando l'opera invitata non usa il museo come scenografia, né il museo usa l'opera contemporanea come segnale di aggiornamento. In questo caso, la frizione fra il film di Julien e il contesto Borghese sembra essere il contenuto stesso dell'esperienza: il passato non viene attualizzato con un gesto sbrigativo, ma chiamato a rispondere a domande che lo eccedono.

La sede modifica inoltre la lettura rispetto a Palazzo Te. Ogni installazione collocata in un luogo storico entra infatti in una negoziazione con architetture, ritmi di visita e memorie visive specifiche. Alla Borghese, la densità delle opere e la fama delle sculture impongono al film un confronto particolarmente diretto con l'idea occidentale di corpo ideale. L'ibridazione evocata da Haraway e Julien lavora nella direzione opposta alla purezza: non cerca un modello, ma espone connessioni e trasformazioni.

Dalla metamorfosi letteraria alle ecologie della città

Il legame con la città non va cercato forzatamente in una rappresentazione di Roma. È nel tipo di esperienza urbana che l'opera rende leggibile. Le metropoli contemporanee sono luoghi dove naturale, costruito e digitale convivono senza essere davvero separabili: animali che abitano gli interstizi, reti energetiche e logistiche, sensori, schermi, materiali estratti altrove, corpi sottoposti a ritmi di mobilità e lavoro. Guardare queste compresenze soltanto con la lente dell'efficienza o dell'innovazione significa ignorarne il peso sociale e ambientale.

All That Changes You. Metamorphosis non offre soluzioni progettuali, né è un'opera sull'automazione o sull'intelligenza artificiale. Il suo contributo sta altrove: rende meno semplice il lessico con cui parliamo di tecnica. La macchina non compare come antagonista esterno all'umano, e l'animale non viene trattato come una figura decorativa di natura perduta. Entrambi partecipano a una rete di relazioni dalla quale derivano responsabilità. È una prospettiva importante in un momento in cui le tecnologie vengono spesso raccontate come oggetti autonomi, separati dalle filiere materiali, dagli ambienti e dalle persone che le usano o le subiscono.

Questa impostazione ha anche un limite, che è insieme una scelta precisa dell'opera. Il film filosofico non sostituisce l'analisi delle infrastrutture, delle disuguaglianze o delle politiche ambientali; non entra necessariamente nel dettaglio dei soggetti che controllano le tecnologie e delle conseguenze differenziate che producono. Ma non è questo il suo compito. Julien lavora sul piano delle immagini e delle associazioni, offrendo una forma sensibile a problemi spesso trattati soltanto con il vocabolario dell'emergenza o dell'innovazione.

La sua metamorfosi, dunque, non promette rigenerazione automatica. Ricorda invece che trasformare qualcosa comporta esserne trasformati. Nella Galleria Borghese, dove l'antico continua a mostrare corpi colti nel passaggio da una forma all'altra, questa intuizione acquista una forza particolare: il cambiamento non è una parentesi spettacolare, ma la condizione da abitare con attenzione.

Una chiusura che apre il programma del museo

L'installazione resterà visitabile fino al 25 ottobre, oltre la conclusione dell'esposizione su Ovidio. La sovrapposizione temporale è breve ma significativa, perché permette di vedere come un tema apparentemente canonico possa cambiare scala senza perdere complessità. Da un lato il mito, la storia dell'arte e le collezioni; dall'altro un'opera che mette in circolo femminismo, teoria ecologica e immagini in movimento.

Per la Galleria Borghese è anche un test sulla capacità di far vivere il patrimonio come campo di discussione e non soltanto come repertorio da conservare. Per il pubblico, l'occasione è quella di incontrare un lavoro che non semplifica l'ibridazione fra umano, non umano e tecnologia in una formula futuristica. La tratta come un fatto già presente nelle vite contemporanee, con tutte le sue implicazioni culturali, materiali e politiche.

Fonti