La celebrazione per i cinquant’anni di Charlie’s Angels agli Emmy ha avuto il valore di una correzione tardiva, almeno sul piano simbolico. Jaclyn Smith, Kate Jackson e Cheryl Ladd sono salite insieme sul palco della cerimonia di lunedì, riportando davanti al pubblico tre dei volti che hanno definito la serie prodotta da Aaron Spelling tra il 1976 e il 1981. Un’immagine che ha condensato mezzo secolo di cultura pop, ma anche una contraddizione: quando lo show era in onda, la Television Academy lo aveva guardato con ben minore considerazione.

Nei suoi cinque anni di programmazione, Charlie’s Angels raccolse quattro candidature agli Emmy senza vincere. Due nomination andarono a Jackson, una a David Doyle, l’interprete di Bosley, e una riguardò il montaggio sonoro nel 1977. Per Smith, intervistata da Variety dopo la reunion, quella scarsità di riconoscimenti rifletteva il pregiudizio con cui una parte dell’industria trattava il programma: troppo glamour, troppo popolare, troppo poco rispettabile per essere considerato televisione “prestigiosa”.

È una lettura interessante perché il giudizio contemporaneo sul titolo è ormai molto diverso da quello maturato nella sua prima stagione televisiva. Il franchise viene ricordato per l’immagine delle protagoniste, per i costumi e per il meccanismo narrativo delle missioni affidate da Charlie, voce mai mostrata in scena e interpretata da John Forsythe. Ma Smith rivendica anche la struttura che teneva insieme quegli elementi: mistero, pericolo e una leggerezza consapevole, componenti che per Aaron Spelling rendevano il prodotto accessibile senza svuotarlo di racconto.

Il successo popolare che la critica aveva sottovalutato

All’origine c’erano Farrah Fawcett nel ruolo di Jill Munroe, Smith in quello di Kelly Garrett e Jackson come Sabrina Duncan. Dopo la prima stagione, Fawcett lasciò la serie in seguito a una disputa contrattuale con Spelling; Cheryl Ladd entrò allora nel cast interpretando Kris Munroe, sorella di Jill. Con loro, e con Bosley, il programma costruì una dinamica che avrebbe attraversato generazioni di spettatori ben oltre la sua durata originaria.

Ladd ha spiegato che la sintonia vista sullo schermo aveva un fondamento anche fuori dal set. A suo dire, le attrici non vivevano il rapporto come una gara interna e si sostenevano reciprocamente. Questo aspetto conta nella memoria di Charlie’s Angels: al di là della confezione patinata, la serie metteva in scena donne che lavoravano insieme e trovavano forza nella squadra. È un tratto che oggi appare più facile da riconoscere, mentre negli anni Settanta il discorso pubblico intorno allo show si fermava spesso alla sua superficie.

Il palco degli Emmy ha quindi agito come una vetrina per una proprietà intellettuale che non ha mai smesso di circolare. Smith, Jackson e Ladd avevano già partecipato all’inizio dell’anno a una celebrazione per il cinquantesimo anniversario durante PaleyFest, a Los Angeles. Smith ha descritto quell’incontro come emotivo anche per le assenze: Fawcett, Doyle e Forsythe sono morti. La persistenza dell’affetto del pubblico, però, è ciò che trasforma una rimpatriata in un segnale industriale. Un titolo che continua a essere riconosciuto cinquant’anni dopo mantiene un peso nel catalogo e nell’immaginario, indipendentemente dal numero di premi ottenuti alla sua uscita.

Due strategie opposte per riportare in vita il marchio

La storia recente di Charlie’s Angels mostra però quanto la notorietà di un brand non garantisca automaticamente il successo di un rilancio. Smith distingue nettamente fra i due film diretti da McG nel 2000 e nel 2003, con Drew Barrymore, Cameron Diaz e Lucy Liu, e il film del 2019 diretto da Elizabeth Banks, interpretato da Kristen Stewart, Naomi Scott ed Ella Balinska.

Dei primi due apprezza l’aver preservato la formula rendendola più grande e contemporanea: azione spettacolare, esplosioni, inseguimenti e un tono ironico che non rinnegava l’identità pop del materiale di partenza. Barrymore, che fu anche produttrice dei film, secondo Smith ha saputo sviluppare un impianto già vincente invece di smontarlo. Quei capitoli avevano aggiornato il linguaggio dell’azione dei primi anni Duemila, ma restavano immediatamente leggibili come Charlie’s Angels.

Il giudizio sul lungometraggio del 2019 è più severo, pur accompagnato dal riconoscimento del talento di Banks. Smith ritiene che quel progetto abbia scelto una discontinuità troppo marcata rispetto a ciò che il pubblico associava alla saga e collega a quella scelta la sua incapacità di trovare un pubblico sufficientemente ampio. Non attribuisce il risultato a una singola interprete o a un difetto tecnico specifico: il suo ragionamento riguarda soprattutto l’identità dell’opera e le aspettative che un nome così noto porta con sé.

Per chi lavora nello sviluppo, è una distinzione tutt’altro che banale. I franchise vengono spesso recuperati proprio perché hanno un capitale di riconoscibilità preesistente, ma quel capitale può diventare un vincolo. Copiare la serie non basta, perché cambiano sensibilità, pubblico e forme dell’intrattenimento. Allontanarsene troppo, tuttavia, rischia di ridurre il valore del marchio a un’etichetta. La tesi di Smith, maturata dall’interno della storia del franchise, è che l’operazione debba individuare ciò che il pubblico considera irrinunciabile e poi costruirci sopra un aggiornamento credibile.

Una lezione utile oltre Charlie’s Angels

La reunion non annuncia un nuovo film o una nuova serie, e dalle dichiarazioni di Smith non emerge un progetto in sviluppo. L’interesse della vicenda sta altrove: nell’occasione di osservare come Hollywood rinegozi il valore delle sue proprietà storiche. La Television Academy, che negli anni Settanta aveva attribuito allo show soltanto quattro nomination, oggi lo inserisce in uno dei momenti più visibili della sua serata. È il riconoscimento di un impatto popolare che i premi non avevano intercettato allora.

Quella rivalutazione non cancella i limiti del programma né risolve le questioni poste dai suoi adattamenti successivi. Ma restituisce una prospettiva più completa su una serie spesso liquidata come prodotto leggero. Il glamour era parte essenziale della proposta, non un incidente da giustificare; lo erano anche l’avventura episodica e l’affiatamento delle protagoniste. Nel mercato attuale, dove gli archivi degli studios diventano sempre più spesso serbatoi per sequel, prequel e remake, capire quali elementi abbiano sostenuto una longevità simile è più utile che limitarsi a celebrare la nostalgia.

Smith è in tour negli Stati Uniti per promuovere il memoir I Once Knew a Guy Named Charlie. Le sue parole sugli Emmy e sul film del 2019 riportano comunque l’attenzione sull’opera, non solo sulla sua esperienza personale. Cinquant’anni dopo il debutto, Charlie’s Angels resta un caso di studio: inizialmente snobbato dai premi, capace di trasformarsi in icona e abbastanza resistente da sopravvivere a versioni molto diverse fra loro. La riunione di Smith, Jackson e Ladd suggella questa eredità; non indica la prossima mossa del franchise, ma rende più chiaro il criterio con cui qualsiasi futura ripartenza verrà giudicata.

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