La sicurezza energetica viene spesso letta attraverso indicatori immediati: gigawatt installati, investimenti mobilitati, importazioni evitate, velocità delle autorizzazioni. Ma nel fotovoltaico una parte rilevante della partita si gioca molto prima dell’entrata in esercizio. Si decide quando un progetto è ancora un’ipotesi sulla carta, con costi limitati e margini reali per correggerne l’impostazione o abbandonarlo.

È il tema emerso al Solar & Storage Live Italia nei confronti promossi da Women in Solar+ Europe (WiSEu) e dall’ecosistema Solar+ Leaders: la qualità della leadership, la composizione dei team e la disciplina con cui vengono selezionati i progetti non sono questioni estranee alla politica energetica. Possono determinare, nel tempo, quanto gli impianti saranno affidabili, finanziabili e sostenibili per la rete e per i territori che li ospitano.

Il ragionamento parte da una caratteristica strutturale del settore. Una centrale fotovoltaica è progettata per lavorare per tre decenni o più, mentre alcune delle decisioni che ne condizionano prestazioni, costi e criticità vengono prese nelle prime settimane. Sito, configurazione, percorso autorizzativo, interlocuzione con il territorio, ipotesi di connessione e impostazione tecnica entrano in una catena di conseguenze che passa dal developer ai costruttori, ai finanziatori, agli operatori e infine alla comunità locale.

La congestione della rete cambia il valore delle scelte

Letizia Petracci, Vice President Technical di Starlight Energy, società del gruppo NextEnergy, ha richiamato l’attenzione sulla coda di connessione italiana. Le richieste per nuovi impianti rinnovabili superano i 300 GW, un volume indicato come circa quattro volte la capacità aggiuntiva prevista al 2030 dal piano nazionale. Non tutti quei progetti potranno dunque arrivare a realizzazione, né sarebbe razionale trattarli come se avessero lo stesso grado di maturità e utilità per il sistema.

Il quadro si è inoltre modificato da settembre: per l’accesso alla rete conta l’ottenimento dell’autorizzazione, non l’ordine cronologico con cui è stata presentata la domanda. Per gli sviluppatori significa dover avanzare rapidamente lungo l’iter autorizzativo senza avere, nel frattempo, la certezza della connessione. La velocità diventa necessaria, ma può trasformarsi in un incentivo a portare avanti iniziative deboli pur di non perdere posizione.

In questa fase la selezione è particolarmente delicata. All’inizio un progetto può essere fermato con costi contenuti; quando accumula studi, consulenze, pratiche, accordi e obiettivi di pipeline, la rinuncia diventa più difficile anche se emergono limiti tecnici, territoriali o industriali. È il meccanismo per cui il tempo e le risorse già spesi finiscono per pesare sul giudizio successivo, spingendo talvolta a difendere un’iniziativa anziché valutarne con lucidità le prospettive.

Secondo Petracci, la leadership si misura anche nella capacità poco visibile di decidere in anticipo quali progetti non meritano di proseguire. Non è un invito a rallentare lo sviluppo delle rinnovabili, ma a distinguere tra rapidità costruita su competenze, organizzazione e valutazioni solide, e fretta che rimanda i problemi agli anelli successivi della filiera.

Gli effetti arrivano anni dopo, quando non sono più correggibili facilmente

David Moser, managing director Italy del Becquerel Institute, ha portato nel dibattito l’esperienza maturata alla guida per 13 anni di un gruppo di ricerca di Eurac a Bolzano, dedicato all’invecchiamento e al degrado degli impianti fotovoltaici. Il suo punto è concreto: i problemi di rendimento che emergono dopo otto o dieci anni possono dipendere da decisioni originarie prese da persone che nel frattempo non lavorano più su quell’impianto.

Una filiera energetica che premia esclusivamente il traguardo autorizzativo o il numero di megawatt in portafoglio rischia quindi di separare chi prende le decisioni da chi ne sosterrà le conseguenze. Il costo di una scelta frettolosa può ricadere sul proprietario dell’asset, sull’operatore incaricato della manutenzione, sul finanziatore che deve gestire un impianto meno performante del previsto o sulla rete chiamata a integrare capacità realizzata senza un’adeguata pianificazione.

La questione riguarda anche la credibilità della transizione. La diffusione del solare richiede consenso locale, capacità di connessione e capitale paziente; ciascuno di questi elementi si indebolisce se proliferano progetti che restano incompiuti, cambiano ripetutamente configurazione o raggiungono l’esercizio con criticità evitabili. Un impianto ben progettato non elimina le complessità di rete e autorizzazioni, ma evita che i problemi generati a monte vengano trasferiti lungo tutta la sua vita utile.

Nel confronto è emersa anche la cautela verso l’uso di strumenti basati sull’intelligenza artificiale nel fotovoltaico. Moser, che oggi sviluppa soluzioni AI per il settore, ha avvertito che risposte ottenute rapidamente possono diventare una scorciatoia se non sono accompagnate da competenza e verifica. Per attività che coinvolgono dati territoriali, progettazione, previsioni e analisi degli impianti, gli strumenti digitali possono velocizzare il lavoro, ma non sostituiscono la responsabilità di chi valida un’assunzione e ne valuta gli effetti.

Team inclusivi come infrastruttura organizzativa

Il contributo di WiSEu porta un’altra dimensione nel dibattito: la composizione dei gruppi che scelgono, progettano e gestiscono gli asset. L’idea sostenuta nei panel è che team inclusivi e con competenze differenziate migliorino la capacità di individuare rischi, discutere ipotesi e affrontare interessi spesso in tensione tra sviluppo, rete, finanza e territori.

Non si tratta di attribuire automaticamente migliori risultati a una singola caratteristica delle persone. Il tema è organizzativo: decisioni complesse risultano più robuste quando non dipendono da una prospettiva uniforme e quando esistono le condizioni per contestare valutazioni troppo ottimistiche. Nel solare utility-scale, dove un errore iniziale può restare incorporato nell’asset per decenni, questa pluralità assume un valore industriale oltre che culturale.

La sicurezza energetica, in questa lettura, non coincide soltanto con la disponibilità di elettricità. Comprende la capacità di costruire un parco rinnovabile che resti operativo nel tempo, dialoghi con una rete congestionata e non consumi inutilmente capitale, suolo amministrativo e fiducia delle comunità. Per l’Italia, impegnata ad aumentare rapidamente la produzione elettrica rinnovabile, la differenza tra quantità annunciata e capacità affidabile può dipendere dal modo in cui viene gestita la fase più precoce dei progetti.

Non sono emerse dal confronto nuove misure regolatorie, né una soluzione semplice alla coda di connessione. Il messaggio rivolto a sviluppatori, investitori e decisori è però netto: la pressione a procedere non deve rendere marginale la valutazione di fattibilità. Con richieste di rete di dimensioni superiori agli obiettivi di nuova capacità, scegliere bene cosa autorizzare, finanziare e costruire diventa parte della strategia energetica nazionale, non un dettaglio interno alle singole aziende.

Fonti