Mazama Energy ha chiuso un round Series B da 135 milioni di dollari per portare avanti una scommessa difficile ma potenzialmente rilevante per la rete elettrica: estrarre energia geotermica da rocce molto più calde e profonde di quelle raggiunte dagli impianti convenzionali. La società, incubata da Khosla Ventures, lavora in Oregon su pozzi che dovrebbero arrivare a circa 15.000 piedi, poco oltre 4.500 metri, dove la temperatura della roccia può raggiungere i 400 °C.
Il finanziamento è stato guidato da Centaurus Capital e Doerr Capital. Al round hanno partecipato anche ConocoPhillips e Shell Ventures, accanto agli investitori già presenti Khosla Ventures e Gates Frontier. Fra i nuovi ingressi figurano SiteGround Capital, H. Barton Asset Management e la Jeffrey and Marieke Rothschild Foundation. La raccolta è stata dichiarata oversubscribed, cioè con richieste superiori alla quota che Mazama ha scelto di accettare.
Il denaro servirà soprattutto allo sviluppo di pozzi orizzontali nelle formazioni geologiche ad alta temperatura. L’ambizione tecnica dell’azienda è arrivare a una capacità fino a 15 MW per singolo pozzo, con produzione disponibile senza l’intermittenza che caratterizza eolico e fotovoltaico. Per una startup del settore, tuttavia, la distanza fra il potenziale geologico e una centrale capace di fornire elettricità commerciale resta il passaggio decisivo.
Perché cercare il calore a profondità maggiori
La geotermia tradizionale tende a concentrarsi nelle aree in cui calore, acqua e permeabilità del sottosuolo sono già favorevoli. I progetti di geotermia avanzata provano invece a creare o gestire artificialmente il sistema di circolazione dei fluidi nelle rocce calde, allargando in teoria i territori utilizzabili. Mazama spinge questo approccio verso il cosiddetto superhot rock: strati rocciosi tanto caldi da portare l’acqua, sottoposta ad alta pressione, in uno stato supercritico.
In questa condizione l’acqua non si comporta pienamente né da liquido né da gas e può trasportare molta più energia rispetto al vapore impiegato nei cicli geotermici più comuni. È il motivo per cui Mazama sostiene che un suo pozzo potrebbe generare fino a dieci volte l’elettricità di un pozzo geotermico tradizionale. Il vantaggio atteso non riguarda soltanto la potenza: se la resa per pozzo aumentasse davvero, servirebbero meno perforazioni e una superficie di impianto più contenuta per raggiungere la stessa capacità.
Il rovescio della medaglia è che perforare più in profondità, attraversando rocce più dure e lavorando vicino a temperature estreme, mette sotto pressione strumenti, materiali, cementazioni e sistemi di controllo. I costi del drilling e l’affidabilità dei pozzi determinano quindi gran parte dell’economia del progetto. L’accesso al calore non basta: occorre dimostrare che il fluido possa circolare, riportare energia in superficie e far funzionare una turbina in modo continuativo, mantenendo prestazioni e sicurezza nel tempo.
Il cantiere in Oregon e una tabella di marcia ancora da verificare
Mazama riferisce di avere superato i 10.000 piedi di profondità in 15 giorni nel suo sito dell’Oregon, mentre procede verso il traguardo dei 15.000 piedi. La società prevede di iniziare a generare elettricità nel corso del 2027. È una scadenza che segnerà il primo vero test operativo della tecnologia: una perforazione rapida rappresenta un segnale utile, ma la produzione elettrica dipende dall’intero sistema, dal serbatoio geotermico alla gestione del fluido fino alla conversione dell’energia in rete.
Per il primo sito, Mazama indica un potenziale complessivo di 10 GW, il doppio dei 5 GW stimati lo scorso anno. Il piano di sviluppo è però graduale: l’azienda punta a completare il progetto entro il 2030, con una produzione prevista di 200 MW. Le due cifre descrivono scale differenti. La prima è una valutazione del potenziale della risorsa nel sito; la seconda è l’obiettivo di capacità da realizzare entro la fine del decennio. Non sono quindi un impegno a costruire 10 GW nel breve termine.
La startup ha inoltre assicurato il terreno per un secondo sviluppo. Anche qui, però, non sono stati resi pubblici dettagli su capacità, calendario o caratteristiche geologiche. Il capitale appena raccolto dà a Mazama margine per continuare la fase di sviluppo e per affrontare perforazioni che richiedono attrezzature costose, ma non elimina i rischi industriali propri di una tecnologia ancora in dimostrazione.
La competizione per l’energia continua
L’interesse degli investitori arriva in un momento in cui la disponibilità di elettricità affidabile è diventata una questione centrale per nuovi carichi industriali, in particolare data center e infrastrutture di calcolo. Gli operatori cercano fonti programmabili, capaci di fornire energia 24 ore su 24, e tempi di realizzazione compatibili con l’espansione della domanda. In questo scenario il gas naturale resta una strada considerata da molte aziende tecnologiche e sviluppatori di data center, ma la geotermia avanzata cerca di proporsi come alternativa a basse emissioni con produzione costante.
La differenza rispetto a solare ed eolico non è marginale. Queste fonti hanno costi e tempi di installazione spesso favorevoli, ma richiedono accumulo, reti più flessibili o altre fonti di supporto per coprire ogni ora dell’anno. Un impianto geotermico che funzioni come previsto può invece offrire potenza di base. Per questo le prestazioni per pozzo dichiarate da Mazama sono osservate con interesse: 15 MW continui da un singolo pozzo renderebbero il modello più adatto a contratti di fornitura per grandi clienti, se i costi restassero sostenibili.
Il settore non parte da zero. Le tecniche di perforazione, completamento dei pozzi e gestione dei fluidi hanno legami evidenti con l’industria oil & gas, e la presenza di ConocoPhillips e Shell Ventures nel round riflette anche questo possibile trasferimento di competenze. Ma le condizioni delle rocce supercalde pongono requisiti diversi da quelli delle normali attività estrattive: il fatto che una tecnica provenga dal comparto petrolifero non garantisce automaticamente la sua efficacia nelle applicazioni geotermiche ad altissima temperatura.
Dalla promessa geologica alla centrale
Secondo una stima citata da Mazama, elaborata dall’Università di Twente e dal Clean Air Task Force, sfruttare l’1% delle rocce supercalde presenti nel mondo potrebbe equivalere a oltre 63 terawatt di capacità elettrica. È un ordine di grandezza che aiuta a capire perché il segmento attiri capitale, non una previsione di installazioni imminenti. Il potenziale teorico globale deve fare i conti con la qualità locale delle risorse, autorizzazioni, disponibilità d’acqua, connessioni alla rete, accettazione dei progetti e costi di costruzione.
Per Mazama i prossimi anni saranno quindi meno una gara sulle valutazioni del potenziale e più una verifica su alcuni elementi concreti: la capacità di completare i pozzi alla profondità prevista, la stabilità della circolazione nel sottosuolo, la resa termica effettiva, la durata degli impianti e il costo dell’elettricità prodotta. L’avvio della generazione annunciato per il prossimo anno e il traguardo di 200 MW entro il 2030 offriranno i primi punti di confronto pubblici.
La raccolta da 135 milioni di dollari non certifica che il geotermico supercaldo sia già pronto a scalare. Dice però che investitori finanziari, fondi climatici e soggetti legati all’energia vedono abbastanza valore nella prova da finanziare una fase molto costosa dello sviluppo. Se Mazama riuscirà a trasformare il calore estremo dell’Oregon in elettricità stabile, la geotermia potrebbe conquistare uno spazio più visibile nella risposta alla crescita della domanda di rete. Se invece perforazioni, materiali o produttività non raggiungeranno le attese, il settore dovrà ricalibrare tempi e promesse.




