Le torri di sorveglianza disseminate lungo il confine tra Stati Uniti e Messico dovrebbero rendere più rapido l’avvistamento degli attraversamenti e l’intervento delle autorità. Ma la loro presenza pone anche una domanda difficile: perché tante persone continuano a morire in aree sottoposte a osservazione elettronica?

Per affrontarla, MIT Technology Review e Times of San Diego hanno realizzato Dying on Camera, un progetto investigativo durato 15 mesi che ricostruisce il rapporto geografico e temporale tra i decessi di persone migranti e la cosiddetta “virtual wall”, la rete di torri, sensori e sistemi di osservazione gestita dalle autorità federali. Il risultato dichiarato dalle due testate è la prima mappa complessiva delle morti avvenute in prossimità delle torri di confine degli Stati Uniti.

L’analisi prende in esame quasi 4.000 casi e parte dal 2015, una scelta che consente di osservare anni segnati da amministrazioni, politiche migratorie e tecnologie di sorveglianza diverse. La mappa non sostiene, da sola, che una torre abbia causato o potuto evitare ogni morte. Il suo valore sta piuttosto nel rendere verificabile una sovrapposizione finora difficile da misurare: dove venivano ritrovati i corpi, quando si ritiene siano morte le persone e quali infrastrutture di sorveglianza fossero già operative in quelle aree.

Una base dati costruita da archivi frammentati

Raccogliere dati affidabili sui decessi lungo la frontiera è tutt’altro che lineare. La US Border Patrol stima che dal 2000 siano morte oltre 10.000 persone durante gli attraversamenti, ma quel numero viene generalmente considerato inferiore alla realtà. Non tutti i resti vengono rinvenuti; inoltre, per quelli individuati non esiste un protocollo nazionale che imponga modalità uniformi di registrazione, classificazione e pubblicazione delle informazioni.

I giornalisti hanno quindi stabilito criteri minimi per includere un caso nell’analisi: doveva essere possibile confermare che la persona fosse ritenuta impegnata nell’attraversamento del confine, localizzare il ritrovamento dei resti e stabilire almeno approssimativamente il momento della morte. Sono condizioni essenziali per evitare che una mappa trasformi dati incerti in una rappresentazione più precisa di quanto i documenti consentano davvero.

Il dataset è nato dall’unione di archivi già compilati da organizzazioni come No More Deaths, Humane Borders ed Electronic Frontier Foundation con nuovi documenti ottenuti direttamente da più di una dozzina di enti pubblici. Alla raccolta documentale si sono aggiunti sopralluoghi ripetuti lungo il confine e oltre 45 interviste. Tra le persone ascoltate figurano ex e attuali consiglieri della Casa Bianca, nominati politici, agenti della Border Patrol, medici legali, sceriffi, volontari umanitari e dipendenti di aziende tecnologiche.

Questa pluralità di fonti è significativa perché nessun singolo archivio può offrire un quadro completo. I registri sanitari e giudiziari possono descrivere il ritrovamento di un corpo ma non sempre includono coordinate utili; i dati delle organizzazioni umanitarie aiutano a colmare lacune territoriali, senza però sostituire gli atti ufficiali; la documentazione sulle torri è necessaria per stabilire quando un’infrastruttura fosse stata installata e in quale punto.

Il vuoto informativo del Texas

Il passaggio più impegnativo dell’indagine ha riguardato il Texas, indicato come una delle principali lacune nelle basi dati esistenti. A differenza dell’Arizona, lo Stato non dispone di un’iniziativa equivalente per pubblicare online questi registri. Diversamente dal New Mexico, inoltre, le indagini sui decessi restano in larga misura affidate alle singole contee.

La redazione ha individuato 17 contee texane rilevanti per lo studio perché comprendono aree coperte dalle torri: Culberson, Jeff Davis, Presidio, Terrell, Val Verde, Kinney, Maverick, Dimmit, Webb, Zapata, Jim Hogg, Starr, Hidalgo, Cameron, Kenedy, Brooks e Duval. Esistono altri territori del Texas in cui sono morte persone migranti, ma non sono stati inclusi perché privi di zone interessate dalla copertura delle torri analizzate.

In molte di queste contee, i justices of the peace, giudici amministrativi eletti localmente, gestiscono una parte sostanziale delle informazioni sui decessi. Il sistema, però, presenta ostacoli concreti per chi deve ricostruire una serie storica. Le richieste di accesso ai documenti possono restare inevase per anni; alcune di quelle inviate dai giornalisti risultavano ancora senza risposta dopo oltre dodici mesi. Inoltre, i rapporti possono omettere dettagli sul luogo del ritrovamento, cioè proprio l’informazione indispensabile per un’analisi spaziale.

In alcuni casi, rileva l’inchiesta, il giudice non si reca direttamente sul posto: la dichiarazione formale di morte può avvenire attraverso una chiamata FaceTime con i primi soccorritori. Non è un dettaglio burocratico marginale. Se le coordinate, la scena o le circostanze vengono registrate in modo incompleto, l’effetto ricade sia sulle famiglie e sulle comunità che cercano risposte, sia sulla capacità di controllare le politiche pubbliche.

Per ottenere una copertura più ampia, MIT Technology Review ha iniziato dal luglio 2025 a rivolgersi agli uffici degli sceriffi delle 17 contee. Spesso sono queste agenzie a intervenire per prime in caso di morte. La scelta mostra anche come il giornalismo dei dati, quando i registri sono dispersi tra amministrazioni locali, dipenda da un lavoro paziente di richieste formali, confronto di fonti e pulizia dei dati, non soltanto da un algoritmo o da una visualizzazione interattiva.

Che cosa la mappa può dimostrare, e che cosa no

La carta prodotta dall’indagine consente di esplorare i decessi rispetto alle infrastrutture di sorveglianza, ma non offre una spiegazione automatica per ogni punto. La vicinanza a una torre non dice se un operatore avesse rilevato una persona, se le immagini fossero state seguite in tempo reale, se un intervento fosse possibile o quanto tempo fosse trascorso tra il pericolo e il ritrovamento dei resti.

Allo stesso modo, l’assenza di un caso sulla mappa non equivale all’assenza di una morte. I resti possono non essere stati trovati, un’identificazione può essere incompleta e i documenti locali possono non essere accessibili. Gli autori rendono esplicito questo limite, un elemento particolarmente importante quando i risultati vengono letti in un contesto nel quale i dati tendono a diventare argomenti politici prima ancora che strumenti di verifica.

Ciò non riduce la rilevanza del lavoro. La promessa tecnologica della sorveglianza di frontiera è spesso formulata in termini di capacità: vedere più lontano, individuare prima, dirigere rapidamente le pattuglie. Collegare tale promessa alla realtà documentata dei decessi costringe a valutare l’intera catena, dalla raccolta del segnale alle decisioni operative, fino all’obbligo di rendere conto di ciò che accade sul territorio.

La questione riguarda quindi anche la governance delle tecnologie di controllo. Sensori, camere e torri non agiscono autonomamente: dipendono da dati, copertura, personale, procedure e priorità fissate dalle istituzioni. Senza registri completi e standardizzati sulle morti, persino il dibattito su efficacia e responsabilità resta fondato su evidenze parziali.

La pubblicazione della mappa offre ora una base consultabile per ricercatori, associazioni, amministrazioni e cittadini. Non chiude l’indagine sulle morti al confine, né può colmare da sola le omissioni degli archivi pubblici. Però rende più difficile trattare quelle lacune come un semplice problema tecnico: sono parte del modo in cui un sistema di sorveglianza viene valutato, raccontato e sottoposto a controllo.

Fonti