Con NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor tornano alla Mostra del Cinema di Venezia con un film che sceglie deliberatamente di non costruirsi attorno a una rivelazione spettacolare. I due registi israeliani, parte del collettivo di quattro autori che ha firmato l’Oscar No Other Land, raccolgono invece le voci di 24 tecnici e persone legate all’intelligence militare israeliana. Nessuno mostra il volto, nessuno viene identificato. Tutti parlano in ebraico e descrivono, secondo il racconto proposto dal documentario, il funzionamento quotidiano di una macchina decisionale che trasforma la previsione delle vittime civili in un parametro operativo.

La materia è Gaza, ma il punto di vista è interno a Israele. Il film non segue sul campo le conseguenze dei bombardamenti né adotta la struttura dell’inchiesta investigativa tradizionale. Porta lo spettatore davanti a persone sedute nell’ombra, spesso ridotte a una sagoma, e lascia che siano procedure, linguaggio tecnico e formule amministrative a restituire la dimensione del disastro. È una scelta narrativa precisa: non cercare una distanza rassicurante tra chi parla e ciò che è accaduto, ma collocare le testimonianze nel perimetro ordinario di un lavoro svolto davanti a sistemi e consolle.

Un titolo che condensa il metodo raccontato dal film

Il titolo nasce da un termine usato in ebraico per indicare il “danno collaterale”. La sua resa inglese più vicina sarebbe CODA, ma Abraham e Szor ricavano da quell’espressione il nome NAZA. Nel film, questa parola non rimane una definizione astratta. Diventa la chiave attraverso cui gli intervistati descrivono soglie e calcoli applicati alle operazioni: il numero di morti civili ritenuto accettabile per colpire un obiettivo militare.

La recensione di TheWrap, che ha visto il film a Venezia, riporta un esempio centrale nella costruzione dell’opera: venti vittime civili considerate il prezzo ammissibile per l’eliminazione di un bersaglio. L’effetto del documentario, stando alla ricostruzione, nasce proprio dall’accostamento fra la semplicità di quel calcolo e la scala del territorio su cui viene applicato. In una Striscia di Gaza densamente abitata, la moltiplicazione di simili criteri per migliaia di obiettivi produce conseguenze che non possono essere considerate marginali.

Il film parte dalla situazione presente e torna indietro, interrogandosi su come il numero delle vittime sia arrivato ai livelli attuali. La fonte cita una stima superiore alle 70.000 morti. NAZA non propone una risposta affidata a un singolo ordine, a una singola arma o a un episodio isolato: concentra l’attenzione sull’architettura di decisioni, classificazioni e autorizzazioni che, nella prospettiva degli intervistati, rende possibile quel risultato.

Voci coperte, responsabilità esposte

La protezione dell’identità è parte sostanziale del film. I 24 partecipanti sono anonimi per il timore di possibili conseguenze legali, e la messa in scena ne conserva l’opacità: luci basse, volti non riconoscibili, identità professionali definite soltanto nei termini necessari. Non sono presentati come eroi dissidenti, né il documentario sembra cercare di trasformarli in figure eccezionali. Al contrario, la scelta di Abraham e Szor è mostrare addetti che descrivono ruoli percepiti come tecnici, circoscritti, separati da qualunque valutazione morale.

È qui che il dispositivo del film acquista il suo peso. Frasi come «il mio ruolo è tecnico» o l’idea di non poter esprimere una posizione morale non sono trattate come una giustificazione sufficiente. Servono a mettere in evidenza la frammentazione della responsabilità all’interno di un apparato: chi seleziona, chi analizza, chi esegue e chi autorizza può vedersi come un ingranaggio parziale, mentre la somma di quei compiti ha un impatto umano enorme.

La regia evita perciò di organizzare il racconto attorno alla domanda sulle intenzioni individuali. L’attenzione si sposta sul “come”: come vengono stabiliti i bersagli, come viene stimato il danno ai civili, come una terminologia burocratica riesce a rendere trattabile ciò che, fuori da quella terminologia, appare insostenibile. È un’impostazione che sottrae allo spettatore la scorciatoia del caso isolato e chiama in causa un sistema.

Dopo No Other Land, un altro fronte per il documentario israeliano

La provenienza degli autori conta anche sul piano della ricezione. No Other Land, vincitore dell’Oscar, era stato realizzato da un gruppo di quattro cineasti israeliani e palestinesi e aveva raccontato le demolizioni e gli sgomberi nella comunità palestinese di Masafer Yatta, in Cisgiordania. Con NAZA, Abraham e Szor lavorano in una formazione diversa e spostano l’asse su Gaza, ma mantengono un rapporto diretto con le strutture del potere israeliano.

Il fatto che le interviste siano condotte interamente in ebraico non è un dettaglio di accessibilità, né una scelta puramente identitaria. Definisce il pubblico implicito del film e rende più difficile liquidarlo come uno sguardo estraneo o privo di conoscenza del contesto. La critica all’operato dell’IDF arriva da registi israeliani e attraverso interlocutori che descrivono dall’interno il proprio ambiente professionale. Questo non renderà il film immune da contestazioni, tanto più dopo le polemiche che hanno accompagnato il precedente lavoro degli autori, ma ne chiarisce la posizione.

The Guardian figura tra i produttori dell’opera. La circostanza segnala un rapporto sempre più stretto tra giornalismo investigativo e documentario d’autore, pur senza trasformare NAZA nella semplice trasposizione di una serie di articoli. Secondo la recensione di TheWrap, molte delle informazioni più sconvolgenti evocate dal film erano già emerse nella stampa, incluso il quotidiano britannico. La funzione dell’opera è quindi differente: dare forma, durata e presenza a un materiale che la cronaca ha spesso consegnato in modo frammentario.

Il valore industriale di un film difficile da separare dal suo contesto

Alla Mostra di Venezia, NAZA entra in un circuito festivaliero in cui il documentario politico può ottenere attenzione internazionale, recensioni, vendite e una successiva circolazione nelle sale o sulle piattaforme. Ma proprio la sua natura renderà ogni passaggio più complesso. L’anonimato delle fonti limita inevitabilmente la possibilità per il pubblico di valutarne autonomamente i profili; il coinvolgimento di temi militari e della guerra a Gaza espone l’opera a un dibattito che raramente resta confinato alla critica cinematografica.

Questo non diminuisce la rilevanza del progetto, semmai definisce il terreno sul quale sarà discusso. La forza di NAZA, per come viene descritto, non dipende da immagini scioccanti usate come prova emotiva, ma dalla persistenza di persone che illustrano un linguaggio di lavoro. Il film chiede di ascoltare il passaggio con cui vite umane vengono convertite in soglie, previsioni e danni collaterali.

Per Abraham e Szor è anche una prova successiva a un successo globale difficile da replicare senza cambiare registro. No Other Land aveva la forma di un racconto condiviso tra autori con prospettive diverse; NAZA sceglie invece la sottrazione, la voce schermata e la ricostruzione per accumulo. La sua traiettoria dopo Venezia dirà quanto spazio il mercato internazionale riserverà a un documentario che non promette conciliazione e che mette al centro le conseguenze concrete delle decisioni militari.

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