Gli Stati Uniti risultano tra i Paesi in cui la fiducia dichiarata nella scienza è più elevata, ma il dato nazionale nasconde distanze interne molto più marcate di quelle osservate in altre economie avanzate. È il quadro che emerge dall'edizione 2025 del Wellcome Global Monitor, indagine internazionale condotta con Gallup su oltre 140.000 adulti in 140 Paesi.
Il 52% degli intervistati statunitensi afferma di avere «molta» fiducia nella scienza, contro il 26% della media mondiale. Il risultato contrasta con l'immagine di un Paese permanentemente spaccato su vaccini, salute pubblica e autorevolezza delle istituzioni scientifiche. Non cancella quelle tensioni, semmai le colloca in una prospettiva diversa: la fiducia complessiva è ampia, ma è distribuita in modo diseguale tra gruppi sociali e territori.
Per chi si occupa di salute, questa distinzione è rilevante. Le decisioni su vaccinazioni, prevenzione, accesso alle cure e adesione alle indicazioni cliniche non dipendono soltanto dalla media nazionale. Dipendono dal rapporto che comunità diverse costruiscono con medici, ospedali, ricerca e istituzioni. Una maggioranza favorevole alla scienza può convivere con sacche di sfiducia sufficientemente estese da complicare campagne sanitarie e comunicazione del rischio.
Una media elevata, ma non uniforme
Il Monitor, finanziato dalla fondazione britannica Wellcome nelle edizioni del 2018, 2020 e 2025, misura atteggiamenti e percezioni, non la correttezza delle conoscenze scientifiche degli intervistati. Nell'ultima rilevazione, realizzata all'interno del Gallup World Poll con interviste in presenza, telefoniche e online, le stime globali sono state ponderate per riflettere il peso demografico dei Paesi inclusi.
Negli Stati Uniti è aumentata anche la quota di persone che ritiene la scienza utile alla maggior parte della società: dal 48% del 2018 al 57% del 2025. A livello globale, nello stesso arco temporale, la percentuale è invece scesa dal 42% al 37%. Il confronto suggerisce che il rapporto degli americani con la ricerca non possa essere letto soltanto attraverso le controversie più visibili nello spazio pubblico.
La stessa dinamica compare nella disponibilità verso le vaccinazioni raccomandate da un medico o da un infermiere. Il 45% degli statunitensi dice che si farebbe vaccinare subito; in Germania questa risposta viene indicata dal 28%. Il dato non equivale a una fotografia completa dell'esitazione vaccinale, perché le persone possono scegliere posizioni intermedie, chiedere tempo per valutare o differire una decisione. Ma indica una propensione relativamente forte ad agire rapidamente quando la raccomandazione arriva da un professionista sanitario.
Un confronto con la Germania aiuta anche a evitare letture troppo semplici. La quota di chi dichiara che non si vaccinerebbe affatto è dell'8% tra i tedeschi e del 13% negli Stati Uniti. In altre parole, nel campione americano convivono una maggiore disponibilità a vaccinarsi immediatamente e una componente di rifiuto più ampia. Gli orientamenti, quindi, appaiono più polarizzati.
Le differenze che attraversano il Paese
L'analisi dei dati del Wellcome Global Monitor riportata da STAT individua negli Usa scarti particolarmente netti su tre dimensioni: appartenenza religiosa, luogo di residenza e livello di istruzione. Tra i Paesi ad alto reddito, la distanza media fra persone religiose e non religiose che considerano la scienza benefica per la maggior parte della popolazione è di cinque punti percentuali. Negli Stati Uniti sale a 24 punti.
Anche la geografia conta. Tra americani urbani e rurali, sulla stessa domanda relativa ai benefici della scienza, c'è un divario di 19 punti percentuali. Nelle altre nazioni ad alto reddito il distacco medio è di appena tre punti. Non significa che città e aree rurali formino due blocchi omogenei, né che la residenza spieghi da sola opinioni e comportamenti. Segnala però che la comunicazione sanitaria nazionale incontra contesti locali profondamente diversi.
La formazione è l'altra grande linea di separazione. Il 71% dei laureati statunitensi con un percorso universitario di quattro anni ritiene che la scienza avvantaggi la maggioranza delle persone nel Paese; tra chi non possiede quel titolo la quota scende al 47%. Sono percentuali che richiamano un problema pratico per ospedali, sistemi sanitari e autorità pubbliche: il messaggio fondato su evidenze non arriva mai in un vuoto sociale. Viene interpretato attraverso esperienze individuali, accesso alle informazioni, fiducia nelle istituzioni e senso di appartenenza.
Questo non implica che la responsabilità del divario sia degli individui meno istruiti o di chi vive lontano dai grandi centri. Le domande dell'indagine misurano percezioni e non stabiliscono rapporti di causa. Tuttavia rendono visibile un vincolo che le organizzazioni sanitarie conoscono bene: un'unica campagna, costruita per un pubblico astratto, può essere insufficiente dove cambiano i mediatori di fiducia, le priorità e le fonti informative considerate credibili.
Ospedali e cliniche non godono di un credito illimitato
La fiducia nella scienza non coincide automaticamente con la fiducia nelle strutture che erogano assistenza. Solo il 40% degli americani dichiara molta fiducia in ospedali e cliniche degli Stati Uniti. È la stessa quota rilevata in Portogallo e Uruguay. La distanza fra l'apprezzamento generale per la scienza e la valutazione concreta delle istituzioni di cura merita attenzione, soprattutto in un sistema sanitario dove l'esperienza diretta del paziente comprende costi, accessibilità e rapporto con i professionisti.
Il Monitor non fornisce una spiegazione univoca di questo scarto, né stabilisce perché gli Stati Uniti superino molti Paesi nella fiducia dichiarata verso la scienza. Matthew Motta, docente associato alla Boston University School of Public Health ed esperto di opinione pubblica, ha osservato che gli americani tendono più spesso a scegliere risposte estreme nei sondaggi. Questo tratto può contribuire a spiegare perché nel Paese coesistano più persone pronte a vaccinarsi subito e più persone che escludono del tutto la vaccinazione rispetto a un caso come quello tedesco.
È un'ipotesi interpretativa, non una soluzione al problema. Le differenze di risposta nei sondaggi non bastano a spiegare le fratture territoriali, religiose e formative emerse nell'indagine. Né consentono di concludere che la fiducia rilevata si traduca senza attriti in comportamenti sanitari concreti. Tra riconoscere il valore della scienza e scegliere una prestazione, un vaccino o una terapia intervengono fattori economici, relazionali e organizzativi che il dato sintetico non può esaurire.
Cosa cambia per la sanità pubblica
Per le istituzioni sanitarie americane il risultato offre una base meno pessimistica di quanto suggerisca il dibattito pubblico, ma non autorizza una comunicazione indifferenziata. Una maggioranza che dichiara molta fiducia nella scienza è un capitale importante nelle emergenze, nelle campagne vaccinali e nella diffusione delle pratiche di prevenzione. Il valore di quel capitale dipenderà dalla capacità di renderlo accessibile anche nei gruppi che oggi si sentono più lontani dalla ricerca o dalle strutture di cura.
La priorità non è semplicemente aumentare la quantità di informazioni diffuse. I dati indicano che le condizioni di partenza non sono le stesse per tutti: istruzione, residenza e appartenenza religiosa corrispondono a livelli diversi di fiducia nei benefici sociali della scienza. Per ospedali, cliniche e autorità di salute pubblica diventa quindi essenziale individuare interlocutori riconosciuti nelle singole comunità e distinguere la reputazione della ricerca da quella delle istituzioni che devono tradurla in assistenza.
Le prossime edizioni dell'indagine potranno dire se l'aumento registrato negli Stati Uniti si consoliderà e se le distanze interne si ridurranno. Per ora, il messaggio del Monitor è meno lineare di una classifica internazionale: gli Usa mostrano un rapporto complessivamente favorevole con la scienza, ma proprio la forte polarizzazione delle risposte rende fragile ogni lettura basata soltanto sulla media nazionale.




