Other Mommy costruisce il proprio incubo attorno a una delle paure più immediate dell’infanzia: scoprire che la persona da cui dipendi può essere sostituita da qualcosa che ne conserva il volto, ma non l’affetto. Nel nuovo horror diretto da Rob Savage, Jessica Chastain è Ursula, madre della piccola Bela e presenza ambigua al centro di una storia domestica dove i conflitti degli adulti assumono, agli occhi di una bambina, la forma di un’entità sovrannaturale.

Il film, in uscita il 9 ottobre e classificato R negli Stati Uniti, dura 93 minuti e affida a Arabella Olivia Clark il punto di osservazione decisivo. Bela ha sette anni, vive con una madre spesso assorbita dal lavoro e con Russell, interpretato da Jay Duplass, un padre più disponibile al gioco ma attraversato da una malinconia che non riesce a nascondere. La famiglia è in difficoltà; la sceneggiatura evita inizialmente di esplicitare tutto, lasciando che siano gesti, tensioni e omissioni a far percepire alla bambina una frattura già aperta.

In quello spazio entra Other Mommy, una presenza che assomiglia a Ursula ma offre a Bela una versione più attenta, affettuosa e disponibile della madre reale. È un meccanismo narrativo con una base psicologica leggibile: i bambini intercettano gli squilibri familiari prima ancora di possedere gli strumenti per interpretarli, e possono tradurre ciò che non comprendono in immagini, amici immaginari o paure concrete. Savage prende questa intuizione e la porta nel territorio del demon horror, facendo della copia materna una figura che reclama sempre più spazio nella vita della protagonista.

Una premessa solida, senza un’adeguata progressione

Il limite di Other Mommy, secondo la lettura emersa dalla recensione di The Hollywood Reporter, non è la premessa ma il modo in cui viene fatta avanzare. La minaccia si presenta subito come inquietante e raggiunge rapidamente una configurazione aggressiva: manca quindi quella crescita graduale del sospetto che consente a molti horror domestici di trasformare luoghi e gesti ordinari in fonti di angoscia. L’effetto è quello di una serie di momenti studiati per sobbalzare, senza che il film accumuli abbastanza tensione tra un’apparizione e l’altra.

La creatura dispone inoltre di capacità che il racconto utilizza in modo discontinuo. Può spostare persone e oggetti, anche oltre i confini di una stanza, ma l’ampiezza di questo potere non viene ordinata da regole sufficientemente riconoscibili. Non serve che un horror sovrannaturale spieghi ogni dettaglio della propria mitologia; serve però che lo spettatore capisca quali pericoli siano possibili, quanto sia difficile evitarli e cosa sia davvero in gioco. Quando queste coordinate cambiano a seconda della necessità della scena, l’inquietudine lascia spazio alla sensazione di un espediente.

La richiesta rivolta a Bela — consentire a Other Mommy di entrare nel suo cuore — dovrebbe essere il perno della minaccia, ma non riceve un’elaborazione capace di renderla davvero urgente. Il film suggerisce che l’entità e la bambina abbiano già condiviso del tempo prima degli eventi raccontati, e tuttavia non chiarisce con la necessaria precisione perché il rapporto debba cambiare proprio ora. La conseguenza è che l’orrore sembra spesso procedere per segnali e svolte piuttosto che per una logica interna che faccia maturare il terrore.

Jessica Chastain regge il doppio ruolo della maternità

Chastain è la risorsa più evidente del film. Ursula non è una madre mostruosa, né un personaggio ridotto alla funzione di ostacolo: è una donna distante, presa dalle proprie responsabilità e dai propri segreti, vista dalla figlia in una fase in cui la disponibilità emotiva diventa una questione vitale. L’attrice lavora sulla freddezza percepita dalla bambina senza trasformarla automaticamente in crudeltà. È una distinzione importante, perché la copia soprannaturale ha senso soltanto se il vuoto che occupa appare plausibile.

Il confronto tra la madre reale e quella alternativa mette Chastain in una posizione delicata: deve rendere riconoscibile il medesimo volto e, insieme, far sentire che una delle due presenze è irrimediabilmente estranea. Il film trova qui alcuni dei suoi passaggi più efficaci. Anche Duplass contribuisce a delineare un padre che cerca nella leggerezza un modo di stare vicino a Bela, mentre Clark sostiene una parte che richiede vulnerabilità senza limitarsi alla convenzione del bambino terrorizzato.

Il problema è che le interpretazioni non possono sostituire il lavoro di costruzione che il copione lascia incompleto. Nathan Elston firma la sceneggiatura, adattando il romanzo Incidents Around the House di Josh Malerman. Nell’operazione restano visibili sia il potenziale dell’idea originaria sia le difficoltà della sua traduzione cinematografica: la crisi familiare e la minaccia invisibile sono intrecciate, ma il legame non acquista quella complessità necessaria a far sì che ogni sviluppo emotivo abbia un riflesso nel soprannaturale.

Rob Savage e il difficile passaggio al grande horror da studio

Per Savage, Other Mommy prosegue un percorso già rivolto al genere. Il regista britannico si è fatto conoscere con Host, horror concepito attorno a una videochiamata, e ha poi diretto The Boogeyman. Qui ritrova il tema dell’irruzione del male nelle dinamiche familiari e un’impostazione visiva curata, ma la forma non basta a rendere memorabile un racconto che resta evasivo nei suoi nodi essenziali.

Il caso del film è interessante anche dal punto di vista industriale. L’horror contemporaneo continua a cercare soggetti ad alta riconoscibilità, facili da comunicare con un’immagine o una frase: una madre identica alla propria madre, ma sbagliata; una bambina sola davanti a una presenza che gli adulti non vedono; una casa che nasconde l’origine del pericolo. Sono elementi che aiutano il marketing e la circolazione di un titolo nel mercato affollato dei thriller soprannaturali. Ma un concept immediato crea aspettative precise, e deve poi essere sostenuto da una drammaturgia altrettanto rigorosa.

Other Mommy mostra quanto sia sottile il confine tra un horror costruito sulla prospettiva infantile e uno che usa il trauma familiare come decorazione narrativa. La prima strada richiede che la visione di Bela modifichi davvero ciò che sappiamo del mondo e dei suoi genitori; la seconda può limitarsi a usare la vulnerabilità della bambina per accelerare gli spaventi. Nella lettura critica del film, l’opera si avvicina più spesso alla seconda possibilità, pur senza perdere del tutto l’interesse della sua intuizione di partenza.

Resta dunque un titolo sorretto da un cast impegnato e da un’immagine centrale efficace, ma indebolito dalla mancanza di escalation e da una mitologia troppo poco definita. Per chi segue il cinema horror, la sua traiettoria conferma una lezione ricorrente: nelle storie di possessione, doppi e presenze domestiche, il mistero funziona quando alimenta la paura; smette di funzionare quando impedisce di capire perché i personaggi non possano sottrarsi alla minaccia.

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