Paramount ha raggiunto un accordo con la California e altri undici Stati statunitensi che avevano portato in tribunale l’operazione da circa 110 miliardi di dollari per l’acquisto di Warner Bros. Discovery. L’intesa risolve la contestazione antitrust promossa a luglio da una coalizione guidata dal procuratore generale californiano Rob Bonta e restituisce slancio a una delle più grandi concentrazioni mai tentate nell’industria dei media.

Il patteggiamento non equivale ancora al via libera definitivo: il decreto di consenso proposto dovrà essere approvato dal tribunale. Ma elimina quello che era il più rilevante fronte legale aperto contro l’operazione. In parallelo, anche la Writers Guild of America ha chiuso la propria causa antitrust contro Paramount, che puntava a fermare la fusione sostenendo che avrebbe danneggiato gli sceneggiatori.

Per Paramount, guidata dal chairman e CEO David Ellison, il risultato evita una lunga battaglia giudiziaria con una dozzina di amministrazioni statali e preserva l’impianto industriale dell’operazione. Per gli Stati, il compromesso non è un’approvazione politica della fusione: è un insieme di obblighi pensato per limitare gli effetti della concentrazione su produzione cinematografica, pluralismo nell’informazione e contrattazione dei canali televisivi.

Un colosso dei media, con paletti scritti nell’accordo

La causa degli Stati contestava il potere che il gruppo risultante avrebbe potuto accumulare contemporaneamente nella televisione via cavo, nelle reti di news e nel cinema. L’unione metterebbe sotto lo stesso tetto asset come CBS, CNN, Paramount Pictures e Warner Bros., oltre a un ampio portafoglio di canali e piattaforme. Secondo gli atti richiamati nell’accordo, la società combinata controllerebbe circa il 27% della distribuzione di canali via cavo e satellitari.

Il decreto propone anzitutto tutele sull’autonomia editoriale di CBS News e CNN. Paramount dovrà istituire un organismo di controllo composto da cinque giornalisti affermati, ciascuno con almeno dieci anni di esperienza professionale. Il mandato dell’organo sarà vigilare sull’indipendenza delle due redazioni in una fase in cui il peso di gruppi proprietari e inserzionisti sulle testate è tornato al centro del dibattito negli Stati Uniti.

La soluzione evita tuttavia interventi strutturali più radicali. Paramount non dovrà rinunciare al controllo delle principali reti, né separare CNN o gli studi cinematografici coinvolti. Il gruppo potrà quindi mantenere l’architettura centrale della fusione, mentre le garanzie richieste agiranno soprattutto sulle modalità operative e sugli impegni futuri.

Il cinema al centro delle concessioni

Una parte rilevante dell’intesa riguarda la filiera cinematografica, un settore che gli Stati temevano potesse essere ridimensionato dopo la nascita del nuovo gruppo. Paramount si impegna a distribuire in sala almeno 30 film all’anno nei primi due anni successivi alla chiusura dell’operazione e almeno 32 nei tre anni seguenti. Il vincolo copre quindi i primi cinque anni e mira a evitare un calo dell’offerta cinematografica a favore di uscite destinate direttamente allo streaming.

Non si tratta soltanto di quantità. Almeno quattro titoli dovranno essere film indipendenti, mentre almeno il 20% delle uscite dovrà rientrare nella categoria dei grandi film-evento: produzioni con budget superiore a 50 milioni di dollari e distribuite in almeno 3.000 sale statunitensi nel primo mese. Sono parametri che intervengono su due estremi della stessa filiera, dai progetti indipendenti ai blockbuster capaci di sostenere l’esercizio delle sale.

L’accordo impone inoltre una spesa per la produzione negli Stati Uniti superiore di almeno 300 milioni di dollari l’anno rispetto ai livelli complessivi del 2025 delle due aziende. Nell’arco di cinque anni, questo si traduce in un impegno aggiuntivo di 1,5 miliardi di dollari. Paramount dovrà anche continuare a finanziare acquisizioni di film indipendenti e garantire la prosecuzione delle produzioni cinematografiche e televisive in California.

Le clausole prevedono conseguenze concrete in caso di inadempienza. Se non dovesse rispettare i requisiti sulle uscite cinematografiche, Paramount sarebbe tenuta a cedere Miramax Studios e a pagare 30 milioni di dollari per ogni film mancante. La presenza di una sanzione così specifica indica che gli Stati hanno cercato di trasformare promesse industriali, difficili da verificare nel tempo, in obblighi misurabili.

Rientra nello stesso disegno il divieto di vendere per almeno cinque anni i lotti storici di Paramount Studios e Warner Bros. in California. I grandi studi possiedono infatti infrastrutture, spazi produttivi e competenze che non sono facilmente sostituibili: una loro dismissione avrebbe effetti che vanno oltre i marchi e riguardano lavoro e capacità produttiva locale.

Canali, streaming gratuito e potere negoziale

Il decreto affronta anche il nodo meno visibile al pubblico, ma importante per le bollette televisive: la negoziazione con gli operatori che distribuiscono i canali. La società nata dalla fusione dovrà continuare a offrire separatamente i pacchetti di canali delle due aziende ai distributori. L’obiettivo è impedire che l’accorpamento diventi uno strumento per imporre bundle più ampi e costosi a pay-TV, servizi satellitari e, di riflesso, agli abbonati.

Il testo include inoltre l’impegno a mantenere un servizio di streaming gratuito, come Pluto TV. In un mercato dominato da abbonamenti a pagamento e continui rincari, il vincolo conserva uno sbocco free ad-supported nel portafoglio del futuro gruppo. Non stabilisce però come evolverà l’offerta editoriale del servizio né risolve le più ampie incertezze che riguardano il rapporto fra streaming, canali lineari e distribuzione cinematografica.

Per Bonta, l’accordo affronta le criticità concorrenziali individuate nei mercati citati dalla causa, senza rappresentare una presa di posizione a favore della fusione. La distinzione è sostanziale: lo Stato non sostiene che l’operazione sia auspicabile in assoluto, ma ritiene che le condizioni negoziate possano attenuarne gli effetti più problematici.

Che cosa manca prima della chiusura

Il primo passaggio è giudiziario: il tribunale deve esaminare e approvare il decreto di consenso. In assenza di nuove contestazioni decisive, l’accordo con gli Stati rimuove la principale opposizione che aveva rallentato Paramount. La chiusura della vertenza con la Writers Guild of America riduce ulteriormente i rischi di contenzioso, anche se non modifica le tensioni che una simile concentrazione continua a suscitare tra lavoratori creativi, distributori e osservatori dell’informazione.

Resta poi la prova più importante, quella dell’esecuzione. I vincoli dell’intesa saranno rilevanti solo se diventeranno parte concreta delle decisioni su budget, calendari delle uscite, acquisti di film indipendenti, contratti con i distributori e rapporti tra proprietà e redazioni. La fusione, se completata, cambierebbe la scala di Paramount nel mercato globale dei contenuti; il compromesso con gli Stati prova a evitare che questa scala si traduca automaticamente in meno scelta per il pubblico, meno film nelle sale e minore autonomia per CNN e CBS News.

Fonti