Una batteria può smettere di essere adatta a un’automobile molto prima di aver finito davvero il proprio lavoro. È su questa differenza che Rebaba, startup svedese fondata nel 2023 da Paula Runsten e Felix Kruse, sta costruendo un pezzo della nuova economia dello storage europeo. La società ha raccolto 4,6 milioni di dollari, pari a 44,1 milioni di corone svedesi, in un seed round sovrascritto guidato da Sistafund ed EIT Urban Mobility, con la partecipazione di investitori esistenti e nuovi investitori europei.

L’idea non è produrre una nuova chimica né costruire una gigafactory, ma recuperare batterie ritirate dai veicoli elettrici e trasformarle in sistemi di accumulo per case, aziende, impianti industriali, infrastrutture di ricarica e reti locali. Secondo Rebaba, molte batterie lasciano l’automobile quando conservano ancora circa il 70-80% della propria vita utile: troppo poco, in alcuni casi, per soddisfare i requisiti di autonomia, peso e prestazioni di un veicolo, ma ancora abbastanza per applicazioni stazionarie dove volume e massa contano molto meno.

Dalla crisi di Northvolt a un modello opposto

La storia dei fondatori rende il progetto particolarmente interessante. Runsten e Kruse hanno lavorato in Northvolt, uno dei simboli della strategia europea per costruire una filiera continentale delle batterie. L’esperienza accumulata lì li ha portati però verso una tesi quasi opposta rispetto alla corsa alle grandi fabbriche: non sempre serve produrre nuove celle per aumentare la capacità di accumulo disponibile, perché una parte di quella capacità è già incorporata nelle batterie che escono ogni anno dalle automobili e dalle flotte elettriche.

Rebaba prende questi pacchi, ne valuta lo stato, li integra in cabinet o container, li collega a inverter e utilizza un proprio software di controllo per gestire batterie di tipologie differenti. La complessità tecnologica sta soprattutto qui: una batteria usata non è un componente standard. Ogni pacco ha una storia fatta di cicli di carica, temperature, potenza erogata, degradazione e condizioni operative. Per trasformare hardware eterogeneo in un prodotto affidabile bisogna conoscere lo stato di salute delle celle e riuscire a gestirle in modo sicuro nel tempo.

Prima di riciclare, usare meglio ciò che esiste

Il dibattito europeo sulle batterie si concentra spesso sul riciclo, cioè sul recupero di litio, nichel e altri materiali strategici. È inevitabile: prima o poi ogni batteria dovrà essere smontata e recuperata. Ma il riciclo non è necessariamente il passaggio immediatamente successivo alla vita in automobile. Se una batteria conserva ancora una quota rilevante della propria capacità, estrarne subito i materiali significa rinunciare a una parte del valore energetico e industriale che contiene.

La seconda vita inserisce quindi una fase intermedia. Per alcuni anni la stessa batteria può assorbire energia prodotta da pannelli solari, ridurre i picchi di consumo di uno stabilimento, sostenere una stazione di ricarica o partecipare ai servizi di bilanciamento della rete. Soltanto dopo questo secondo ciclo arriva il riciclo vero e proprio.

Lo storage sta diventando un’infrastruttura

La crescita delle rinnovabili rende questa opportunità più rilevante. Solare ed eolico producono energia quando le condizioni naturali lo consentono, non necessariamente quando famiglie e imprese la consumano. Accumulare elettricità permette di spostarla nel tempo, ridurre i picchi di domanda e rendere più flessibile una rete nella quale produzione e consumo devono restare costantemente in equilibrio.

Rebaba vende due principali tipologie di sistemi: Companion, un cabinet da 40 kWh pensato per applicazioni residenziali e commerciali più piccole, e soluzioni containerizzate per clienti industriali e commerciali di dimensioni maggiori. La società punta ora ad ampliare il proprio CircularHub di Stoccolma fino a una capacità produttiva annua di 40 MWh e prepara l’apertura di ulteriori hub fuori dalla Svezia.

Il vero concorrente sono le batterie nuove sempre più economiche

Il business non è privo di ostacoli. Il prezzo delle batterie nuove, soprattutto di quelle prodotte in Asia, continua a scendere e rende più difficile giustificare economicamente il recupero di componenti usati. Rebaba sostiene di non voler competere facendo affidamento su un “premio verde”, ma su prezzo, prestazioni e garanzie. È probabilmente il banco di prova più importante del modello: la circolarità funziona davvero su scala soltanto quando è competitiva anche senza chiedere al cliente di pagare di più per la sostenibilità.

La società ha oggi 16 dipendenti e prevede nuove assunzioni. Secondo la fondatrice, i sistemi già installati risultano profittevoli e la domanda supera la capacità attuale di produzione. Il nuovo capitale servirà quindi soprattutto a trasformare una realtà ancora relativamente piccola in una piattaforma industriale replicabile in altri mercati europei.

Una miniera urbana che cresce insieme alle auto elettriche

Se il parco di veicoli elettrici continuerà ad aumentare, crescerà inevitabilmente anche il numero di batterie ritirate dalle automobili. Non tutte saranno adatte a una seconda vita, ma il volume complessivo può diventare una fonte significativa di hardware energetico. È una sorta di miniera urbana: invece di estrarre immediatamente nuove materie prime, si prova a ottenere più anni di servizio dagli oggetti già prodotti.

Per l’Europa questo ha anche una dimensione geopolitica. Il continente dipende ancora fortemente da fornitori esterni per celle e materie prime. Riutilizzare batterie già presenti sul territorio non elimina quella dipendenza, ma può ridurre la quantità di nuova capacità necessaria e creare una filiera locale di diagnostica, software, integrazione, manutenzione e servizi energetici.

La seconda vita deve diventare un’industria, non una nicchia

Il punto più interessante di Rebaba è che prova a trasformare il riuso da progetto artigianale a processo industriale. La startup sostiene che il proprio software permette di gestire batterie di origini differenti mantenendo standard il resto dell’architettura. Se questa promessa reggerà alla crescita, i CircularHub potrebbero funzionare come nodi locali capaci di assorbire batterie dismesse e convertirle in prodotti energetici utilizzabili sul territorio.

La sfida è enorme perché la transizione energetica richiederà quantità crescenti di accumulo proprio mentre l’intelligenza artificiale, i data center, l’elettrificazione dei trasporti e quella del riscaldamento aumentano la domanda di elettricità. In questo scenario, costruire ogni nuovo megawattora di storage con celle appena prodotte potrebbe non essere l’unica strada razionale.

Rebaba parte da un’intuizione meno spettacolare di una nuova gigafactory ma forse altrettanto importante: prima di chiedersi quante batterie nuove dobbiamo costruire, conviene capire quante delle batterie che abbiamo già prodotto possono ancora lavorare. È una domanda industriale, economica e ambientale insieme. Se la risposta sarà sufficientemente grande, la seconda vita delle batterie potrà diventare una parte strutturale dell’infrastruttura energetica europea.

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