Paul Greengrass ha costruito gran parte della propria filmografia attorno a persone messe sotto pressione da apparati più grandi di loro: istituzioni, catene di comando, interessi politici, eventi che non lasciano spazio a una scelta facile. Con The Uprising porta questa tensione nel XIV secolo inglese, tornando alla rivolta dei contadini del 1381 per raccontare il rapporto fra chi subisce il potere e chi decide di non accettarlo più.
Il film, interpretato da Andrew Garfield, non sceglie però di trasformare direttamente in protagonisti le figure storiche più note dell’insurrezione. Greengrass affida il centro della storia a un personaggio inventato, un agricoltore chiamato semplicemente Ploughman, il contadino-aratore. È attraverso il suo percorso che il regista osserva una comunità ridotta alla precarietà e spinta verso la ribellione, facendo del singolo un punto d’accesso a un conflitto collettivo.
In un’intervista a The Hollywood Reporter, Greengrass ha spiegato di avere iniziato a scrivere il progetto nel marzo 2020, al secondo giorno del lockdown imposto dalla pandemia. L’idea, ha raccontato, lo accompagnava da anni: un interesse che risale alla scuola, quando in Gran Bretagna studiò la Peasants’ Revolt. Nei cinque anni successivi, mentre lavorava alla sceneggiatura, il regista ha visto i temi della storia acquistare ulteriore attualità.
Una rivolta medievale, senza trasformarla in lezione di storia
La sollevazione del 1381 si colloca nell’Inghilterra segnata dalle conseguenze della Peste Nera. L’aumento della pressione fiscale deciso sotto Riccardo II e dal suo consiglio alimentò un movimento di protesta che ebbe fra i suoi leader Wat Tyler e il predicatore John Ball. I ribelli marciarono verso Londra e arrivarono fino alla Torre, rivendicando condizioni di vita più eque e dignitose.
Il materiale storico è dunque preciso, ma The Uprising non intende essere una cronaca corale delle personalità che guidarono la ribellione. La scelta di Greengrass è narrativa prima ancora che storiografica: dare un volto fittizio alla massa di persone che nei documenti resta spesso anonima. Ploughman è pensato come una figura ordinaria, non come un comandante già consegnato alla memoria pubblica. Andrew Garfield interpreta questo passaggio da uomo comune a simbolo, un tragitto in cui l’eroismo non nasce da un’investitura ma dall’urto con l’ingiustizia.
È una linea coerente con il cinema del regista britannico. In Bloody Sunday, United 93 e Captain Phillips, Greengrass ha raccontato individui intrappolati in situazioni dove l’azione personale convive con forze politiche e sociali difficili da controllare. Anche Jason Bourne, pur essendo tutt’altro che un uomo qualunque, rovesciava il meccanismo che lo aveva creato e cercava di sottrarsi a un sistema clandestino. Nel nuovo film, quella dinamica viene spogliata di intelligence, tecnologia e contemporaneità per tornare alla sua forma più elementare: un contadino contro un ordine che considera immutabile.
Il titolo scartato e l’ombra di Robin Hood
La chiave più interessante del progetto sta nell’originario titolo di lavorazione: The Hood. Greengrass ha poi scelto The Uprising, ma quel primo nome chiarisce il legame che il film stabilisce con Robin Hood. L’arco del protagonista, infatti, lo avvicina progressivamente alla figura dell’eroe fuorilegge: qualcuno che si pone fuori dalla legge perché la legge esistente appare costruita a vantaggio di chi comanda.
Il riferimento non è soltanto iconografico. Il nome Ploughman richiama Piers Plowman, il poema di William Langland composto negli anni Settanta del Trecento. L’opera precede la rivolta e contiene la prima citazione letteraria conosciuta di Robin Hood. La leggenda, già in circolazione in forme embrionali dal XIII secolo, avrebbe poi trovato maggiore diffusione nei racconti messi per iscritto fra Quattrocento e Cinquecento.
Greengrass propone una connessione fra la Grande Rivolta e l’affermazione popolare di quelle storie. Dopo la sconfitta dell’insurrezione, sostiene il regista, il fuorilegge capace di opporsi ai potenti poteva offrire una forma di riscatto immaginario a chi si era scoperto privo di rappresentanza e di strumenti politici. Non si tratta di attribuire a Robin Hood una paternità storica diretta, né di presentarlo come la trasposizione di un singolo ribelle del 1381. Il film usa piuttosto quel terreno storico per interrogare il modo in cui le società elaborano le proprie sconfitte e trasformano una domanda di giustizia in narrazione popolare.
Questa impostazione distingue The Uprising dal ricorrente schema cinematografico di Robin Hood, spesso concentrato sulla spettacolarità dell’arciere, sui duelli e sull’avventura in costume. Qui l’origine del mito viene cercata nella condizione materiale di chi lavora la terra, paga tasse e non ha voce nelle decisioni che ne regolano la vita. L’eventuale nascita di un fuorilegge non è quindi un pretesto per modernizzare una leggenda, ma l’esito di un contesto sociale.
Una storia di potere che parla al presente
La genesi durante il primo lockdown non trasforma automaticamente il film in un’allegoria della pandemia. Greengrass non presenta la rivolta del 1381 come un commento diretto sugli anni recenti. Tuttavia, la lunga lavorazione ha coinciso con un periodo nel quale disuguaglianze, costo della vita, rappresentanza politica e conflitto fra cittadini e istituzioni sono tornati al centro del dibattito in molti Paesi. È questo il senso dell’attualità evocata dal regista: non una sovrapposizione forzata tra epoche, ma la persistenza di interrogativi che il cinema storico può affrontare senza travestirsi da cronaca.
Per l’industria audiovisiva, un’operazione come The Uprising segnala anche il valore di una rilettura meno convenzionale delle proprietà culturali più riconoscibili. Robin Hood è un nome che il pubblico associa immediatamente al cinema, ma Greengrass non parte dall’ennesima versione del personaggio canonico. Parte dalle condizioni storiche e letterarie che hanno favorito la sua fortuna. In questo modo il riferimento al mito funziona come lente di lettura, non come marchio da sfruttare in superficie.
Resta da vedere come il pubblico accoglierà un film che combina dramma storico, racconto di rivolta e genealogia di una leggenda popolare. La scelta di Garfield offre al progetto un interprete capace di tenere insieme fragilità e determinazione, ma il peso dell’opera ricade soprattutto sullo sguardo di Greengrass: rendere fisica e credibile una ribellione medievale, senza ridurla a fondale per un eroe individuale.
The Uprising sembra nascere proprio da questa tensione. La storia segue un uomo, ma non pretende che un uomo basti a spiegare una rivolta. Cerca invece il momento in cui una moltitudine, privata di potere, trova nel racconto di chi sfida l’ordine costituito una lingua per nominare ciò che le è stato negato. È anche da lì, secondo Greengrass, che Robin Hood continua a parlare al presente.




