Il Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale Architettura di Venezia 2027 partirà dal terreno, ma soprattutto da chi quel terreno lo estrae, lo impasta, lo cuoce e lo trasforma in edifici. Il Dipartimento di Stato americano ha affidato alla University of Miami School of Architecture la rappresentanza nazionale, con l’architetto Germane Barnes nel ruolo di curatore principale e la storica dell’architettura Vyta Pivo come collaboratrice curatoriale.
Il progetto si intitola Earth Craft e propone di rileggere l’architettura statunitense attraverso le sue materie prime e le competenze rimaste spesso fuori dalla narrazione disciplinare. Mattoni, terra cruda pressata, adobe, pietra calcarea e blocchi in calcestruzzo saranno gli elementi attraverso cui la mostra seguirà il passaggio dalla geologia al cantiere, affrontando anche le persone e i mestieri che rendono possibile quel percorso.
È una scelta rilevante per Venezia, dove i padiglioni nazionali vengono spesso usati per condensare un’immagine identitaria di un Paese. Barnes e Pivo puntano invece a spostare l’attenzione dagli edifici celebri e dalle firme dei progettisti verso le filiere materiali, il lavoro manuale, le tecniche locali e i sistemi economici che hanno prodotto il paesaggio costruito americano. In altre parole, la rappresentazione degli Stati Uniti non passerà soltanto dall’eccezionalità dell’opera architettonica, ma dalle condizioni concrete della sua realizzazione.
Cinque passaggi della costruzione
L’allestimento occuperà le cinque sale del Padiglione Usa, inclusa la rotonda, e sarà articolato attorno a cinque temi: scavo, lavoro, speculazione, fabbricazione e conservazione. Più che una divisione per materiali o periodi storici, la struttura intende seguire le fasi e le tensioni del costruire: l’estrazione delle risorse, le competenze di chi lavora, la pressione finanziaria e immobiliare che orienta le trasformazioni urbane, le tecniche produttive e infine la cura di ciò che esiste già.
La prima sala, dedicata allo scavo e alla terra, sarà curata dallo studio di landscape e urban design Merritt Chase. Studio Barnes guiderà l’ambiente dedicato al lavoro; la progettista multidisciplinare Leah Wulfman firmerà la sezione sulla speculazione. La parte sulla fabbricazione sarà affidata a Nader Tehrani e Rodolphe el-Khoury, mentre Carie Penabad e Adib Cúre di CÚRE PENABAD Architecture and Urban Design lavoreranno sul tema della conservazione.
Il gruppo di autori è quindi chiamato a costruire una sequenza unitaria, non una somma di installazioni autonome. All’esterno, nel cortile, Maxwell Jarosz realizzerà con gli studenti della University of Miami un intervento composto da moduli e frammenti riferiti a differenti materiali terrestri. Il padiglione ospiterà inoltre una biblioteca di materiali naturali e laboratori pratici di fabbricazione durante i mesi della manifestazione.
La presenza di workshop e campioni fisici chiarisce l’ambizione del progetto: non limitarsi a esporre la materia come reperto o superficie estetica, ma trattarla come conoscenza operativa. Terra, acqua e calore, le risorse citate dal team curatoriale, sono infatti alla base di saperi costruttivi che l’industrializzazione non ha eliminato, pur avendone spesso ridotto visibilità e riconoscimento.
Dal mattone alle catene del valore urbane
Per le città, parlare di materiali significa parlare di un’infrastruttura invisibile. Dietro un mattone ci sono cave e suoli, energia per la cottura, trasporti, imprese, manodopera specializzata, normative e trasformazioni territoriali. Lo stesso vale per l’adobe, per la terra battuta o per il calcestruzzo: tecniche differenti che incorporano disponibilità locali, condizioni climatiche, storie migratorie e rapporti di lavoro.
Earth Craft intende mettere in relazione queste traiettorie. Tra i riferimenti annunciati ci sono il laterizio rosso associato al Sud degli Stati Uniti, con città come St. Louis e Tuskegee, e la pietra calcarea del Midwest. La scelta di non isolare i materiali dal contesto storico apre anche a una lettura meno neutra della costruzione. Pivo concentra la propria ricerca sui cicli di vita dei materiali, sul lavoro edilizio, sui paesaggi ordinari e sul cambiamento climatico; il suo prossimo libro, Cast in Concrete: How the U.S. Built Its Empire, è dedicato alla crescita dell’industria statunitense del cemento e del calcestruzzo.
Nel caso di Barnes, l’interesse per identità, rituali e vita sociale dello spazio costruito è da anni una parte centrale della pratica di Studio Barnes. L’architetto, associate professor e direttore del programma graduate di Master of Architecture a Miami, aveva già presentato lavori alla Biennale di Venezia nel 2023. Il nuovo incarico gli consente però di passare dalla presenza individuale alla costruzione di un discorso nazionale, con un impianto che mette al centro anche figure solitamente anonime: muratori, operai e artigiani.
Questa impostazione non equivale a un rifiuto degli strumenti contemporanei. Una delle sale affronterà esplicitamente la fabbricazione, e il progetto prevede la convivenza tra conoscenze artigianali e processi come la robotica applicata alla costruzione e la progettazione computazionale. Il punto di contatto proposto dai curatori è l’apprendimento: le tecnologie di produzione possono essere messe a confronto con pratiche sedimentate, anziché presentate come sostituti automatici del lavoro e dell’esperienza materiale.
Una Biennale orientata al fare
Il Padiglione Usa si inserisce con coerenza nell’indirizzo generale scelto per la ventesima Mostra Internazionale di Architettura. I direttori artistici Wang Shu e Lu Wenyu hanno dato all’edizione 2027 il titolo Do Architecture: For the Possibility of Coexistence Facing a Real Reality. La cornice richiama un’architettura misurata con la realtà della costruzione, i materiali disponibili nei territori e la continuità delle pratiche locali.
Il tema statunitense ha però una specificità: gli Stati Uniti possiedono una storia edilizia segnata insieme da enorme capacità industriale, urbanizzazione accelerata e sistemi di produzione in cui il lavoro è stato spesso gerarchizzato o cancellato dal racconto ufficiale. Restituire centralità alle competenze di cantiere può quindi diventare un modo per discutere non soltanto il patrimonio materiale, ma anche chi ha avuto accesso alla progettazione, alla proprietà e al riconoscimento professionale.
Resta da vedere come il padiglione affronterà le contraddizioni di questa filiera. L’estrazione e la produzione di materiali hanno costi ambientali rilevanti; il comparto delle costruzioni è inoltre attraversato da precarietà, disuguaglianze e differenze territoriali che una mostra non può risolvere. La forza potenziale di Earth Craft dipenderà dalla capacità di non trasformare il lavoro manuale in una semplice immagine celebrativa, mostrando invece i rapporti sociali e industriali che lo organizzano.
La Biennale Architettura 2027 si terrà dall’8 maggio al 21 novembre, tra Giardini, Arsenale e altri luoghi veneziani. Fino ad allora il team della University of Miami svilupperà l’allestimento e il catalogo collegato alla mostra. Per il pubblico veneziano, il Padiglione Usa promette una lente utile anche oltre il caso americano: guardare un edificio non solo dalla facciata o dal nome dell’autore, ma dalla terra, dall’energia, dalle mani e dalle economie che lo hanno reso possibile.




