Ci sono festival che nascono per occupare uno spazio nel calendario e festival che, con il tempo, finiscono per costruirne uno nuovo. Alice nella Città appartiene alla seconda categoria. Nata a Roma nel 2003 come festival internazionale e divenuta dal 2006 sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, in più di vent’anni ha trasformato un’intuizione molto semplice — prendere sul serio lo sguardo dei giovani — in un progetto culturale riconoscibile, capace di unire cinema d’autore, opere prime, grandi anteprime, scuole, formazione, nuovi talenti e industria.

La forza di Alice sta proprio qui: non ha mai trattato i ragazzi come un pubblico minore, da educare dall’alto o da intrattenere con prodotti “adatti a loro”. Li ha considerati spettatori veri, con gusti, paure, desideri e capacità critica. È una differenza che può sembrare sottile, ma che spiega gran parte del successo del festival. Nel corso degli anni, mentre il rapporto tra cinema e nuove generazioni cambiava radicalmente sotto la pressione delle piattaforme, dei social, della frammentazione dell’attenzione e della trasformazione delle sale, Alice ha continuato a difendere un’idea ostinata: il cinema come esperienza collettiva, come scoperta e come luogo in cui imparare a guardare il mondo attraverso le storie degli altri.

Dalle origini del 2003 a una identità sempre più autonoma

Alice nella Città nasce nel 2003. Tre anni più tardi entra nel sistema della Festa del Cinema di Roma come sezione autonoma e parallela, mantenendo però una propria identità, una propria direzione e una linea editoriale chiaramente riconoscibile. Fabia Bettini e Gianluca Giannelli, che ne guidano la direzione artistica, hanno costruito negli anni un festival che ha saputo crescere senza perdere la propria vocazione originaria: raccontare le giovani generazioni, scoprire talenti, accendere un faro sulle opere prime e creare un rapporto diretto tra film, autori e pubblico.

È una storia particolarmente interessante perché si è sviluppata quasi in controtendenza. Nel cinema contemporaneo la parola “giovani” viene usata spesso come categoria di marketing. Alice ha scelto invece di farne una lente editoriale. Non significa programmare soltanto film per adolescenti, ma cercare opere capaci di intercettare il momento in cui si forma uno sguardo: il passaggio all’età adulta, il rapporto con la famiglia, la ricerca di identità, le diseguaglianze, le paure collettive, l’amore, l’amicizia, il desiderio di libertà, la difficoltà di trovare un posto nel mondo. In questo senso, il festival ha fatto una cosa preziosa: ha dimostrato che parlare ai giovani significa spesso parlare del presente nella sua forma più viva.

Una vocazione alla scoperta prima ancora che alla celebrazione

In un panorama festivaliero che tende inevitabilmente a misurarsi anche attraverso il peso dei grandi nomi e dei red carpet, Alice nella Città ha saputo mantenere centrale la scoperta. Le opere prime, i cortometraggi, i talenti emergenti e i registi ancora poco conosciuti non sono stati un contorno, ma uno dei cuori della manifestazione. È qui che il festival ha costruito la propria credibilità: nell’idea che il prestigio non dipenda soltanto dalla capacità di portare a Roma una star internazionale, ma anche da quella di intercettare oggi chi potrebbe diventare protagonista del cinema di domani.

Questo approccio ha consentito ad Alice di crescere su due binari paralleli. Da una parte la ricerca, con concorsi, sezioni dedicate agli esordi e attenzione al cinema breve. Dall’altra gli eventi capaci di attirare il grande pubblico, rendendo il festival popolare senza renderlo superficiale. Negli anni la manifestazione ha ospitato o coinvolto figure di primissimo piano del cinema e della cultura internazionale, costruendo una reputazione che le ha permesso di dialogare con autori, attori, produttori e distributori ben oltre il perimetro del cinema “per ragazzi”.

Il ventesimo anniversario e il passaggio alla maturità

La ventesima edizione, nel 2022, è stata un passaggio simbolico. Il programma metteva insieme, tra gli altri, Russell Crowe, Mahmood, Emma Marrone, Casadilego e Paul Mescal, mostrando con chiarezza la capacità di Alice di attraversare linguaggi diversi e di parlare a pubblici differenti. Vent’anni non sono soltanto una ricorrenza: per un festival significano aver superato mode, cambi di scenario industriale, crisi economiche, trasformazioni tecnologiche e perfino una pandemia, riuscendo a mantenere una ragione per esistere.

Per Alice quella ragione è rimasta leggibile: aprire porte. Porte del cinema agli spettatori più giovani; porte dell’industria a nuovi talenti; porte della città a un’idea di cultura meno chiusa nei propri rituali. Da quel momento in poi la crescita è diventata anche numerica e strutturale.

Il 2023: più di 155 mila presenze e un festival ormai dentro l’industria

La ventunesima edizione del 2023 ha segnato uno dei salti più evidenti. Alice nella Città ha registrato oltre 155 mila presenze tra pubblico e accreditati, con una crescita del 27 per cento rispetto all’anno precedente e un aumento della biglietteria del 30 per cento. Sono numeri che raccontano una trasformazione: non più soltanto una manifestazione riconosciuta per la qualità delle proprie scelte, ma un appuntamento capace di generare partecipazione significativa nella città.

Quella crescita ha coinciso con un rafforzamento del rapporto con l’industria. Alice ha ampliato gli spazi dedicati al networking, alle coproduzioni, ai cortometraggi e agli incontri professionali. Gli Short Film Days al Palazzo delle Esposizioni hanno dato una casa più strutturata a un linguaggio, quello del cinema breve, che continua a essere uno dei principali laboratori di sperimentazione e di accesso per registi, sceneggiatori, attori e produttori all’inizio del proprio percorso.

Nello stesso anno iniziative come WomenLands hanno mostrato un’altra caratteristica della manifestazione: la capacità di usare il cinema come punto di partenza per conversazioni più ampie sulla società, sui diritti, sull’inclusione e sul ruolo delle donne. Non una semplice successione di proiezioni, dunque, ma un ecosistema di incontri e progetti che prova a mettere in relazione immaginario, formazione e cittadinanza.

Quando le grandi star diventano strumenti di formazione

Uno dei meriti più evidenti di Alice nella Città è aver utilizzato la presenza dei grandi protagonisti non soltanto come elemento spettacolare, ma come occasione di confronto. Il festival ha progressivamente costruito masterclass, incontri con le giurie, dialoghi con studenti e appuntamenti pensati per avvicinare chi il cinema lo guarda a chi il cinema lo fa.

Nel 2024 la programmazione ha incrociato nomi come Francis Ford Coppola, Ridley Scott e Steve McQueen; Matt Dillon è tornato ad Alice assumendo la presidenza della giuria del concorso Onde Corte, mentre un evento dedicato ad Andrea Bocelli ha unito la proiezione in anteprima mondiale di un film-concerto a un incontro con giovani delle scuole di musica e di cinema. È un modo intelligente di intendere il prestigio: una star vale anche per ciò che può lasciare a chi sta iniziando.

Il cinema breve, le nuove professioni e il legame con il mercato

La crescita degli Short Film Days, poi entrati in relazione con il MIA – Mercato Internazionale Audiovisivo, racconta forse meglio di ogni altra cosa l’evoluzione di Alice. Il cortometraggio non viene considerato un genere minore, ma un terreno industriale e creativo in cui si formano nuove professionalità e si testano linguaggi. Mettere attorno allo stesso tavolo autori emergenti, produttori, broadcaster, istituzioni e professionisti significa trasformare un festival in una infrastruttura culturale.

È la differenza tra mostrare un film e costruire le condizioni perché altri film possano nascere. Alice negli anni ha scelto sempre più spesso la seconda strada, senza rinunciare alla prima. E proprio questo equilibrio tra pubblico e filiera, tra emozione e progettualità, tra red carpet e lavoro dietro le quinte, è diventato uno dei tratti più maturi della manifestazione.

Un festival che esce dalle sale e attraversa Roma

Il nome “Alice nella Città” contiene da sempre una promessa geografica, non soltanto narrativa. Il festival ha cercato negli anni di non chiudersi dentro un’unica sede, ma di attraversare Roma: Auditorium Parco della Musica, Auditorium della Conciliazione, Palazzo delle Esposizioni e altri luoghi della Capitale hanno costruito una mappa diffusa della manifestazione.

Questa vocazione ha trovato una delle sue espressioni più belle nel Puntasacra Film Fest, nato dal lavoro di Alice nella Città insieme alla regista Francesca Mazzoleni e portato all’Idroscalo di Ostia. Qui il cinema diventa presenza culturale in un territorio spesso percepito come periferico rispetto ai grandi circuiti degli eventi romani. L’idea è semplice e potentissima: se il cinema vuole creare comunità, deve anche andare dove la comunità vive. Non attendere che il pubblico raggiunga i luoghi tradizionali della cultura, ma portare la cultura nei luoghi che troppo spesso ne restano esclusi.

Nel 2025 il Puntasacra Film Fest è arrivato alla quarta edizione, confermando che l’esperienza di Alice non si esaurisce nei giorni autunnali del festival. È ormai un insieme di attività che vivono durante l’anno e che rafforzano il rapporto tra cinema e città.

Il 2025 e il salto verso un festival ancora più indipendente

La ventitreesima edizione ha rappresentato un altro passaggio decisivo. Alice si è presentata con un’identità ancora più autonoma rispetto alla Festa del Cinema di Roma, all’interno di un rapporto regolato da nuovi accordi e da una struttura sempre più indipendente. È il segno di una maturità conquistata sul campo: quando un progetto nato come sezione parallela riesce a diventare esso stesso un marchio culturale riconoscibile, significa che ha accumulato pubblico, reputazione e capacità organizzativa sufficienti per camminare con una fisionomia propria.

Il programma 2025 ha restituito bene questa dimensione: undici film nel concorso internazionale, sei fuori concorso, sei titoli nel Panorama Italia, serie televisive, proiezioni speciali, restauri, cortometraggi e numerosi incontri. A questo si sono aggiunti appuntamenti con figure come Robert De Niro e una masterclass legata a Daniel Day-Lewis e Ronan Day-Lewis. Ma, ancora una volta, il dato più importante non è soltanto la lista dei nomi.

Più di diecimila studenti: il dato che spiega davvero Alice

Nel 2025 sono stati oltre diecimila gli studenti coinvolti nelle proiezioni e nelle attività formative di Alice nella Città. Più di novemila hanno partecipato alle proiezioni aperte alle scuole, con 144 istituti e 441 classi coinvolte, mentre oltre mille ragazzi hanno preso parte alle attività formative pomeridiane. Sono numeri che spiegano più di qualsiasi red carpet perché questo festival abbia costruito una identità così forte.

Portare una classe al cinema non significa soltanto riempire una sala. Significa offrire a ragazze e ragazzi un linguaggio in più per interpretare il mondo; costringerli, nel senso migliore del termine, a stare davanti a una storia per il tempo necessario a comprenderla; farli discutere, giudicare, scegliere. Le giurie giovani, gli incontri con gli autori e i percorsi educational trasformano gli spettatori in partecipanti. È probabilmente questa la parte più coerente e più preziosa del progetto Alice.

Un’idea di pubblico che anticipa molte domande del cinema contemporaneo

Da anni l’industria si interroga su come riportare i giovani in sala. Alice nella Città ha scelto un metodo meno astratto: farli entrare davvero nel processo culturale. Non parlare “dei giovani” senza i giovani, ma costruire occasioni in cui possano vedere, valutare, discutere e incontrare chi realizza i film. È una lezione che va oltre il festival.

In un’epoca in cui le piattaforme conoscono perfettamente i dati di consumo ma raramente costruiscono comunità fisiche, un festival può ancora offrire ciò che un algoritmo non sostituisce: la sorpresa di una sala piena, il confronto dopo la proiezione, la possibilità di scoprire un film che non sarebbe comparso nella propria homepage, l’emozione di fare una domanda a un regista o a un attore appena terminati i titoli di coda.

Roma come laboratorio e non soltanto come scenografia

Alice ha contribuito anche a rafforzare un’idea di Roma diversa dalla città-cartolina. Roma è certamente il red carpet, l’Auditorium, i grandi ospiti e la sua storia cinematografica unica. Ma è anche le scuole, Ostia, le associazioni, i giovani autori, le sale, i luoghi di formazione, le comunità che vivono fuori dal centro. Il festival ha provato a tenere insieme questi mondi, facendo della città non una semplice scenografia dell’evento ma una parte del progetto.

Questa dimensione territoriale è uno dei motivi per cui Alice è riuscita a crescere senza sembrare artificiale. La sua espansione non è stata soltanto quantitativa. È aumentato il numero degli appuntamenti, ma è aumentata soprattutto la rete di relazioni: con le istituzioni, con le scuole, con l’industria, con i professionisti, con altri festival e con i territori.

La XXIV edizione e una storia che continua

Nel 2026 Alice nella Città arriva alla ventiquattresima edizione. Il sito ufficiale ha già aperto la nuova fase di accrediti e iscrizioni delle opere, confermando Roma come casa del festival anche per il prossimo appuntamento autunnale. A questo punto della sua storia, Alice non deve più dimostrare di essere “cresciuta”: la sfida è continuare a usare quella crescita per fare ciò che l’ha resa riconoscibile fin dall’inizio, cioè cercare sguardi nuovi.

È facile elogiare un festival per le star che riesce a portare. Più difficile è riconoscere il valore di ciò che costruisce tra un’edizione e l’altra. Alice nella Città ha lavorato proprio su questo terreno: educazione all’immagine, accesso al cinema, scouting, sostegno alle opere prime, cortometraggi, formazione, presenza nelle periferie, dialogo con l’industria. Nel tempo ha dimostrato che un festival può essere contemporaneamente luogo di festa e di lavoro, vetrina e laboratorio, evento e istituzione culturale.

Perché Alice nella Città è diventata importante

La storia di Alice è, in fondo, la storia di una intuizione che ha avuto la pazienza di diventare struttura. Nel 2003 guardare ai giovani poteva sembrare una specializzazione. Oggi, in un’industria che cerca disperatamente nuovi pubblici e nuovi linguaggi, appare quasi una scelta anticipatrice. Il festival ha capito presto che il futuro del cinema non passa soltanto da ciò che viene prodotto, ma da chi impara ad amarlo, a criticarlo e magari, un giorno, a farlo.

Ed è qui che l’elogio diventa sostanza. Alice nella Città è riuscita a crescere senza rinnegare il proprio nome: continua a essere “Alice”, cioè curiosità, attraversamento, scoperta; e continua a essere “nella città”, cioè dentro Roma, dentro le sue scuole, i suoi luoghi culturali, i suoi quartieri e la sua vocazione cinematografica. Dopo più di vent’anni, non è più soltanto un festival dedicato ai giovani. È uno dei luoghi in cui il cinema italiano e internazionale prova a capire che cosa significhi, oggi, parlare alle generazioni che verranno.